Fallout 76: Storia dei rifugi antiatomici, la magnifica vita post-nucleare

La corsa agli armamenti creò un'isteria collettiva che portò alla costruzione di migliaia di rifugi antiatomici, in previsione dell'apocalisse.

speciale Fallout 76: Storia dei rifugi antiatomici, la magnifica vita post-nucleare
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  • PS4
  • Xbox One
  • Switch
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • La meravigliosa vita post-nucleare inizia da un confortevole bunker. Chiaro, ammesso che riusciate a entrarvi prima del disastro atomico. L'idea di poter sopravvivere all'apocalisse, all'estinzione di ogni forma di vita è ovviamente insita nella natura umana. Puro e semplice istinto che ci spinge ad aggrapparci a ogni rimedio possibile e a cercare affannosamente la migliore soluzione per avere la possibilità di aver salva la vita. Questo istinto primordiale è stato sottoposto a una pressione senza precedenti in un periodo molto recente della storia, che ha portato a un nuovo livello il concetto di "rifugio". La corsa agli armamenti delle due superpotenze che si contendevano il controllo del mondo, susseguente la fine della Seconda Guerra Mondiale, e l'innalzamento della Cortina di Ferro è stata infatti accompagnata da un'isteria collettiva senza precedenti, le cui fila furono per buona parte tenute da astute campagne mediatiche e politiche in grado di mantenere le popolazioni in uno stato di costante tensione.

    L'orologio dell'apocalisse, le cui metaforiche lancette dal 1947 segnano quanti minuti mancano alla mezzanotte, in quegli anni (precisamente, nel '53) raggiunsero le 23.58. Appena due minuti da un'ipotetica fine della vita sulla Terra. Lo spostamento venne provocato dagli esperimenti degli statunitensi (e successivamente dall'URSS) di un nuovo tipo di bomba, quella all'idrogeno, caratterizzata da una potenza distruttiva tale da far impallidire quella sganciata dall'Enola Gay. Dal 1949 in avanti, soprattutto in territorio americano ma anche russo (basti pensare alla metropolitana di Mosca, idea efficacemente ripresa da Dmitrij Glukhovsky), venne a svilupparsi la cultura del rifugio antiatomico. Quest'ultimo doveva esser l'unico mezzo in grado di salvare interi nuclei familiari dal fallout, almeno secondo le molte pubblicità e le campagne propagandistiche dei governi (i cui toni "pop" sono stati portati all'estremo dalle opere targate Bethesda, tra cui l'imminente Fallout 76). In realtà si trattava di "protezioni" davvero effimere contro un'ipotetica guerra totale che le maggiori potenze hanno comunque cercato di evitare per disinnescare il rischio MAD (o Mutual Assured Destruction). La gente, comunque, ci cascò con tutte le scarpe. E iniziò a costruire rifugi nel giardino di casa alimentando una inaspettata, florida economia. Produttori di legno, cemento e acciaio fecero affari d'oro e non esitarono a pubblicare anche minuziosi opuscoli in cui istruivano l'acquirente sul miglior rifugio fai da te.

    Your one defense to fallout

    Certo, anche (e soprattutto) i governi si dotarono di enormi rifugi antiatomici tesi a proteggere la catena di comando e a garantire la continuità del governo eletto, di sicuro più attrezzati e all'avanguardia delle gettate di cemento o dei cumuli di terra imbastiti dalle persone comuni. I primi dovevano servire a scongiurare la caduta e mantenere il controllo della nazione, nonché per favorire la successiva ricostruzione. Emblematici, in questo senso, sono (almeno, quelli conosciuti negli Stati Uniti) il Project Greek Island, enorme bunker occultato sotto l'Hotel Greenbrier e in grado di ospitare il Congresso statunitense in caso di olocausto nucleare e, ovviamente, il celeberrimo complesso della Cheyenne Mountain. Questo mastodontico rifugio è sicuramente il più conosciuto e rappresentato in film e TV, essendo stato tra gli altri il centro di comando di Skynet e la base operativa della squadra Stargate SG-1 (ma appare anche in Indipendence Day e Wargames). Non possiamo, poi, dimenticare il complesso di Raven Rock, che Bethesda ha simpaticamente voluto rendere la base operativa dell'Enclave. Ma torniamo a noi. Nessuno sa esattamente quanti rifugi sono stati costruiti nel corso della Guerra Fredda (e anche dopo).

