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eSport: è il momento di abbattere l'ultima e più importante barriera!

Everyeye.it prova, con l'apertura di una sezione dedicata, a convogliare le energie dei gamer in un'unica onda....

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Sono sempre stato un videogiocatore. Ho memoria di quando con il cacciavite modificavo la "testina" del mangianastri per le cassette del C64 solo per far funzionare i diversi giochi; credo avessi circa 7 anni. Non ho mai smesso, ho cavalcato ogni console war ed ogni epoca storica, seguendo il mercato grazie alle riviste specializzate e ai pochissimi rivenditori di videogiochi esistenti negli anni '80 e '90.

All'arrivo di internet fui uno dei primi ad avere una connessione veloce, ISDN. Pregai mio padre di installare questa tecnologia in casa solo ed esclusivamente per un motivo: giocare a Quake online. Era il 1997 e per me quello è stato un punto di svolta; il momento in cui ho abbandonato totalmente la mia passione per i videogiochi per seguirne un'altra, identica dall'esterno, ma profondamente diversa. Il netgaming, come si chiamava all'epoca, o esport come è impossibile non chiamarla oggi. Quando ho cominciato la mia carriera come giocatore competitivo non pensavo certo che avrei dedicato l'intero mio tempo libero a migliorarmi per partecipare alle competizioni di un singolo gioco per anni.

Da Quake passai a Starcraft e credo di aver giocato a quest'ultimo titolo e al suo successore, Warcraft III, dal 1999 al 2005, senza mai nemmeno pensare di riavvicinarmi ai videogiochi single player.

Se penso ai titoli che non ho provato e di cui nemmeno sapevo l'esistenza nel periodo in cui sono stato un cyber-atleta mi viene da piangere. Ho saltato completamente l'era della prima Playstation, quella in cui la macchina Sony combatteva con un certo Nintendo 64, console dove sono usciti tra gli altri Super Mario 64 e Zelda: Ocarina of Time, l'ex gioco più bello della storia. Quando ho smesso con le competizioni ad altissimo livello, ho fortunatamente recuperato con un emulatore almeno quest'ultimo: mi è toccato giocarlo senza il fantastico pad di N64 e senza rumble. Avete letto bene: i segreti li ho dovuti cercare "a manella", come con il primo Zelda su NES: un'esperienza meravigliosa ma parecchio faticosa. A dirla tutta comprai un GameCube quasi all'uscita e quindi affiancai, fortunatamente, Metroid Prime, Super Mario Sunshine e altre perle alle sfide online agli RTS. Rimane comunque il rammarico per non aver provato tantissimi storici titoli usciti in quegli anni. Pensate che ho dovuto recuperare PS2 in piena era Xbox360/PS3: non potevo lasciare indietro giochi come God of War.

Semplicemente, mentre ero un gamer competitivo i videogiochi non mi interessavano più. Sembra un controsenso ma è assolutamente così.

Sia chiaro, io mi sono divertito davvero tanto grazie ai videogiochi competitivi. Quando ripenso al periodo in cui partecipavo ai tornei mi commuovo pensando ai viaggi in macchina alla volta di LAN storiche come ILP o NGILAN, alle durature amicizie che ho stretto, alle forti emozioni che ho provato vincendo e perdendo e ai viaggi internazionali in cui mi sono imbarcato per partecipare come giocatore ad alcuni dei più importanti eventi della storia dell'esport.

La mia esperienza come campione italiano di Starcraft: Brood War, Warcraft III e Warhammer 40k: Dawn of War Winter Assault mi ha privato, ovviamente, di altre esperienze videoludiche ma mi ha regalato ben tre mestieri; non avrei mai cominciato a scrivere se non fossi salito su quell'areo per Seoul nel 2001 insieme alla prima nazionale italiana videogiochi. Non sarei nemmeno qui su Everyeye.it, probabilmente, portale che ringrazio per l'opportunità offertami e per il coraggio dimostrato nel voler provare a disintegrare una barriera che, come avrete capito, divide i videogiocatori più di quanto già non lo siano grazie a PCMaster Race, console war o semplici fanboysmi per questo o quell'altro titolo.

