Everyeye Awards 2017: la Top 5 Videogiochi di Tommaso Montagnoli

Da Wolfenstein II The New Colossus a Horizon Zero Dawn: Tommaso "Todd" Montagnoli ci svela i suoi videogiochi preferiti del 2017.

speciale Everyeye Awards 2017: la Top 5 Videogiochi di Tommaso Montagnoli
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Il 2016 ce lo ricordiamo tutti, è stato l'anno del "naah, ma non esce nulla, solo annunci e remake, vogliamo nuove IP!". Lo diciamo ogni volta, ma in fin dei conti, anche se per il sottoscritto è stato l'anno di Uncharted 4, di Overwatch, di Inside, ci poteva anche stare. Insomma, c'è stato qualche periodo affollato, è vero, ma c'è stato anche un tempo (piccolo) per rigiocarsi qualche vecchia gloria. Il 2017, invece, è stata tutta un'altra storia: un carnevale fragoroso e scalmanato di titoli e nomi strepitosi, talmente concentrati e ben distribuiti da riempire praticamente ogni singola settimana, e mentre facevo il triplo carpiato per trovare anche solo venti minuti da dedicare a Wolfenstein, in casa non mi bastavano più i fogli per aggiornare l'ormai chilometrico backlog.
Che poi stilare una personale Top 5, giornalista o meno, è sempre un gran casino: voglio dire, è facile accatastare i migliori in cima, scremare dalla grande ammucchiata, ma poi come fai -realisticamente- a scegliere "il migliore" fra uno Zelda e un Divinity Original Sin 2. Non si può, sarebbe un po' come scegliere fra i Beatles o i Rolling Stones, fra gli Oasis e i Blur. Voi magari ce la fate, io no, non ci sono mai riuscito e non ho mai voluto. Le gerarchie piramidali non fanno per me, e poi si finirebbe con la solita chiacchiera tipo "in quello ci sono più poligoni e particellari" o "vuoi mettere con la profondità del gameplay di quell'altro?", o ancora "eh ma, l'impatto storico di Super Mario...".
Dobbiamo proprio raccontarci che l'intreccio di Horizon è più semplice di quello di Torment? Ma anche no. E allora, proprio mentre pensavo all'analogia musicale, mi sono detto: perché non raccontare una Top 5 con la musica? Uno scambio di sensazioni, esperienze e mood fra il mondo musicale e quello videoludico. Così ho ripreso in mano tutti i dischi che ho consumato in quest'ultima annata, i singoli, i radio edit, li ho mixati col più anarchico degli shuffle, e alla fine ne ho tirato fuori una sorta di personalissima playlist. Quella che state per leggere è una cosa scritta di pancia, parecchio emotiva, eppure vi sembrerà strano, ma una volta finito di rileggere il pezzo, mi sono accorto che persino i nomi degli album avevano qualcosa in comune con i titoli citati. Fidatevi, vi basterà leggere la prima entry per capirci al volo, e chissà che non sia l'occasione giusta per aggiornare anche la vostra libreria iTunes...

Wolfenstein II The New Colossus

É arrivato l'IDTech6, tu corri alla velocità della luce, e ci sono ancora più nazisti da sfracellare contro le pareti. É per via che sono nazisti? Forse, ma vi giuro che potevano essere anche degli Khmer Rossi Cambogiani, con un ritmo così li avrei trinciati ugualmente a colpi di Schockhammer (per il sottoscritto, il miglior shotgun di sempre). Ora, al netto delle nuove aggiunte e di alcune cose che invece -purtroppo- sono sparite, nell'ultimo titolo dei Machine Games c'è veramente cristallizzata l'anima dello sparatutto duro e puro, persino più duro dell'ultimo Doom.

