Elden Ring: 5 boss memorabili! La morte oltre la nebbia

Elden Ring è denso di boss fight cariche di spettacolarità ed epicità: ripercorriamo cinque scontri davvero indimenticabili.

Elden Ring: i migliori boss
Speciale: PC
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  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • PS5
  • Xbox Series X
  • Riflettendo sui nemici che più mi hanno dilettato, terrorizzato ed emozionato in Elden Ring ho realizzato che sono per lo più facoltativi, ma se avessi rinunciato ad affrontarli, avrei smarrito alcuni tra i segmenti più esaltanti dell'ultima opera di From Software, giungendo inoltre alla conclusione del gioco impreparato alla sua difficoltà, che m'è parsa invece blanda, se comparata alle sfide opzionali che ho sostenuto.

    Avrei inoltre perso l'occasione di viaggiare per terre magnifiche e orribili, di ascoltare le parole di personaggi che si sarebbero invece perse nelle grottesche amenità dell'Interregno, infeconde, fallendo nel loro obiettivo di generare avventura. I miei pensieri su questi cinque "boss" (ecco la lista di tutti i boss di Elden Ring) è scontato che derivino dalla qualità del mio Seanzaluce, che ha combattuto sempre offline, orientato in maniera netta e totale verso l'uso della spada grande, ignaro di qualsiasi magia ma evocatore di un suo clone.

    Radhan Il Flagello Celeste

    Radhan, colossale semi-dio reso folle dall'infezione della Marcescenza Scarlatta, vaga per le sabbie roventi del grande deserto a sud di Caelid, trascinandosi lento e ottuso dalla malattia, sebbene - e lo scoprirà a sue spese l'incauto Senzaluce - ottuso non lo sia affatto. Radhan, avversario dalle forme abnormi che ci attacca con tempeste di frecce, si fa meteora, brandisce spadoni e produce diversi incanti devastanti, cavalca un magro, piccolo ronzino dissonante con la mole del cavaliere, ma è proprio da questa contraddizione che si alimenta un micidiale carisma. Inoltre, sembra impossibile, il "cavallo pallido" garantisce a Radhan una sorprendente e letale velocità.

    Nello squilibrio tra le forme si legge un'allegoria della pazzia di Radhan che si nutre dei cadaveri di nemici e amici insieme, sbranandoli come s'egli fosse un cane rabbioso. Potreste scegliere di non sfidare Radhan, ma vi perdereste così una impressionante impresa secondaria che vi sprofonderà fino a Nokstella, la città eterna e oltre, verso il Lago Putrescente. Durante gli innumerevoli tentativi di sconfiggerlo ho considerato la lotta contro Radhan la peggiore tra tutte quelle combattute fino a quel momento, malgrado la monumentale, terrificante bellezza della messa in scena; non tanto per la difficoltà ma per la noia che mi suscitava la lentezza della battaglia, per la ripetizione e la casualità che le dinamiche dello scontro mi suggerivano.

    Ho tuttavia cambiato idea quando ho deciso di non affidarmi con troppa fiducia ai grandi guerrieri e maghi che è possibile evocare a ripetizione, anche quando sconfitti, durante questa boss fight. Entrati nell'immane arena di rena rossa, quasi marziana, i Senzaluce possono trovare i segni per indurre svariati alleati a unirsi alla battaglia, mentre Radhan lancia dardi punitivi a ripetizione. Quando le evocazioni raggiungono il boss, questi comincia a menarli fino all'estinzione e si dice che il Senzaluce possa lasciare a loro il compito di terminarlo, vagando lontano sul suo destriero e avvicinandosi solo quando sarà possibile richiamare gli alleati estinti. Ho provato innumerevoli volte questa tattica, ma oltre che fallimentare si è rivelata davvero lunga e tediosa.

    Ho deciso quindi di combattere spada contro spade, avvicinandomi veloce in groppa a Torrente solo per calare uno o al massimo due fendenti e poi allontanarmi, per evitare contrattacchi devastanti. Così lo scontro assume una dimensione senza dubbio frenetica ma assai più gratificante, includendo il giocatore in una maniera più attiva, disperata ma eroica. Dopo avere sconfitto Radhan sono tornato qualche volta a sostare su quella terra rossa, bagnata da un mare intangibile e avaro, per godere qualche momento di quiete nel suo ormai inoffensivo vuoto.

