Dialetti e inclusività nei videogiochi: la diversità come ricchezza

L'uso di inflessioni dialettali nei videogiochi è un valore aggiunto oppure no? Un viaggio nel tema delle diversità e non solo.

Dialetti e inclusività nei videogiochi: la diversità come ricchezza
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Le parole sono importanti. Lo diceva Nanni Moretti e lo si sente dire spesso, in molti contesti, nei confronti di chi parla a sproposito o senza tener conto dell'immenso potere racchiuso nel linguaggio. Perché se da un lato c'è chi crede che a contare siano soltanto le intenzioni dietro l'utilizzo di un determinato lessico, dall'altro c'è chi sostiene che ogni parola, soprattutto se pronunciata in ambito pubblico, abbia il suo peso indipendentemente dalle intenzioni (buone o cattive) di chi ne fa uso.

In questo discorso si inserisce perfettamente il tema delle diversità, intese come pluralità di caratteristiche, esperienze e inclinazioni che identificano ogni singolo essere vivente. Diversità che, in un Paese eterogeneo come l'Italia, si manifestano anche da un punto di vista territoriale, culturale e quindi linguistico. Siamo abituati ad assistere spesso e volentieri a dibattiti circa la localizzazione italiana di questo o quel videogioco, con una fetta di utenti non anglofoni che si sente tagliata fuori qualora un determinato prodotto non venga trasposto nella loro lingua madre. Si tratta di una problematica non da poco, che inevitabilmente condiziona il bacino di utenza a cui un prodotto si rivolge.

Ma c'è un altro aspetto, ancora più specifico, che riguarda la trasposizione di un videogioco nel nostro Paese: l'utilizzo dei dialetti. Sono pochi gli esempi di videogame che hanno al proprio interno delle espressioni dialettali, o dei personaggi che parlano in dialetto; ancor meno i videogiochi completamente tradotti in un determinato dialetto. Eppure, anche un medium fortemente proiettato verso il futuro e le nuove tecnologie, come appunto il videogioco, può tener conto dell'aspetto legato alla preservazione delle tradizioni territoriali e delle rispettive culture, tra cui appunto le lingue.

Cos'è un dialetto

Il dialetto è, citando la Treccani, un "sistema linguistico di ambito geografico o culturale limitato, che non ha raggiunto o che ha perduto autonomia e prestigio di fronte a un altro sistema divenuto dominante e riconosciuto come ufficiale". In altre parole, il dialetto è una variante linguistica meno "importante" della lingua nazionale, che tuttavia conserva una sua storia e una sua dignità al pari di tutte le altre.

Non esistono criteri scientifici per distinguere una lingua da un dialetto, poiché la distinzione è meramente di tipo politico: è il "peso" di un sistema linguistico ad "elevarlo" a lingua o "relegarlo" a dialetto. Non è raro che il dialetto venga infatti considerato volgare, e associato a un contesto poco scolarizzato. Tuttavia il dialetto, forse più della lingua italiana, è dotato di immensa forza espressiva ed è in grado di evocare sfumature di significato estremamente fantasiose.

I dialetti nei media

Come dicevamo, sono pochi i videogiochi che fanno uso del dialetto: questo perché nel panorama internazionale i videogiochi ambientati in Italia, che quindi giustificherebbero l'utilizzo del dialetto, costituiscono una percentuale molto ridotta. Diverso il discorso per serie TV, film, spettacoli teatrali, poesie e romanzi, ovvero media più radicati nel nostro Paese, che fanno un utilizzo molto più frequente delle lingue territoriali.

Non sono rari, infatti, i prodotti cinematografici ambientati nelle periferie delle grandi città, che da un lato valorizzano le tradizioni locali, ma dall'altro rischiano di sminuirle in un'affannosa ricerca del folklore più che dell'autenticità.Tuttavia, ci sono alcuni illustri esempi di videogiochi non ambientati in Italia - o meglio, non ambientati sulla Terra - che ricorrono ai dialetti per caratterizzare alcuni personaggi, in linea con quanto operato nella lingua originale che a sua volta ha utilizzato delle varianti territoriali.

