Final Fantasy 13: riscopriamo il capostipite della Fabula Nova Crystallis

Quasi dieci anni dopo, ripercorriamo l'epopea di Lightning, in occasione dell'arrivo su Xbox One della trilogia di Final Fantasy XIII.

speciale Final Fantasy 13: riscopriamo il capostipite della Fabula Nova Crystallis
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  • Xbox 360
  • Ps3
  • Pc
  • In principio era il Cristallo. È così che inizierebbe un'antologia dedicata a Final Fantasy, brand che il suo mito l'ha plasmato e solidificato nell'arco di un trentennio. Cristallo che nel tempo s'è fatto metafora vivente della saga: fragile e delicato, qualche volta imperfetto, incrinato dal tempo ma mai davvero frantumato del tutto. Il cuore della serie batte pulsante nei petti di tutti gli appassionati, nonostante Final Fantasy abbia più volte cambiato involucro. Un mutamento di forma, ma non di sostanza, che negli ultimi anni sembra aver preso una direzione precisa e diretta: Final Fantasy XIII fu il fautore, quasi dieci anni fa, di una rotta nuova, timidamente moderna, classicista ma non troppo, un ibrido tra passato e presente che ha cercato di dirigersi verso un futuro non gradito da tutta la fanbase. Sembra quasi uno scherzo del fato che, grazie a Microsoft, l'intera trilogia con protagonista Lightning sia sbarcata su Xbox One tramite il servizio di retrocompatibilità: proprio ora che l'ultima incarnazione della Fabula Nova Crystallis, Final Fantasy XV, è morta prima del tempo dopo l'addio del suo creatore (Hajime Tabata) alla scuderia di Square-Enix. Un'occasione, dunque, per fermarci, riprendere fiato e guardarci indietro, lì dove tutto ciò che oggi esiste è iniziato: ricalarci in quel medioevo futuristico che era Cocoon e ricordare insieme cosa poteva essere e cosa è stato Final Fantasy in questi ultimi dieci anni.

    Una nuova favola

    Era il 2006 e in tutta l'industria dei videogiochi si respirava aria di cambiamento. L'epoca della PlayStation 2 volgeva a termine: entro la fine di quell'anno il mercato avrebbe visto l'ingresso in scena della PS3, mentre già da un anno Microsoft aveva sbancato la next gen con l'Xbox 360.

    E una delle saghe più longeve di sempre, Final Fantasy per l'appunto, svelava le sue carte per il futuro: veniva annunciato il progetto Fabula Nova Crystallis, una nuova direzione narrativa per ii franchise che proprio Final Fantasy XIII inaugurava. Una sorta di multiverso condiviso, pur sempre promotore di storie e immaginari differenti, ma in cui l'intera mitologia di fondo andava a posizionarsi sotto un unico grande ombrello. E, dopo la tredicesima fantasia finale, sarebbe stato il turno di Final Fantasy Agito XIII e Final Fantasy Versus XIII. L'unicum narrativo che accomunava questi titoli era proprio il concetto che ruotava intorno ai Cristalli, elementi magici che hanno sempre rappresentato un'icona simbolica per le storie imbastite dal brand, ma da cui nel tempo si era pian piano discostato il focus generale.

    I Cristalli come veicolo magico e sacrale di religioni antiche e perdute, ma anche strumento tecnologico in mano alla modernità, perno centrale di manovre belliche e politiche che imbastivano universi sempre più complessi e intrecciati - una direzione che già Final Fantasy XII, con la sua preponderante scrittura politica, aveva intrapreso pochi anni prima. Un Final Fantasy che fosse più cupo, dai toni maturi e meno spensierati, modernista, più calato nel grigiore delle grandi metropoli o nel freddo di mortuarie distese cristalline: un'antitesi rispetto al corso precedente, più colorato e arioso, ancorato a un immaginario fuori dal tempo, di ambigua collocazione, immaginifico e misterioso.

    Quel progetto, però, era complesso, più grande di quanto potesse realmente concepire il suo demiurgo Tetsuya Nomura, supervisore iniziale della nuova saga, spostatosi poi pienamente sullo sviluppo di Kingdom Hearts 3 e Final Fantasy VII Remake, lasciando il prosieguo proprio a Tabata. Così sfaccettato, diverso e ambivalente che la Fabula Nova Crystallis cambiò nuovamente forma. Il bozzolo, divenuto crisalide, infine si schiuse e si presentò al pubblico nel suo aspetto finale: dell'ideale iniziale, soltanto Final Fantasy XIII - arrivato sui nostri scaffali nel 2009 - ha conservato il concept di fondo. Agito XIII e Versus XIII mutarono nome e uscirono dal canon fissato dalla favola del cristallo: il primo diventò spin-off per console portatili, poi rimasterizzato sulle piattaforme maggiori, e risponde al nome di Final Fantasy Type-0; il secondo ha avuto un iter produttivo problematico ed è arrivato solo nel 2016 diventando uno dei giochi del franchise più venduti di sempre. Parliamo di Final Fantasy XV, che insieme a Type-0 ha visto alle sue redini quel tanto discusso sviluppatore di nome Hajime Tabata. Questa, però, è una storia che abbiamo già raccontato.

