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eSport e scommesse: fenomenologia della rischiosa ascesa del betting

Le scommesse sono ormai parte integrante dell'ecosistema esport, con le loro peculiarità...e quel che ne consegue.

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  • La scommessa è insita nella natura umana. In fondo, ogni volta che prendiamo una decisione, "scommettiamo" su ciò su cui abbiamo riversato la nostra fiducia. La scommessa appare legata alla capacità di un individuo, messo di fronte a un ventaglio di opzioni, di operare una decisione in maniera cosciente o, in molti altri casi, d'impulso. Tale attitudine varia da persona a persona in base a molteplici parametri diversi, impossibili da ricondurre a una standardizzazione monolitica. Tra questi troviamo, ad esempio, la propensione - più o meno spiccata - al rischio, la volontà di mettersi in gioco e accettare di buon grado nuove sfide, la "fame" di adrenalina che può scaturire dal confronto con l'ignoto, la capacità di autocontrollo e così via. L'ingegno umano, sin dai tempi antichi, ha fatto della scommessa anche un'attività ludica, basata sugli eventi più disparati e legata solitamente a un investimento ad alto rischio, ma dal potenziale guadagno monetario immenso.

    L'esport non poteva certo rimanere esente da tale fenomeno. Anzi, con l'improvviso boom del settore, l'entrata di investimenti imponenti, la sua assenza di barriere, il proliferare di siti dedicati unicamente al gaming competitivo e l'enorme esposizione raggiunta dai portali di betting grazie a sponsorship mirate su maglie dei giocatori ed eventi, si può dire affermare che l'esport betting sarà (anzi, lo è già) la "next big thing" del prossimo futuro.

    Da più parti, comunque, vengono sollevati con costanza timori legati alla corretta crescita del settore. Portali illegali, pubblico di giovanissimi esposti al gioco d'azzardo, collusioni e accordi per pilotare il risultato dei match sono solo alcuni dei punti che ancora non hanno trovato soluzione. Non solo: sono stati addirittura accentuati in maniera allarmante dallo scoppio della pandemia di Covid-19. Perchè? Cerchiamo di fare un po' di chiarezza.

    Cash betting e skin betting

    A differenza dello sport tradizionale, nell'esport il "betting" si può trovare sotto forma di una dualità del tutto peculiare, meritevole di attenzione. Nell'esport, così come per ogni altra forma di scommesse, troviamo anzitutto il "cash bet" e il "crypto currecy bet". In pratica, la prima non è altro che la puntata con denaro reale vecchio stile mentre, la seconda, sfrutta semplicemente le criptovalute.

    Maggiormente caratteristico, per il gaming competitivo, è il cosiddetto "skin bet" o "skin gambling", ovvero scommesse legate agli oggetti cosmetici. Un sottobosco quest'ultimo sorto (e inizialmente alimentato) dal tactical shooter di Valve, CS:GO. È oramai risaputo che molte skin possono arrivare a valere anche decine di migliaia di dollari e che, negli anni, hanno arricchito un mercato illegale dal giro miliardario capace di coinvolgere titoli come CS:GO, appunto, DOTA 2 e PUBG (nonostante i ripetuti tentativi del creatore Brendan Greene di schiacciare tale fenomeno).

    Il problema, in questo caso, risiede nell'API di Steam che consente di trasferire (grazie al Marketplace) gli oggetti cosmetiti all'esterno della piattaforma verso siti terzi, pertanto non soggetti al controllo di sviluppatori o proprietari e, quindi, al di fuori di qualunque regola possa calmierare il mercato.

    Nel corso degli anni lo "skin trading" si è espanso in maniera incontrollata: streamer e siti più o meno affidabili hanno guadagnato una fortuna nel commercio degli oggetti cosmetici, tanto da destare la preoccupazione soprattutto negli Stati Uniti. Sono innumerevoli, infatti, le sentenze e le interrogazioni che hanno affrontato il problema, cercando far rientrare questa pratica dilagante e dannosa sotto ombrelli giuridici vetusti e palesemente non adatti allo scopo.