    Centinaia di migliaia di americani hanno costruito il loro sogno post-apocalittico. Le locandine pubblicitarie raffiguranti patinate famiglie sorridenti nel bunker, i messaggi della protezione civile, le pubblicazioni (come il Survive to Atomic Attack e il Fallout Protection), le continue esercitazioni, e la promessa della sicura salvezza hanno instillato per anni nella testa degli americani la necessità di proteggersi, creando così un bisogno irrinunciabile come quello del rifugio antiatomico pubblico (grazie al Fallout Shelter Community Program) o quello a conduzione familiare.

    How to survive

    Quali erano gli accorgimenti da adottare (o consigliati dai dépliant) per garantire un minimo di vivibilità agli eventuali sopravvissuti e la protezione dalle radiazioni emanate dal pericoloso materiale radioattivo presente nel fallout delle ore/giorni successivi all'esplosione?
    Anzitutto vanno distinte le diverse tipologie di radiazioni. Le radiazioni di tipo Gamma sono le più infide, provocate dal decadimento del nucleo atomico e dotate di un maggiore grado di penetrazione, rispetto alle Alfa e alle particelle Beta.

    La struttura di un bunker antiatomico viene di solito progettata per cercare di tenere all'esterno del rifugio proprio questo tipo di radiazioni. Per questo le tradizionali strutture che abbiamo imparato a conoscere da film, documentari, racconti si compongono di materiali caratterizzati da una densità molto alta e vanno a comporre strutture dalle pareti molto spesse: come le colate di cemento armato, i rivestimenti in piombo, terra pressata, stanze di mattoni costruite nel seminterrato di edifici e così via. Non sono mancati però anche rifugi fatti in legno e terra: pare potessero comunque costituire un'elementare protezione soprattutto per le prime ore del fallout, ovvero le più intense e pericolose. Di sicuro non avrebbero potuto costituire uno scudo efficace a lungo termine, ma venivano comunque consigliate come soluzione economica e a breve termine.
    Poi, una volta placata la caduta di pulviscolo, tutto veniva demandato alla buona volontà dei sopravvissuti che potevano iniziare ad avventurarsi all'esterno per brevi periodi di tempo, in modo da operare la manutenzione e cercare di abbassare il livello radioattivo attorno al rifugio attraverso la pulizia del terreno circostante.
    Un altro accorgimento consigliava di scavare attorno al bunker una trincea coperta da almeno un metro di terra pressata, con due entrate distinte per consentire, in caso di necessità, una fuga agile. Le porte o le botole di entrata, ovvero la parte più debole dell'intera struttura, dovevano essere studiate per assorbire non solo le radiazioni ma anche l'eventuale onda d'urto dell'esplosione senza venire scardinate dalla loro sede.

    Di solito, i rifugi attrezzati ospitare la vita per un lungo periodo di tempo potevano contare anche di una doccia di decontaminazione, posta prima della cellula di sopravvivenza, e di un sistema di depurazione dell'aria in grado di filtrare, pulire l'aria e mantenere un livello accettabile di umidità e temperatura all'interno della struttura.

    Ovviamente non si dovevano dimenticare le provviste, non deperibili e possibilmente inscatolate e sotto vuoto (le quali, secondo i manuali, dovevano bastare per almeno 14 giorni), una cisterna d'acqua, qualsiasi strumento e utensile utile, una radio alimentata a batteria, torce elettriche e candele e un generatore ad accumulo, per aver garantita l'energia elettrica.
    Nonostante la Guerra Fredda sia finita, si sia verificata la disgregazione dell'URSS e il progressivo smantellamento degli arsenali nucleari (intendiamoci, di una parte), siano stati firmati trattati di non proliferazione, la moda del rifugio "antiatomico" non si è mai del tutto smorzata. Il fenomeno è tornato prepotentemente in auge in tempi recenti a causa della minaccia coreana, del terrorismo e del rischio di armi batteriologiche.

    Si è passati quindi dall'aver paura di una singola catastrofe a temere molteplici minacce e questo ha spinto i "preppers" americani (soprattutto quelli della Costa Ovest) a correre nuovamente ai ripari, intasando i centralini delle imprese che si occupano della realizzazione dei rifugi antiatomici. Un lucroso mercato della paura che, ultimamente, ha iniziato a proporre anche bunker di lusso, dotati di tutti in comfort, con energia garantita da pannelli solari e pale eoliche, nonché spazi riservati alla coltura di piante. Insomma, un nuovo modo di affrontare l'apocalisse. Forse non così lontana. Dal 1953, anno in cui le lancette del metaforico orologio istituito dal Bulletin of Atomic Scientists vennero spostate alle 23.58, sono passati ben sessantacinque anni. Nel 2018, per la prima volta, sono tornate nuovamente su quell'ora. Dobbiamo preoccuparci?

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