Veniamo al dunque: i videogiochi competitivi, gli esport, utilizzano lo stesso mezzo di quelli single player ma rappresentano totalmente un altro tipo di divertimento e piacciono ad un altro tipo di pubblico. Posso dimostrare con numerosi esempi quanto la mia storia di appassionato di entrambi sia quasi unica. Uno dei giocatori di RTS più forti mai esistiti in Italia è stato Andrea "Caf" Stirparo, non aveva mai videogiocato prima di Starcraft... neanche a Super Mario! La maggior parte delle persone che si avvicinano ai tornei di videogiochi lo fanno grazie all'amore per la competizione: di solito a smuoverli è il passaparola, non il semplice giocare ad un videogioco in multiplayer.

Dall'altra parte, chi invece segue il mercato dei nostri preziosi sogni di pixel, ha interesse quasi nullo verso l'esport. Molti pensano che guardare una partita su twitch sia una perdita di tempo e non un intrattenimento: l'adagio è "meglio utilizzare il mio tempo giocando, piuttosto che guardare altri giocare". Inoltre anche quando si gioca in multiplayer c'è solo voglia di divertirsi non di competere: la stragrande maggioranza di voi ha giocato a un COD, online ma solo una percentuale irrisoria si è poi andata ad informare su dove potesse competere con altre persone in un torneo. È una situazione anomala, strana.

I vasi non sono comunicanti e le divisioni fortissime. Mentre gli sponsor o i giornalisti ci vedono come un solo popolo, siamo due bestie totalmente diverse ed ognuna va catturata con una differente esca. In queste settimane, grazie alla notizia del CIO e del presunto riconoscimento degli esport come sport, si sono sprecati commenti sui videogiochi, nemmeno quelli competitivi, e sulla loro sedentarietà. Il più comune? "Wow non sapevo che le mie 100 ore a Dark Souls mi rendessero uno sportivo". La verità è che non ti rendono neanche un esportivo (scusate il neologismo), figuriamoci se saranno utili per tenerti in forma.
Concludendo, quindi, perché esiste questa barriera? Perché esiste questa divisione, netta, che non permette ai milioni di appassionati di videogiochi di non diventare, nemmeno lontanamente, appassionati di esport? Quando un giorno ci saranno (si spera) le olimpiadi dei videogiochi, quanti di voi lettori di Evereye si guarderanno anche solo per curiosità una partita della nazionale azzurra a PUBG?

La sezione che guardate con i vostri occhi in questo momento prova a rispondere a questa domanda con un "più di quanto pensi"! Perché l'idea dietro a Everyeye eSport è unire, e non dividere ulteriormente. Per la prima volta infatti un portale specializzato di questa mastodontica dimensione investe tempo, denaro e risorse nel far conoscere al proprio pubblico gli esport. E' ciò che personalmente ho sempre auspicato: non voglio uno qualunque a tifare Reynor (uno dei più forti giocatori di SC2 in Italia, al secolo Riccardo Romiti) alle prossime olimpiadi invernali di PyeongChang, voglio chi già mastica e capisce i videogiochi. Perché per me, che faccio il caster, spiegare perché una railata a Quake Champions è bella o meno ad un appassionato di hockey è impossibile. Trasmettere le emozioni che provo mentre osservo una partita ad una persona che parla la mia stessa lingua mi sembra invece naturale.

Ecco perché questo momento storico, in cui gli esport sono sulla bocca di tutti, rappresenta un'opportunità davvero importante per abbattere questo muro di indifferenza. Ci saranno sempre più eventi, sempre più opportunità di seguirli, sempre più giocatori appassionati e a questo movimento servono entusiasti di tutte le categorie, non solo ex player competitivi ormai attempati come il sottoscritto. E chissà che gli esportivi non ricambino il favore: dopo aver concluso le loro sessioni di allenamento verranno proprio qui, su Everyeye, a lasciare un commento riguardo ad un videogioco di prossima uscita. Lo so, è complicato. Rimango però dell'idea che se gli esport vogliono crescere, se voglio vedere il mio sogno ventennale realizzato, non bisogna andare in TV, sulla stampa generalista o alle olimpiadi, ma spiegare e divulgare la nostra passione agli unici che possono comprenderla: voi.

Questo sito è il primo passo nella giusta direzione.