    Il proprietario dei FaZe Clan, poche settimane fa, l'ha persino ammesso candidamente e senza vergogna: l'organizzazione aprì, in un paradiso fiscale, la sede di un sito di scommesse e rivendita di skin con l'obbiettivo di acquistare un team per competere, poi, proprio in CS: GO. I FaZe, all'epoca, fecero così tanti soldi da permettersi il lusso di chiuderlo dopo appena pochi mesi. Non solo, tuttora pare - sempre secondo il proprietario dei FaZe - che ci siano ancora molte altre organizzazioni impegnate in queste attività di "autofinanziamento".

    Come entra il mercato delle skin nell'esport? Semplice: provate a immaginare gli oggetti cosmetici come fossero le fiches (o chip) di un casinò. I giocatori piazzano la puntata sul match su cui vogliono scommettere gettando sul piatto virtuale le skin che posseggono. Il vincitore, alla fine, si prende tutto il piatto e può successivamente farne ciò che vuole, anche chiaramente rivendere le skin in cambio di denaro reale. Valve, in merito al proliferare di tale pratica, ha passato grossi guai negli USA tanto che, nel 2013 e 2017, la stessa compagnia cercò di arginare il fenomeno attraverso un'imponente operazione di crackdown dei portali che proponevano questo tipo di mercato nero.
    Una stretta durata poco, visto che l'assenza di una regolamentazione adeguata e la semplice elusione in paradisi fiscali ha condotto a un rifiorire dello skin gambling in tutto il mondo.

    Match fixing, collusione, leak online

    Il vivace mercato delle scommesse va da sempre a braccetto anche con il conflitto di interessi. Non sono rari nello sport tradizionale i casi in cui atleti, dirigenti, addetti ai lavori scommettono tramite prestanome sulla loro prestazione o su quella di altri, pilotando in maniera fraudolenta il risultato in modo da gabbare il sistema.
    Tale fenomeno risulta ancor più grave e nocivo nell'alveo dell'esport, a causa dell'assenza non solo di regole chiare, uniformi e codificate, ma anche della parcellizzazione di sedicenti "governing body" sparsi per il mondo, tutt'ora incapaci di sovraintendere con adeguatezza l'intero sistema. L'ESIC ed ESL hanno cercato di dare uniformità - almeno per i tornei del colosso tedesco - ma c'è ancora troppa frammentazione. Senza contare, poi, l'inerzia di molti sviluppatori che si rifiutano addirittura di prendere in considerazione la questione.

    Ad ogni modo a differenza degli sport, in cui chi bara (a meno che non sia doping) può essere facilmente smascherato da un occhio attento, un pro player malizioso può celare le proprie intenzioni dietro la tecnologia (ad esempio con cheat appositi) o, semplicemente, può accordarsi con i giocatori avversari sul risultato finale. Stiamo parlando del fenomeno del match fixing, che può integrare le fattispecie di collusione (ovvero l'accordo illecito per ottenere reciproci vantaggi) e corruzione ed è sempre più invalso nella pratica esportiva.

    I casi sono innumerevoli, causati principalmente dall'improvvisa impennata dei prize pool (che fa gola alla pletora di pro player semi-sconosciuti, ben lungi dal vantare i guadagni milionari di una manciata di super celebrità) e, appunto, dal giro delle scommesse. Le vincite con questo metodo sono sicure, ricche e rapide.
    Alla fine, per un professionista che conosce a memoria ogni segreto del titolo a cui gioca, potrebbe essere potenzialmente semplice occultare la volontarietà in un "miss play" o addurre presunti intoppi di natura tecnica.

    Inciampi che possono, delle volte, essere reali (e indotti) e coinvolgere persone che gravitano nell'orbita degli addetti ai lavori. Con l'esport, infatti, è possibile fare qualcosa che nelle competizioni sportive non è concepibile: pre-registrare i match e trasmetterli in un secondo momento.

    Provate a immaginare l'immenso vantaggio che potrebbe trarne qualcuno già a conoscenza dei risultati: rivendita dei leak, manipolazione delle quote delle scommesse, puntate mirate e così via. Credete sia impossibile?
    Beh, è già successo, negli Stati Uniti, in occasione del Pro Tournament di NBA 2K dello scorso aprile. Le partite, a dispetto di quanto dichiarato inizialmente, erano state registrate.

