Divorzio tra Bungie e Activision: quale futuro per Destiny?

L'improvvisa rottura dell'accordo decennale tra Bungie e Activision apre nuovi scenari per il futuro di Destiny.

Bungie e Activision si separano: quale futuro per Destiny?
Speciale: Multi
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Si dice che quando la dirigenza di Bungie ha confermato al team la separazione da Activision molti dipendenti, festanti, abbiano esultato in maniera piuttosto rumorosa. Così come hanno fatto, apprendendo la notizia ufficiale diffusa sul web, molti appassionati della saga e diversi giocatori sparsi per il globo: felici di vedere i creatori di Destiny finalmente liberi dal giogo del publisher. Per un motivo o per l'altro, nel corso degli anni, agli occhi della community Activision era diventato il capro espiatorio da sacrificare ad ogni errore della produzione. I problemi creativi del secondo capitolo, i raid meno convincenti, il supporto post lancio discontinuo e singhiozzante: fin da quando esiste il progetto Destiny, tutte le sue falle erano state imputate alle pressioni dell'editore ed alle sue interferenze nel processo produttivo. È sempre stato facile, del resto, guardare con sospetto la "casa di Call of Duty", il colosso attento soprattutto al guadagno e poco disposto a valorizzare il talento dei propri team. E allora via, tutti ad immaginare un nuovo futuro per lo sparatutto a mondo condiviso, la rinascita incarnata da un Destiny 3 sviluppato "per i fan e non per la massa", senza più costrizioni. E se la situazione fosse leggermente più complessa di così? Forse ci sarebbe bisogno di analizzare questa scissione da una prospettiva meno "emozionale", cercando di capire in quale situazione si trovano le due parti dopo il "divorzio".

    La visione di Activision

    Cerchiano anzitutto di non essere ingenui, e diciamo che una produzione del calibro di Destiny non può arrivare dov'è arrivata senza un publisher. Se Destiny ha avuto la diffusione che conosciamo, se è riuscito a creare una fanbase tanto estesa e appassionata da resistere anche di fronte allo scossone del secondo capitolo, il merito è anche di Activision. La prima a saperlo è Bungie stessa, che un publisher l'ha fortemente cercato e voluto anche dopo l'esperienza non proprio rosea con Microsoft.

    Alcuni giocatori sembrano avere la memoria corta, o forse non ricordano i precedenti per ragioni squisitamente anagrafiche, ma nel 2007, quando il team di Seattle conquistò la propria indipendenza abbandonando la casa di Redmond (che l'aveva acquistato sette anni prima), i ragazzi di Bungie brindarono con coppe ricolme di champagne. Eppure, al momento di lanciare il loro nuovo progetto, non hanno potuto fare a meno di cercare un supporto, almeno sul fronte della distribuzione e della promozione. Possiamo dirlo esplicitamente e senza timor di smentita: Destiny si è fatto conoscere dal pubblico anche grazie agli investimenti mediatici di Activision, agli eventi stampa, alle strategie di comunicazione portate avanti da sei anni a questa parte. Strategie che, anche questo va ribadito a chiare lettere, non sono state solo virtuose.

    Uno dei problemi evidentemente imputabili ad Activision, anzi, è stato quello di aver pensato le proprie campagne marketing per parlare ad un pubblico troppo eterogeneo, con l'obiettivo di vendere il prodotto anche ai giocatori che non erano proprio in linea con le sue caratteristiche. Appassionati di shooter tradizionali, convinti estimatori del single player e delle belle storie, utenti che neppure conoscevano il significato del termine "farming", hanno acquistato Destiny perché Activision ha saputo convincerli che fosse un titolo spettacolare e coinvolgente.

    Il risultato sarà stato commercialmente soddisfacente, ma ha generato non pochi problemi al team di sviluppo, che da una parte ha dovuto gestire un'ondata di malcontento legata allo scollamento fra la sostanza del gioco e le aspettative del pubblico, e dall'altra si è trovato sommerso da una marea di feedback che avanzavano le richieste più disparate, facendo fatica a capire quali tipologie di utenti ascoltare (nota bene: in molti casi hanno ascoltato quelle sbagliate).