    Rennala La Regina del Plenilunio

    Si tratta di un duello non troppo ostico, anzi, tuttavia è rappresentato con una dolente grazia, lirico più che epico. Situata nella macabra Accademia di Raya Lucaria, Rennala appare quasi come una strega Bayonetta privata di ogni sensualità e tragica nella sua sterilità. Durante la prima fase del combattimento levita avvolta da una sfera dorata di placenta magica, lasciando che le sue devote combattano per lei; queste sono innumerevoli e lanciano libri eterei o vomitano fuoco. È tuttavia sufficiente individuare tra queste sventurate quelle avvolte da un'aura lucente, cosicché, una volta sconfittene tre, Rennala cade al suolo in un modo quasi impietoso e addirittura commovente, affinché il Senzaluce la massacri indifesa.

    Lo scenario ecclesiale muta nella seconda fase, divenendo un ultradimensionale, vitreo lago illuminato dalla luna piena. Qui la donna semidivina comincia a lanciare fulminanti magie che possono nuocere assai, oltre che a evocare gli spettri di lupi e altri nemici che conviene evitare o lasciare alla cura di un'eventuale spirito cinereo. Da vicino, con un'arma da taglio efficace, Rennala è quasi inoffensiva, tanto che dispiace persino sconfiggerla, non fosse tanta la sua evidente disperazione. La ritroveremo dopo, utile e servile, una divinità caduta, umiliata e offesa, lusingando pentimenti e indecisioni del giocatore, quasi un'incarnazione di tutto l'Interregno che si prolunga sfiancato in un'inarrestabile deriva verso la fine.

    Maliketh La Lama Nera

    Non c'è il dubbio dell'opzione: Maliketh va affrontato e lo troveremo nei meandri sospesi e rotti della grande città di Farum Azula, cinta da vortici d'aria tempestosa. L'ho considerato il nemico "obbligatorio" più ostico di Elden Ring, persino più della coppia temibile di avversari che si affrontano per terminare il gioco, anche se le condizioni super umane raggiunte prima del finale, oltre le altre terrificanti battaglie sostenute, possono alterare il mio giudizio.

    Maliketh si presenta in due forme: la prima è quella di un prone monaco ammantato da una tonaca, una guisa bestiale ma indistinta. Sconfiggere questo monaco abnorme non è un'impresa difficile, sebbene lanci tremendi attacchi di terra e roccia e ci sia il rischio, schivando, di cadere nell'abisso. La difficoltà giunge dopo, quando non troppo stremati e illusoriamente vittoriosi, possiamo ammirare la rivelazione della Lama Nera in un segmento di animazione non interattiva che è tra i più spettacolari e potenti di Elden Ring, nella sua grandguignolesca e ferina epica. Maliketh è una chimera antropomorfa tra licantropo, tigre e gigante, omaggio struggente come altri, ma ancora di più, all'arte di Kentaro Miura. Malgrado le dimensioni, Maliketh rivela un'agilità spaventosa, tanto che è difficile identificare i suoi movimenti e avvicinarsi per ferirlo prima che balzi via, vorticando colpi annientanti che spesso colgono proprio durante il tentativo, ormai fallimentare e fatale, di un altro affondo. Possono aiutare il Senzaluce le grandi colonne che circondano la sala, il loro riparo talvolta funziona, altre no; tuttavia girare attorno a queste, se Maliketh decide di seguirci invece che balzare di qua e di là, può essere utile per sorprenderlo con diversi attacchi e quindi probabilmente atterrarlo. Una boss fight da registrare e rivedere, più bella da guardare che da giocare, perché quando si vive sembra un'astrazione nel vortice rosso e nero della sua ipercinetica crudeltà.