    Fantasia atipica

    Il Cristallo, insomma, si è frammentato, diramandosi in direzioni diverse rispetto a quella iniziale. FFXIII sopravvisse all'inversione di marcia ed ispirò due sequel legati a doppio filo al destino di Lightning e a quello di sua sorella Serah: Final Fantasy XIII-2 e Lightning Returns: Final Fantasy XIII, che di fatto andò a chiudere definitivamente il sogno della Fabula Nova; parentesi che, al tempo, si presentarono coi loro alti e bassi sia ludici che contenutistici. FFXIII-2 e Lightning Returns sono stati a tutti gli effetti un atto di coraggio da parte di Square-Enix: nonostante le perplessità suscitate dal primo episodio, tutto sommato solido ma così lontano dallo stampo classicista della serie da aver provocato le ire di una fanbase esigente e puntigliosa, la casa nipponica decise di puntare ancora una volta su Lightning e compagni.

    Lo fece con il sequel, che portava sotto i riflettori la sorella perduta della coraggiosa protagonista del primo titolo, ma che offriva ai giocatori una campagna dalla storia complicata, esplorando il delicato tema dei viaggi nel tempo e ingarbugliando ulteriormente una scrittura assai complessa. Interveniva un combat system infarcito di ulteriori feature che spingevano sul dinamismo dell'Active Time Battle, così come le mappe diventavano finalmente più ampie e si prestavano (molto più del predecessore) a un minimo cenno di esplorazione. Ma cambiando il numero degli addendi il risultato non mutò più di tanto: la produzione si portava dietro gli stessi fantasmi del primo episodio, affermandosi come un sequel dignitoso ma pensato solo per gli estimatori di FFXIII. E poi venne il ritorno di Lightning: una pagina di fan service quasi spudorato, pensato per i fan accaniti dell'eroina appartenente alla tredicesima fantasia finale, unico personaggio giocabile in tutta l'avventura a differenza delle prime due. Eppure, un prodotto evidentemente stanco sul profilo artistico e con poco o nulla in più da dire sul piano ludico. Una cosa, però, è certa e imprescindibile: la saga generata dall'onda di Final Fantasy XIII ha dato inizio alla forma moderna del brand più importante e fulgido di Square-Enix.

    La tredicesima fantasia ha gettato le basi per quella visione più cupa e futurista che abbiamo delineato in precedenza. La "Favola Nuova", a suo tempo, cercava di guardare al futuro senza dimenticare il legame con il passato: la storia, desiderosa di lasciarsi alle spalle giovani insicuri e vittime degli eventi come il buon Tidus e il bistrattato Vaan, tornava a incentrarsi su un'eroina forte e iconica come Lightning: personificazione in gonnella del carisma di Cloud e Leon, perlomeno nelle dinamiche della sceneggiatura di fondo, nonché nuova protagonista donna a tutti gli effetti dai tempi di Terra Branford di Final Fantasy VI, esclusa la parentesi di Yuna nel sequel di Final Fantasy X. Al tempo stesso, però, la creatura di Motomu Toriyama cercava di mantenere la scrittura ben salda anche sull'introspezione di un party di personaggi secondari la cui caratterizzazione andava a sfidare persino quella dell'eroe principale: comprimari tragici con un finale già scritto, ognuno pronto ad andare incontro a un destino quanto mai gramo.

    E, al centro di tutta la narrazione, tornavano a ergersi valori come l'amore e la giustizia di fronte alla tirannia: questa volta, però, la scrittura assumeva caratteri agrodolci e malinconici, mettendo tutti i protagonisti di fronte a un fato ineluttabile già dalle primissime ore della storia. Una fine annunciata che, invece di sconfiggerli, li spronava a lottare ancor più strenuamente per coloro che amavano.

    Resta, oggi come ieri, il problema di una sceneggiatura estremamente lenta e diluita, che si prende i suoi tempi e si frammenta in decine di ore di gioco, progredendo a piccoli passi. Sul versante ludico, la saga rimane un ibrido tra action e combattimento a turni in tempo reale che finiva per ritrovarsi schiavo di questa doppia anima, non profonda a sufficienza e figlia di troppi automatismi. Un'esperienza del tutto (anche troppo) lineare, che in tutti gli episodi della trilogia decise di sacrificare quasi totalmente l'esplorazione a favore di un'impronta di gioco maggiormente incentrata sull'elemento action, eppure così fascinosa nel farsi portatrice di una visione ruolistica diversa dai soliti crismi dell'industria. Un tentativo di rivoluzione, già avviata con FFXII, degli stilemi del J-RPG classico. Non uno stravolgimento vero e proprio: le classi, i rami delle abilità e la progressione del party rimanevano, ma era la struttura e la gestione degli stessi a portare con sé una voglia di rinnovamento che non tutti i fan sono riusciti ad assimilare col giusto spirito. Rigiocare oggi Final Fantasy XIII significa, da un lato, scendere a compromessi con le sue ombre che si stagliano dai bagliori di luce della produzione, ma significa anche riscoprire un vecchio amico, il capostipite di un modo nuovo di intendere la serie. L'inizio di un cammino che ha portato a un'altra creatura tanto affascinante quanto imperfetta, la quindicesima fantasia finale. Perché se Tabata-sensei, con l'epopea del principe Noctis, è stato il fautore di un cambiamento produttivo, la rivoluzione concettuale è arrivata a fil di spada, al suono e all'incedere dei fendenti di Lightning.

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