Ecco The Dolphin: in fondo al mar con il delfino di SEGA

Facciamo un tuffo nel passato, ai tempi in cui i delfini hanno rischiato l'estinzione (digitale). Ecco perché non abbiamo mai finito Ecco.

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  • Bel posto l'oceano: ci vivono creature meravigliose, ma anche orrendi aborti della natura, ben celati dal buio di centinaia di migliaia di ettolitri d'acqua. Quella vasta, enorme e sconfinata distesa è, inoltre, l'unico posto al mondo in cui puoi fare il gesto del surfista senza sembrare un completo idiota.
    L'adulto che scrive è stato un bimbo strano che, invece di immolare anni di paghette all'imponente dio Panini delle figurine calcistiche, preferiva riempirsi la stanza di quei fascicoli di divulgazione pseudoscientifica su dinosauri, insetti, minerali & gemme, animali particolarmente colorati o particolarmente brutti. Una droga in opuscoli che partiva con la rinuncia ad un pacco di patatine Highlander e finiva, poche uscite dopo, con l'ipoteca degli immobili; ricordo ancora quanto gelosamente custodivo la mia collezione di VHS di Jacques Cousteau, l'Hemingway degli sfigati, sconosciuto a gran parte del popolo acculturato, figuriamoci a frotte di marmocchi in fissa con George Weah. Video dalla qualità infima, se paragonati a qualsiasi scarto di pellicola di qualche telecamera lasciata accesa per sbaglio della troupe dell'attuale Discovery Channel; ma fra un delirio e l'altro sull'effettiva esistenza di Atlantide, si approfondivano aspetti interessanti di un mondo inesplorabile anche per chi il mare l'ha sempre avuto a pochi metri da casa.
    Di notte scomparivo sotto le lenzuola del mio letto, quelle azzurre con le stelle marine, armato di una piccola lucina a led, fantasticando su pericolosissime immersioni, spericolati viaggi acquatici verso fondali mai toccati dell'oceano. E poi è arrivato Ecco The Dolphin, e dalle profondità oceaniche immaginarie sono passato a quelle virtuali.

    Lo sfiatatoio del mondo

    Quando il celebre odontoceto fece capolino sul parco giochi del mai troppo osannato Sega Mega Drive, la parte di me che per qualche motivo conosceva il significato dell'acronimo SCUBA (che, per la cronaca, significa "Self Contained Underwater Breathing Apparatus") esplose di gioia, insieme a quella ormai stufa del solito platform, in cui bisognava saltare in testa ai nemici, e quella segretamente infoiata dall'idea di poter nuotare insieme ai pesci a pochi centimetri dai fondali oceanici e lasciarsi trascinare dalle correnti in totale relax, a contemplare la quasi completa assenza di gravità. Passò del tempo prima che potessi mettere le mani su una copia su CD del porting di SEGA PC, e ben presto fu proprio la parte di me che si aspettava un po' di sana tranquillità ad uscirne totalmente distrutta.
    Dopo qualche salto con la pinna a pelo d'acqua, tutto aveva preso a vorticare nei pressi del lontano orizzonte simulato, tutto era stato risucchiato da un punto imperscrutabile nel cielo di pixel, lì dove gli sprites di nuvole incontravano quelli di un verde isolotto. Poche miglia più sotto si apriva un lungo e frustrante incubo nero, fatto di esplorazioni subacquee, rigorosamente in apnea, e furiose battute di caccia alla bolla d'ossigeno: con le guance gonfie, agitando un plasticosissimo joypad collegato alla game port della mia scintillante Sound Blaster AWE32, mi apprestavo a fare conoscenza di banchi di celenterati urticanti, piovre sovradimensionate e orche stranamente amichevoli.