    Astel Progenie del vuoto

    Probabilmente se fossi stato così intelligente da utilizzare la magia e non la mia Claymore brandita a due mani, questo impressionante combattimento ai confini con il vuoto sarebbe stato più elementare. Invece si è rivelato assai arduo, dovendo stare sempre nei pressi di questa pseudo-zanzara gargantuesca con la scheletrica e umana testa cornuta. Così come purtroppo si è dimostrato inutile per il mio personaggio l'ambito premio che consegue poco dopo la sconfitta di Astel, ovvero la grande Spada della Luna: per brandirla con efficacia ci vuole 34 di Intelligenza e io non ci arrivavo neanche lontanamente.

    Ma il viaggio allucinante per arrivare ad Astel è un'avventura favolosa, seconda solo a quella di cui tratterò alla fine di questo articolo, e lo scontro possiede quella lovecraftiana mostruosità che rimanda a Bloodborne più di ogni altro

    duello sostenuto in Elden Ring. Combattere Astel corpo a corpo, anche con il supporto del mio clone, è stata una cosa assai ardua in mezzo al caos delle grandi zampe del mostro, capace di attacchi in grado di terminare senza pietà persino il Senzaluce più difeso dall'armatura; ecco perché è fondamentale, in generale, se si vuole combattere con la spada, aumentare di molto anche il "vigore", affinché la schivata non sia rallentata dal peso e si possano evitare con celerità i morsi, le botte e gli incanti. Fuga perpetua attraverso cadute città sotterranee, laghi di sangue infetti, cascate scarlatte che bagnano templi di insetti supplizianti, la discesa all'interno di una bara. Un'avventura tetra, ributtante, buia ma indimenticabile.

    Malenia La lama di Miquella

    Ho a lungo pensato che sconfiggere Malenia, sublime valchiria dall'infranta, malata nobiltà, sarebbe stato impossibile. Caduta dopo caduta, ero sul punto di cedere, di arrendermi persino grato per avere incontrato questa guerriera

    incomparabile. Avrei potuto muovermi oltre, verso la fine di Elden Ring, già lieto ed esaltato dalla smisurata avventura che mi aveva infine portato al suo cospetto, una missione opzionale che mi chiedo come possa esserlo, considerata la sua straordinaria qualità. Eppure non sono riuscito a rinunciare e l'ho infine sconfitta, forse più per fortuna che per bravura (il mio utilissimo clone non è perito durante la prima fase) , tornando a provare quell'estasi vittoriosa che possono garantire i capolavori di From Software, un'emozione assai simile a quando sconfissi Artorias in Dark Souls, personaggio che condivide con Malenia una simile cavalleresca, mortale aristocrazia.

    Per trovare Malenia è necessario viaggiare in una enorme area segreta nelle terminali terre proibite e già solo per giungervi si deve sconfiggere necessariamente il cattivissimo comandante Niall a Castel Sol. A questo punto si viaggia per villaggi di assassini invisibili, si discendono gli immensi rami di un albero-tempio che sembra Lothlorien marcescente e decaduta, ci si inoltra attraverso palazzi abitati da centinaia di nemici comuni quanto pericolosi, un'Osgiliath lasciata al dominio di orchi e Nazgul (cito di nuovo il Signore degli Anelli di Tolkien immaginato da Jackson perché c'è davvero tanto delle sue idee scenografiche in Elden Ring).

    Ecco quindi la rivelazione di Malenia dopo un preludio filmico grandioso, ipnotico; la guerriera sembra quasi inoffensiva mentre si avvicina lenta e solenne. "Sembra", appunto, perché poi si dimostra implacabile, una morte danzante avvolta dalle tempeste della lunga lama. Ogni volta che la spada tocca e ferisce il Senzaluce la guerriera si cura, così che i colpi dapprima andati a segno si rivelano inutili.

    Mai farsi toccare dalla Lama di Miquella, anche parare con lo scudo è cosa effimera. Bisogna evitarla e basta, anche durante la seconda fase -di nuovo preludiata da immagini magnifiche - che comincia con un attacco capace di eliminare chiunque in un battito di ciglia. Eppure alla fine tutto muore e trascorre nel ricordo, anche nei giochi di Hidetaka Miyazaki. E della splendente, afflitta Malenia non resta che un grande fiore dai petali rosa-rossi, una dolce e monumentale lapide in memoria della sua grandezza, il cuore dell'Interregno, l'epicedio in onore di un capolavoro.

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