È il caso, ad esempio, di Lucciconio e Solario, le due mascotte di Ni No Kuni (2010) e Ni No Kuni 2 (2018), che parlano in romanesco; una scelta invero non apprezzata da tutti, a causa delle numerose linee di dialogo dei due personaggi, ma che senz'altro ha fortemente caratterizzato la fata e il nume tutelare all'interno della saga. A proposito, ecco la nostra recensione di Ni no Kuni Remastered.

Il cast multiculturale di Final Fantasy IX

Un esempio virtuoso di utilizzo dei dialetti nei videogiochi è rappresentato invece da Final Fantasy IX (2000), capolavoro dell'allora Squaresoft, che include nel suo cast personaggi che sfoggiano parlate di diverse aree del Giappone, pur non essendo ambientato nel Paese del Sol Levante; similmente, nella localizzazione italiana, si è utilizzato il romanesco, la lingua sarda, quella siciliana, persino la lingua italiana con accento spagnolo.

Vale la pena ricordare alcuni di questi personaggi, resi memorabili forse proprio grazie alle loro parlate. Ci riferiamo in particolare a Kalò, il capo della banda dei Tantarus, che spesso si rivolge ai suoi sottoposti con il tipico saluto siciliano: "Baciamo le mani, picciotti". Tra le fila dei Tantarus ci sono poi Poddu, Piddu e Puddu, tre fratelli umanoidi che parlano in lingua sarda (come i loro stessi nomi suggeriscono); e ricordiamo anche Er Cina, che parla in romanesco.

Quina, degna erede della commedia all'italiana

Ma il personaggio su cui vogliamo soffermarci di più è Quina Quen, senz'altro uno dei personaggi più spassosi di Final Fantasy IX. Quina, come tutti i componenti della razza dei Qu, sfoggia un colorito accento romanesco: una parlata che è facile associare al cibo e al mangiare, grazie ai numerosi esponenti del cinema italiano d'autore che hanno saputo cementare nell'immaginario comune lo stereotipo dell'italiano amante della buona cucina.

Celeberrima la scena degli spaghetti di Un americano a Roma (1954), in cui Alberto Sordi mangia a grandi forchettate un piatto di pasta; altrettanto iconico è il personaggio costruito dall'attrice Elena Fabrizi, meglio nota come Sora Lella, che in diversi film di Carlo Verdone incarna l'ideale della tipica nonna italiana. Le linee di dialogo di Quina e la sua ossessione per il cibo sembrano accogliere perfettamente questa eredità cinematografica, strappando costantemente un sorriso. Alcune delle sue battute più memorabili le abbiamo raccolte in qualche screenshot della versione Nintendo Switch del gioco: anche chi non ha giocato a Final Fantasy IX potrà capire di cosa stiamo parlando.

Father and Son, un caso più unico che raro

Un altro valido esempio di videogioco che fa uso di un dialetto italiano è Father and Son (2017), realizzato da TuoMuseo per il MANN, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, disponibile su App Store e Google Play. Oltre al primato di essere il primo videogioco italiano ad avere come publisher un istituto museale, è anche uno dei pochissimi esempi di videogiochi interamente tradotti in un dialetto, in questo caso in napoletano. Di recente, inoltre, ha ottenuto un altro straordinario traguardo: è stato trasposto in una performance teatrale in occasione delle aperture serali del museo.

Father and Son è ambientato a Napoli, in particolare all'interno del Museo Archeologico Nazionale. Il protagonista, Michael, è figlio di un archeologo che ha sacrificato i propri affetti e la propria vita familiare in nome della ricerca e della sua passione per l'arte. Alla sua morte, il giovane Michael proverà a ricostruire la figura paterna attraverso i suoi ritrovamenti e i suoi contributi al museo, in un viaggio che lo porterà fino all'Antico Egitto e a Pompei ai tempi dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.È un viaggio, quello di Michael, che infrange le barriere dello spazio e del tempo, ma è soprattutto un percorso interiore che lo porterà a connettersi con il padre scomparso e con le vie di Napoli.