Hai un contatto viscerale con la terra che ti scivola sotto gli stivali, il ritmo dei passi di Blazkowicz è incredibile e il rumore del piombo è ancor più incredibile, ed ha infinitamente più carisma del plasma o di un blaster. C'è una storyline dai tratti esagerati stile B-Movie, ci sono delle aree belle grosse da esplorare e c'è perfino più stealth di The New Order, ma se provi a correre non ti fermi più. Ecco: Wolfenstein II è l'unico sparatutto che mi fa venir voglia di correre incontro ai nemici e prenderli a testate seguendo il ritmo dei colpi di cassa in quarti. Qui l'abbinamento musicale era lampante; provate a metterci sotto "God Complex" di Perturbator, e in generale tutto l'ultimo disco "New Model", e ditemi se riuscite a fermarvi. Wolfenstein II è il mio beat del 2017, quello volgare, quello brutale. Quello di cui avevo bisogno.

Horizon Zero Dawn

Ho amato Horizon in ogni suo asset, in ogni sua fibra, in ogni suo fotogramma. Perfino la semplicità della trama mi è sembrata più che mai appropriata, perfettamente aderente alla bellezza incontrovertibile delle immagini che scorrevano su schermo. Ho amato "svestire" le belve sintetiche, staccargli ogni pezzo di corazza dal corpo, ogni condensatore, ogni serbatoio nascosto. Ma c'è una cosa che ho amato ancora di più: la proposta di un viaggio nelle terre selvagge. Aloy c'è riuscita più volte, e mi è piaciuto soprattutto nei momenti di silenzio, mentre dribblavo i nemici o mentre ero accoccolato (disperso) in qualche vallata, troppo occupato a cazzeggiare senza una vera meta, sotto le stelle in 4K.

Durante il primo playthrough mi sono "accontentato" della OST messa in piedi da Guerrilla, ma nella seconda metà dell'anno sono tornato a cercare quei momenti, nella fase di relax post-platino, ed ho provato a metterci una mia colonna sonora, e indovinate a chi è toccato? A Björk. Al suo ultimo disco, Utopia. Un po' musica classica, un po' orchestre da camera e Synth, accompagnati da testi di marmo, che non li puoi mai capire fino in fondo, solo accettare. Ci sono spazi giganteschi fra una parola e l'altra, imponderabili, esattamente come i deserti e le foreste di Horizon. Non volevo più andare da nessuna parte. Volevo perdermi lì, restando solo a guardare, e mi sono perso di nuovo. Björk è stata la parafrasi musicale del mio Zero Dawn, la contemplazione estetica degli spazi videoludici.

The Legend of Zelda Beath of the Wild

Perché Zelda? Già la domanda suona inappropriata. Zelda è tutto, una sorpresa dopo l'altra, e alla terza run ancora continuano ad arrivare. Zelda è un carisma inspiegabile: la fusione fra il fantasy-pop occidentale e la migliore delle favole Giapponesi, elegante e sognante, come Laputa e Nausicaa. Eppure, Zelda per me è soprattutto il fascino del mistero, la mistica incomprensibile di un segreto nascosto. Non sono nemmeno i sacrari, gli infiniti discoletti fogliformi o i giochi di fisica, bensì la "melodia" che ti trasporta in giro per il mondo, l'equilibrio zen con cui ti lasci rapire da ogni faccenda, anche la più insignificante. Provo un senso di curiosità profondamente autentico quando gironzolo per la mappa di gioco; è una curiosità di tipo semplice, quasi infantile.

Un fascino indecifrabile con mezzi logici, almeno per il sottoscritto, perché anche se dovessi trovare uno schema (e ci ho provato!) non sarebbe veritiero. Non comprendi il perché fino in fondo, però funziona meglio di altri, funziona alla grande, e tutt'ora non riesco a staccarmi dal vodoo di Nintendo, esattamente come con mi succede con i dischi di Coltrane. Ecco: Breath of The Wild è stato per me come il Flow inimitabile (e irripetibile) di un grande disco Jazz, e nel 2017, quando si parla di Jazz, si parla di Kamasi Washington. Harmony of Difference EP, neanche l'ombra di un dubbio.