    Ma è anche vero, d'altro canto, che la "massa critica" assemblata dal publisher è servita a Bungie, se non altro economicamente. È stato quel tipo di successo che ha permesso al team di reinvestire fondi e risorse creative, rappresentando anche una rete di sicurezza non da poco per quel che riguarda il supporto continuo: in quanti hanno acquistato DLC e Season Pass sulla fiducia, in quanti sono tornati su Destiny alla fine dell'anno due o dell'anno tre, solo perché avevano già acquistato in precedenza il gioco base? Non stiamo ovviamente sostenendo che ad Activision vada la maggior parte del merito per i successi di Destiny: sarebbe sciocco anche solo pensarlo.

    Stiamo però ribadendo una verità inalienabile: l'esistenza dei prodotti Tripla A è sempre legata ad uno sforzo congiunto fra sviluppatore e publisher, e non si può sfuggire a questa logica. Se volessimo guardare nel settore dei titoli a sviluppo continuo, l'unica realtà fortemente divergente sarebbe quella di Warframe, ma per quanto unita e avvinta sia la sua community, le proporzioni del gioco firmato Digital Extremes sono molto diverse rispetto a quelle di Destiny.

    La forza di Bungie

    Ciò detto, non vogliamo in alcun modo sminuire i meriti di Bungie. Destiny è stato, al pari di Halo, un titolo rivoluzionario, visionario e dirompente. Lo sparatutto di Master Chief, nel 2001, ridefiniva il concetto di shooter su console, canonizzando un genere e presentando al pubblico un immaginario che quasi vent'anni dopo è ancora estremamente affascinante. Destiny è riuscito a fare lo stesso, se non di più: ha scolpito quello che non esitiamo a definire uno dei migliori gunplay della storia degli FPS, ha inventato un universo sci-fi sfaccettato e meraviglioso, ed ha pure gettato le fondamenta degli sparatutto a mondo condiviso (un settore i cui esponenti si contano davvero sulle dita di una mano). Le incursioni del primo capitolo rappresentano uno dei punti più alti toccati dal gaming cooperativo, ed un'esperienza che ogni amante del multiplayer dovrebbe provare almeno una volta nella vita.

    Tutto questo Bungie l'ha costruito senza Activision, ribadendo fin da subito una forte autonomia creativa. Autonomia che, a dirla tutta, il team di Seattle ha rivendicato anche negli anni successivi, dimostrandosi abbastanza coerente nel ribadire che al publisher spettava soprattutto il marketing. Si tratta di un dettaglio abbastanza importante, quando si deve capire "chi ha sbagliato". Perché che molti sbagli siano stati fatti, soprattutto con il secondo capitolo, è chiaro a chiunque abbia seguito il prodotto con continuità. Francamente ci sembra poco assennato l'atteggiamento di chi scarica tutte le colpe su Activision: le scelte sulla sostanza ludica della produzione, sui meccanismi di progressione, sulla struttura dell'endgame, difficilmente saranno state influenzate dai vertici della società.

    Luke Smith, ideatore e padre putativo di Destiny 2 che adesso scrive su Twitter "Guardians make their own fate", è stato messo a capo del progetto e poi rimosso alla velocità della luce per scelta di Bungie stessa, che ha sempre avuto parecchia voce in capitolo quando si è trattato di decidere o scolpire il destino del suo prodotto.