Qui il protagonista potrà girare in motorino e interagire con una gentile signora che scambierà qualche chiacchiera con lui, con un barista che gli offrirà un caffè, persino con il direttore del MANN.
Il gioco è disponibile in ben dieci lingue, a sostegno del fatto che anche un'opera così circoscritta come questa possa varcare i confini del proprio luogo di appartenenza e arrivare in tutto il mondo; ma sicuramente l'esperienza più autentica è quella offerta proprio dal napoletano, che contribuisce a far immergere il giocatore nel chiacchiericcio del centro storico di Napoli. Il game designer Fabio Viola ha raccontato il processo che ha portato alla realizzazione della traduzione in napoletano, che ha visto il coinvolgimento dell'avvocato Vincenzo De Falco e di alcune scuole partenopee, sottolineandone quindi l'impatto sociale. La traduzione è frutto del lavoro di diverse generazioni che, attraverso un'attenta ricerca, hanno selezionato i vocaboli più adeguati.

"La versione in napoletano è spiegata dalla volontà del direttore del MANN, Paolo Giulierini, di cogliere un'occasione per rafforzare sempre più il radicamento del museo con il proprio territorio di appartenenza. A ciò si aggiunge la consapevolezza della dignità di tale dialetto ad essere considerata una lingua a tutti gli effetti", ha spiegato Ludovico Solima, ideatore di Father and Son, sul sito di TuoMuseo.

Una visione che sentiamo di condividere completamente. Le parole sono dei ponti: permettono alle persone di comunicare, raccontarsi, trasmettere un pensiero, un'emozione. Possono contribuire a formare un terreno comune, a costruire un luogo di reciproco rispetto e di tolleranza, a dare un nome alle differenze senza giudicarle; ma possono anche colpire come pugni, abbattere l'autostima, toccare nervi scoperti. Con le parole è facile tendere delle trappole, ma è altrettanto facile accogliere l'altro: se il ponte è solido, reggerà qualsiasi peso.

L'uso dello schwa e l'inclusività nei videogiochi

In ultima istanza, è interessante tornare sul personaggio di Quina e approfondire dal punto di vista linguistico l'aspetto legato al suo genere. Come tutti i Qu, Quina è un personaggio asessuato: nella versione giapponese del gioco il suo genere non viene mai esplicitato, e viene utilizzato un pronome neutro. Nella versione inglese, il pronome utilizzato è "s/he", che di fatto fonde insieme i pronomi "she" e "he". Oggi è più comune la forma "they" per riferirsi alle persone non binarie, ma negli anni ‘90 non esisteva ancora un modo univoco per riferirsi a questa categoria.

La questione del genere di Quina si è del tutto persa con la localizzazione italiana: i pronomi utilizzati sono al femminile, probabilmente perché il suo character design ricorda quello di una donna. Una scelta che di fatto cancella la neutralità della razza dei Qu: la maestra di Quina diventa quindi femmina, il nonno di Vivi è invece maschio.

Perché, a distanza di più di vent'anni dall'uscita del gioco, ne analizziamo questo aspetto è presto detto: al giorno d'oggi la lingua italiana sta subendo delle trasformazioni per assumere una forma più inclusiva, e lo sta facendo anche nel settore dei videogiochi (sulle questioni di genere, potrebbe interessarti il nostro speciale sui personaggi LGBTQIA+). Si leggono sempre più spesso prodotti in cui le desinenze maschili e femminili cedono il posto allo schwa, una vocale che si trascrive col simbolo (che potrete vedere qui sotto) e si pronuncia mantenendo la bocca in una posizione rilassata, producendo un suono a metà strada tra le altre vocali.

Proprio lo schwa, tra l'altro, è un suono utilizzatissimo in numerosi dialetti, come ad esempio quello napoletano. Chissà se oggi la localizzazione di Final Fantasy IX avrebbe posto una maggiore attenzione al tema dell'inclusività, magari ricorrendo allo schwa per riferirsi a personaggi genderless come i Qu. Così come è accaduto per il videogioco Neo Cab (2019), in cui la protagonista incontra un personaggio non binario a cui si riferisce proprio con lo scevà; o Chicory: A Colorful Tale (2021), che all'inizio del gioco ci chiede se il protagonist* è maschio, femmina o di genere non binario.

Si tratta di un accorgimento significativo, a suo modo rivoluzionario: è una prova del cambiamento che sta attraversando anche l'industria videoludica e non soltanto le altre forme d'intrattenimento come cinema e serie TV. E ci spinge a porci una domanda: può davvero il linguaggio aiutarci ad accorciare le distanze e a comprenderci meglio l'un l'altro? Possono le lingue e i dialetti favorire la comunicazione tra diversi contesti culturali e sociali? Noi speriamo di sì.