Cuphead

Lo avete amato più o meno tutti, lo avete osannato, e io sono maledettamente d'accordo con voi. Non c'è un singolo sprite creato dagli MDHR che non sia un capolavoro. Non c'è un boss che non porti con sé una trovata geniale. Non c'è uno swing della soundtrack che io non ricordi a memoria. Cuphead è un'opera prima brillante, portatrice sana di uno stile strepitoso e anche di un massiccio quantitativo di sfida. A proposito di sfida: per qualcuno i proiettili non erano abbastanza, ma per il sottoscritto lo erano eccome. Non mi succedeva da un bel po' di anni, ma questa volta ci sono cascato.

Al secondo giorno ero già in una spirale ipnotica, in un'ossessione forsennata; non riuscivo a prendermi pause, ma non c'era modo di avanzare, e mentre counter delle morti perforava l'atmosfera io contavo i passi a suon di charleston e ragtime. Tutto quel pianoforte saltellante sparava sin troppa allegria nell'aria, riusciva in qualche modo a distrarmi, e chissà perché mi rendeva instabile. Curioso, ma questa volta si tratta di un'associazione a contrasto, perché Scott Joplin e Jelly Roll sono assolutamente inscindibili dalla OST di Cuphead, siamo tutti d'accordo, eppure la testa mi è rotolata da un'altra parte; sono finito nei sobborghi del rock, quello di Austin, Texas, quello dei The Black Angels. Il disco si chiama "Death Song", ed è cupo, acido e pervaso da un groove disteso e allo stesso tempo martellante. Ci sono un sacco di cose in comune con le immagini a schermo, ma il risultato è inevitabilmente stravagante, a volte ancor più allucinogeno di quanto non sia già l'originale. In fondo il rock è sempre stato un liberarsi da qualcosa, un processo catartico, ed ho scoperto che funziona altrettanto bene come rimedio contro il ragequit. Se Cuphead era "il problema", i riff di Death Song erano la cura. Prendetelo come un esperimento, una musicoterapia d'urto.

Divinity Original Sin 2

Per decadi, se volevi mettere nella stessa frase di Baldur's Gate un altro titolo RPG dovevi pensarci bene, altrimenti avresti potuto scatenare un'insurrezione popolare. Ed è stato così fino allo scorso settembre, fin quando dal Belgio ci è stato consegnato Divinity Original Sin II; ovvero un rarissimo caso di videogioco senza detrattori o hater di qualsivoglia natura, poiché talmente prossimo alla perfezione da essere praticamente inattaccabile. Sarcasmo a parte, il team Larian è davvero riuscito a creare un titolo talmente completo e complesso da accontentare i palati di tutti gli appassionati, e fra questi, c'è ovviamente anche il mio. Rivellon è una pentola d'oro in fondo all'arcobaleno; un mondo enorme, intriso di un'infinita incalcolabile di esperienze, spesso nascoste, stratificate nello spazio e nel tempo, e comunque sempre diverse. La varietà è stata sicuramente la caratteristica che ho amato di più dell'intera opera, assieme all'enorme impegno richiesto al giocatore, che non deve essere intrattenuto, quanto piuttosto, stimolato attivamente. E mentre scrivevo queste ultime due righe, non ho potuto che pensare al mio amato Prog, genere preferito fino ai vent'anni e poi abbandonato in favore di altri lidi più progressisti (un po' come mi è successo con gli RPG). Guarda caso, negli ultimi anni il mondo indie ha visto un certo "ritorno" del suddetto genere, legato in maniera ancor più decisa alla nuova psichedelia, e pure al garage. C'è l'Australia in prima linea, ovviamente, e dopo alcune riflessioni, l'indice è finito sulla copertina di Polygondwanaland, l'ultimo LP dei King Gizzard & The Lizard Wizard. C'è tanto prog-rock cervellotico (ed impegnato), c'è l'oriente e il medioevo, c'è tanta rapsodia stile Camel è ci sono anche i synth e i fuzz alla Tame Impala. C'è tutto, come in Divinity: Original Sin II, anche se va detto: non è per tutti.