    Non possiamo neppure pensare che Activision non abbia avanzato delle richieste commerciali: avrà sicuramente spinto per inserire certe microtransazioni o per renderle un po' più "invadenti", ma si tratta di oggetti estetici ed emote che - si spera - non avranno tolto troppe risorse produttive a Bungie. Qualcuno dice che l'imposizione del publisher sia invece legata alla cadenza nella pubblicazione dei contenuti: Activision avrebbe imposto una release annuale al team di Seattle, costringendolo a lavorare con tempistiche troppo serrate. Ad onor del vero sembra una considerazione abbastanza strampalata: chi mai vorrebbe una distribuzione di contenuti meno fitta? Il problema di Destiny non sono mai state le espansioni annuali (alcune delle quali, anzi, hanno rilanciato il prodotto e aggiustato diverse problematiche), bensì la velocità con cui il pubblico "bruciava" i contenuti. Una questione che è sfociata, fra l'altro, nel problema del Laboratorio di Niobe, una prova in parte funestata da una difficoltà un po' gratuita e artificiale.

    Il futuro di Destiny

    Si metta in conto, infine, un'altra questione. Proprio per cercare di incrementare la produzione di contenuti, Activision ha messo a disposizione di Bungie ben due team di sviluppo: Vicarious Vision e High Moon Studios. Entrambe le software house hanno messo mano ad alcuni dei contenuti che vengono considerati fra i migliori del ciclo vitale di Destiny 2. Appena la separazione fra Bungie e Activision diventerà effettiva (probabilmente quando saranno stati distribuiti tutti i contenuti dell'annual pass), il team di Seattle non disporrà più di questa forza lavoro, e dovrà vedersela da solo, cercando di saziare un pubblico che si è dimostrato vorace e spietato.

    Bisogna anche chiedersi di quante risorse economiche disponga il team dopo aver acquistato tutti i diritti sulla proprietà intellettuale, che Activision non avrà certo ceduto per cifre irrisorie. Viene quasi da pensare che se Bungie ha potuto "comprarsi" un'uscita così dignitosa, il merito sia anche dei fondi che lo scorso giugno ha ricevuto da NetEase, colosso cinese che per 100 milioni di dollari gli ha commissionato lo sviluppo di una nuova IP (si vocifera che il nuovo gioco si chiami Matter, e che possa addirittura essere un titolo mobile).

    Quello che vogliamo dire, insomma, è che la situazione di Bungie non è diventata automaticamente più rosea dopo la rottura con Activision. Il team, anzi, si trova adesso di fronte alla sua sfida più grande. Deve rimboccarsi le maniche, lavorare sodo, migliorare l'organizzazione interna per produrre contenuti con più continuità, e soprattutto procedere senza passi falsi. Forse Destiny, pur rimanendo proprietà dei suoi creatori, avrà comunque bisogno di un nuovo publisher, e Bungie dovrà guardarsi intorno per identificare quello più opportuno. Criptici messaggi di Phil Spencer hanno mandato in visibilio la community, facendo pensare ad un ritorno di fiamma, ma questa prospettiva sembra improbabile per diversi motivi.

    È difficile che il team torni a lavorare con un'azienda da cui si era allontanato in maniera abbastanza rumorosa, ed è altrettanto complesso rinunciare alla natura multipiattaforma della produzione. Fra l'altro, guardando alla distribuzione della fanbase, la scelta più logica da fare sarebbe quella di andare in direzione opposta. È comunque troppo presto per avere un'idea della sorte che toccherà a Destiny, e l'unica cosa da fare è aspettare nuove informazioni mentre ci godiamo l'imminente Stagione del Ramingo e l'ultimo DLC di Destiny 2, "Penumbra". L'importante è rimanere ancorati coi piedi per terra, e capire che la separazione non è automaticamente una vittoria, e potrebbe lasciare delle vistose cicatrici sul prodotto.

    Certo, se dovessimo indicare quale delle due aziende ha perso di più dalla rottura punteremmo comunque il dito in direzione di Activision. Al di là di qualche prodotto che probabilmente non cambierà le sue sorti economiche (come Sekiro Shadows Die Twice o Crash Team Racing Nitro Fueled), al publisher adesso resta solamente Call of Duty, ovvero una saga che non sta navigando in acque molto sicure. Forse ci sarebbe bisogno, anche al netto dei cambi al vertice, di un riassestamento integrale.

    Che voto dai a: Destiny 2

    Media Voto Utenti
    Voti: 312
    6.9
    nd