Dragon Quest: la trilogia di Erdrick su Nintendo Switch

I primi tre giochi di Dragon Quest per NES si aggiungono al catalogo di Switch, pronti a farci riscoprire le origini della serie JRPG per eccellenza.

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  • La serie di Dragon Quest sta vivendo un periodo straordinario. L'anno scorso ha finalmente visto la luce Dragon Quest XI: Echi di un'Era Perduta, senz'altro fra gli episodi più acclamati dell'intera epopea J-RPG. Quest'anno - il trentennale della saga - il marchio DQ si è invece concesso totalmente a Nintendo Switch, ove Square-Enix ha pubblicato non soltanto la versione definitiva del capitolo più recente (recuperate la nostra recensione di Dragon Quest XI S per Switch), ma anche le riedizioni singole dei primi tre esponenti del filone. Come già su PlayStation 4 e dispositivi smart, Dragon Quest, Dragon Quest II: Luminaries of the Legendary e Dragon Quest III: The Seeds of Salvation rivivono sull'ibrida di Kyoto per portare un po' di conoscenza a chi, per età o iniziale disinteresse, abbia incontrato il franchise solamente in un punto avanzato della sua evoluzione, ignorandone le radici.

    Là dove tutto ebbe inizio

    Più avanti avremo modo di entrare nel dettaglio riguardo alla qualità del lavoro di restyling (e all'effettiva fruibilità, al giorno d'oggi, dei tre prodotti in sé), ma prima dobbiamo partire da un altro tipo di considerazione: non c'è GdR contemporaneo che non abbia un debito nei confronti del primo Dragon Quest e dei suoi due immediati successori. In quel lontano 1986, l'anno d'uscita del titolo primigenio su Famicom, sarebbe infatti nata la sintassi di base del videogiocar di ruolo in salsa nipponica, la stessa che oggi ci viene naturale dare per scontata. Manifestamente ispirata a Wizardry, Ultima III e a un vecchio adventure testuale della stessa Enix, Portopia Renzoku Satsujin Jiken, la formula imbastita da Yuji Horii era una particolarissima interpretazione in chiave interattiva del tradizionale "viaggio dell'eroe". Nei panni del discendente del grande guerriero Erdrick (Roto, nella traduzione originale), il giocatore doveva muoversi a destra e a manca per salvare la principessa del regno, sconfiggendo il perfido Dragonlord e recuperando la Sfera di Luce. Narrativamente striminzito, il primo Dragon Quest era piuttosto una caccia al tesoro a indizi dialogati, lungo la quale al personaggio, unico protagonista, toccava entrare e uscire da piccoli villaggi, buie caverne e altre zone sparse per una world map percorribile in maniera ben poco lineare.

    In nuce era quasi già tutto lì: i menù testuali, gli incontri casuali nell'overworld, i combattimenti a turni, le meccaniche di level up e persino una mitologia esposta in piccoli frammenti (quel lore che è ormai parola sulla bocca di tutti).

    Una ricetta ovviamente ripresa e ampliata in Dragon Quest II: Luminaries of the Legendary, seguito diretto del capitolo di fondazione, ricordato in particolar modo per aver aumentato il numero di combattenti schierabili, da un solo PG a un party di tre. Fu tuttavia con Dragon Quest III: The Seeds of Salvation - prequel del capofila nonché chiusura circolare della cosiddetta saga di Erdrick - che la serie fece effettivamente quel passo in più verso una forma ludica meno grezza e più "moderna". Il gioco prevedeva finalmente una distinzione dei membri del gruppo in classi, che a un certo punto dell'avventura l'utente poteva addirittura scegliere di cambiare drasticamente (salvo quella dell'Eroe), ovviamente a fronte di un riassestamento del livello raggiunto e delle statistiche acquisite. Era inoltre chiara la volontà di proporre un racconto più solido e articolato, ennesimo elemento utile a eleggere The Seeds of Salvation l'opera più completa - e la più piacevole, dopotutto - fra le tre menzionate.

    La trilogia originale di Dragon Quest è quindi un'opera pionieristica, un trittico fondamentale per l'affermazione del franchise (tutt'oggi venerato in patria) e di tutti quei prodotti a sfondo avventuroso che, da lì in avanti, si sarebbero uniti alla compagine degli RPG "classici".

    Per altro, è chiaro che si tratti di esperienze - soprattutto le prime due - fortemente figlie del proprio tempo, il cui sperimentalismo, all'epoca dirompente, deve oggigiorno fare i conti con la crescita di quegli stessi semi concettuali piantati da Horii un trentennio fa. In altre parole, giocare ai primissimi Dragon Quest significa avere a che fare con titoli che possono facilmente risultare vetusti, tra fasi di lotta al cento per cento statiche, massicce dosi di grinding e fiumi di scritte "bianco su nero" (ora fortunatamente tradotte, seppure in un inglese abbastanza forbito). Materiale, insomma, perlopiù a uso e consumo di chiunque provi piacere a scavare a fondo nel passato di un genere; ragione per cui, tra l'altro, alcune delle scelte adottate da Square-Enix per riproporre i tre giochi su sistemi di corrente generazione possono legittimamente lasciare perplessi.

    A scanso di equivoci, vale la pena precisare che non siamo di fronte a un'operazione di rimodernamento integrale com'era, per esempio, quella alla base del remake di Dragon Quest VII: Frammenti di un Mondo Dimenticato per Nintendo 3DS. La prima trilogia di Dragon Quest torna invece su Switch in una veste meno sofisticata, alla stregua di una sorta di porting "plus": pur bidimensionale (come ai tempi del NES), essa mescola i fondali in pixel art con personaggi e mostri in stile manga, messi a sostituzione dei vecchi sprite a 8-bit.

    Difficile criticare la qualità degli artwork raffiguranti le molte creature nascoste tra gli anfratti della world map, forse il modo migliore per gustarsi lo splendido character design nato dalle fantasie del maestro Akira Toriyama. Tuttavia l'impasto estetico complessivo appare fin troppo posticcio, tanto da domandarsi se non fosse il caso di puntare su una cifra visiva totalmente pixelata, primordiale, più in linea con gli intenti celebrativi della produzione.

    L'altro aspetto di questa triplice edizione che fa storcere il naso riguarda invece i prezzi a cui i singoli titoli vengono proposti sull'eShop. Si parla rispettivamente di € 4,99, € 6,99 e € 12,49, cifre francamente eccessive per delle riproposizioni, ribadiamo, il cui valore è prevalentemente filologico.

    Dragon Quest XI: Echi di un'Era Perduta Se oggi un folto numero di videogiocatori può gioire dei tanti RPG giapponesi nati a partire dall'‘86 (compreso lo splendido Dragon Quest XI), è proprio grazie alla saga di Erdrick. Un trittico che, fra gli interstizi di una grafica a quadrettoni un po’ spartana, ha saputo affondare le radici di un immaginario memorabile, serio e folle allo stesso tempo, capace di far sognare tramite i suoi colori e il suo stile eccezionale, riconoscibile fra mille. Per altro, una trilogia tra le più saldamente ancorate alla propria epoca, intrinsecamente antica, tanto che metterci le mani oggi, dopo trent’anni, potrebbe portare a vivere un’esperienza altamente deludente. Dragon Quest I, II e III sono insomma materia per archeologi del videogioco, giustamente affascinati dagli esordi di un franchise che ha fatto storia come pochi altri; prodotti digeribili, cioè, da chiunque sia disposto a sopportare uno strato di vecchiume ludico impossibile da scrostare, oltre a una trasposizione - quella su Nintendo Switch - non propriamente a fuoco.

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