    I bookmaker - che non ne erano a conoscenza - si sono accorti che qualcosa non andava da un semplice episodio: sul giocatore con il seed peggiore del torneo, Derrick Jones, si era improvvisamente concentrato un afflusso di scommesse anomalo proprio poco prima della trasmissione del match contro Kevin Durant, il favoritissimo del torneo. Con le quotazioni compromesse, i bookmaker hanno dovuto chiudere in fretta e furia le puntate e investigare sul fattaccio, scoprendo l'arcano. Qualcuno, evidentemente, ne era a conoscenza e la "fuga" dell'infomazione in rete ha fatto il resto.
    Se è accaduto in occasione di un evento del genere, chi può dire che non succederà in futuro in tornei minori, privi di un controllo così attento?

    Il boom derivante dal Covid-19

    L'esplosione dell'emergenza sanitaria legata al COVID-19 ha stravolto la routine e le abitudini di tutti. L'emersione della necessità del "distanziamento fisico" (non chiamiamolo "sociale"; il termine non può esser infuso di accezione negativa) ha portato all'improvvisa cancellazione della - quasi - totalità degli eventi sportivi di ogni ordine e grado.
    Anche il settore esport ne ha risentito, soprattutto perché lo stesso trae la sua linfa vitale proprio dagli eventi dal vivo. Eppure il gaming competitivo è stato l'unico settore a rimanere attivo e vitale anche sotto il più stretto lockdown. Come? È bastato spostare le competizioni da "live" a "online". Sul contraccolpo per la crescita del settore se ne potrebbe discutere a lungo, ma lo faremo in separata sede.

    Ad ogni modo, il soprendente e subitaneo interesse del mondo è stato calamitato da questo strano fenomeno, che continuava a esistere in barba a qualunque chiusura.
    I risultati si sono resi evidenti sin dalle prime settimane: leghe e federazioni sportive si sono affacciate - alcune per la prima volta - all'esport e allo streaming, iniziando a proporre tornei ed eventi speciali con le loro stelle più fulgide, nel tentativo di imbrigliare l'interesse degli appassionati e di rientrare (in parte) dalle ingenti perdite economiche derivanti dai diritti televisivi e dal turbinio di sponsorizzazioni e operazioni commerciali andate in fumo.

    La NBA, la MLB, la NFL, la NASCAR, la Formula 1, il motomondiale, il ciclismo, il tennis, le leghe calcistiche e molte altre si sono gettate nel gaming per cercare di trovare una soluzione all'improvvisa assenza di contenuti tradizionali. L'esport ha, di conseguenza, incassato quantità impressionanti di sponsorizzazioni e accordi: il Virtual Grand Prix è stato trasmesso su ESPN, Fox Sports, NBC e online ha avuto picchi da tre milioni di spettatori; mentre in Finlandia, le leghe di hockey hanno disputato i loro campionati su NHL 20 e anche la Formula E ha continuato il proprio campionato - ufficiale - in digitale.

    Per gli appassionati di sport questi eventi sono stati una manna dal cielo. A digiuno di qualsiasi manifestazione, hanno rivolto la loro attenzione verso queste "nuove" forme di intrattenimento, fattore che ha condotto a un conseguente aumento esponenziale delle scommesse. Un fenomeno, tra l'altro, che è stato curiosamente favorito dallo stravolgimento degli stessi eventi esport.

    Spieghiamo meglio: i tournament organizer, per accontentare le organizzazioni professionistiche, hanno dovuto metter mano al calendario e modificare in corsa i format di tutti i tornei (basti vedere i campionati Activision Blizzard: CoD e Overwatch League). Questo particolare avvenimento ha riverberato i propri effetti proprio sulle scommesse in quanto l'aumento del numero delle partite ha portato a un deciso incremento delle possibilità di scommessa da parte del pubblico.

    Ora, con la ripartenza dello sport tradizionale, parte dei "parvenu" delle scommesse esportive tornerà a frequentare lidi decisamente più conosciuti, anche se ormai la via per il successo dell'esport betting è spianata. Tutti i bookmaker, infatti, concordano su una cosa: questa pandemia, per loro, sul lungo termine si rivelerà estremamente vantaggiosa.

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