    Prendevo il fiato solo per gridare "Plexaura flexuosa!" ogni volta che nuotavo nei pressi di un qualsiasi rametto di pixel oscillanti, nei pochi momenti in cui il contatore dell'ossigeno segnava un massimo di 5 parallelepipedi blu, e ci si poteva soffermare a guardare il fondale; poi un'altra risalita in superficie e dritti verso "the big blue", che avrebbe dovuto aiutarmi a venire a capo della misteriosa scomparsa di gran parte degli altri denticeti. Ero elettrizzato, perché, pur avendo già giocato tanta, ma tanta roba, non avevo mai incontrato una balena in un videogioco, neanche in Shark! Shark! per Intellivision. E poi da qualche parte avevo letto che, se ne apri in due una, ci trovi dentro le ossa del femore e del bacino: e questo faceva pensare che un tempo quei mastodontici esseri camminavano tranquilli sulla terraferma. La cosa riusciva ad incuriosirmi ed angosciarmi allo stesso tempo, anche se la fantasia del giovincello che ero si sforzava in tutti i modi di immaginare quale assurda postura potessero assumere.

    Ecce delphinus

    Il Quoziente di Encefalizzazione è il rapporto fra la massa cerebrale effettiva e quella che ci si aspetterebbe di trovare in un animale di una determinata taglia.

    Nell'uomo è solitamente un valore che oscilla fra 6 e 8: scoperchiando un cranio umano, ci si ritrova un cervello in media 7 volte più grande di quanto ci si aspetti; nei delfini il QE è pari a 5, un risultato notevole per quelli che al parco acquatico fanno le capriole in aria e battono le pinne in cambio di un'aringa. Ma non è tanto quel numeretto, quanto il fatto che presenti una struttura corticale sorprendentemente vasta, negli umani utilizzata per la gestione di funzioni cognitive complesse, come le competenze verbali. L'utilizzo della corteccia cerebrale nei delfini è tuttora un mistero, ma, secondo Ettore "ED" Annunziata, pare sia interamente utilizzata per ascoltare i Pink Floyd sott'acqua e divenire messia salvatori della propria specie, in caso di invasione del mondo da parte di xenomorfi acquatici pandimensionali.
    Fu proprio di fronte al brutto faccione della regina dei Vortex che spuntava dal buio dell'oceano più profondo, in una gabbia fatta di mura gigeriane, che abbandonai il pad, paralizzato da un orrore troppo viscerale anche per uno che aveva affrontato le belve contorte di Risky Woods, i ghoul di carne di Shadow of the Beast, gli abomini pieni di pus di Splatterhouse, gli ibridi biomeccanici con gli occhi spiritati di Metal Mutant, senza fare mai una piega.
    Il caro Ecco divenne il nuovo avatar acquatico dei lunghi viaggi in macchina: lo immaginavo libero come nei primi istanti del gioco, guardando fuori dal finestrino durante le interminabili traversate per la "via panoramica" scelta dal babbo per le vacanze estive. Il sorridente mammifero guizzava dalle acque troppo basse delle saline, poco sopra le teste dei fenicotteri, etereo, come lo spirito guida di una stirpe ormai estinta.

    Mi porto ancora addosso la colpa di non aver mai salvato quella specie, almeno nel microcosmo virtuale intrappolato in quella sgranata finestra di Windows 95, e neanche in quello proiettato da un ronzante tubo catodico, quando ebbi modo di riprovarci, anno dopo, su un vero Mega Drive. Il primo bad trip di una lunga serie, un mulinello d'angoscia il cui punto culminante risiedeva nello sguardo del delfino, un po' ebete ed un po' accusatorio, diretto verso la telecamera di gioco durante la pausa, necessaria per accedere alla schermata dei trucchi. Uno sguardo che ancora oggi mi tormenta, proprio in questi giorni in cui iniziano a circolare gli stuzzicanti trailer di Beyond Blue, una nuova avventura subacquea in arrivo nel 2019, anni e anni dopo la distruzione delle care vecchie VHS di Jacques Cousteau, masticate da un'inesorabile obsolescenza tecnologica.

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