Final Fantasy 7 Remake: considerazioni sul finale tra passato e futuro

A una settimana dal lancio discutiamo apertamente del finale di Final Fantasy 7 Remake, riedizione del capolavoro Square Enix uscito nel 1997.

speciale Final Fantasy 7 Remake: considerazioni sul finale tra passato e futuro
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  • ATTENZIONE: state per entrare a piedi pari nel regno dello spoiler, perciò se non avete ancora portato a termine il remake, o addirittura non sapete nulla del gioco originale, fareste meglio a tornare sui vostri passi...

    Nel giugno '98 avevo undici anni, disegnavo Velociraptor nel mio bloc-notes giallo canarino e giocavo già da qualche mese a Final Fantasy VII, piacevolmente spiaggiato nell'immensità del disco primo. Arrivai tardi alla scoperta di Gaia, e dirla tutta la Playstation non era neanche mia; me l'aveva prestata un losco figuro in fondo alla via in cambio di un pad N64 e tutta alla collezione di Video Girl Ai di mio cugino. Ricordo un pomeriggio in particolare, passato insieme al mio inseparabile amico dell'epoca, quando la scuola era finita da poco e noi non avevamo fretta; poteva essere uno dei tanti, passato sul divano in compagnia delle bibite gassate del discount, alla ricerca di qualche città-che-non-esiste in giro per la mappa del mondo, e invece quel giorno la nostra vita di videogiocatori cambiò per sempre.

    Capivamo ancora pochissimo d'inglese, e forse fu proprio per quello che, scambiandolo per un compito secondario, ci addentrammo nel continente nord, innescando gli eventi irreversibili della Forgotten Capital. Come per tutta la nostra generazione, QUELLA scena ci segnò profondamente: il pianto strozzato dei co-protagonisti, l'impossibilità di scambiarsi un'ultima parola, la musica triste che prosegue durante il combattimento e poi il silenzio assordante del modesto rito funebre. Dopo la morte di Aeris quel videogioco cambiò completamente, spaccando in due l'intera esperienza, e io cambiai con lui. Mi piace ricordare la prima parte di quel viaggio come una vacanza d'infanzia, costellata di piccole città viste dal finestrino del Tiny Bronco, dove tutto era un'ingenua e profonda scoperta, vissuta con la più perfetta delle immedesimazioni uomo-fiction. Il secondo disco fu invece una specie di età adulta, vissuta con uno scopo, fatta di consapevole grinding bulimico, imprenditoria del Chocobo e soprattutto da una tremenda volontà di riscatto, per quella che all'epoca tutti identificammo come "l'ingiustizia originale".

    Un classico senza tempo

    Se in quegli anni mi avessero chiesto il perché di questo amore inscalfibile per la settima fantasia di Sakaguchi, probabilmente avrei risposto "il senso di avventura", e l'idea di esserci cresciuto dentro. La verità è che Final Fantasy VII mi colpì per quella che oggi so definire concretezza, per quei personaggi irrimediabilmente buoni, titubanti e vacillanti; distillati perfetti dei loro desideri umani piuttosto che di qualche ideale astratto, e proprio per questo perennemente capaci di una sincerità disarmante. Oggi, dopo ventitré anni, giocando al remake con la segreta paura che quei valori potessero essersi sbiaditi, ho scoperto invece che la "bontà originale" è esattamente la luce che rende l'opera ancor più potente. Forse, perché in un mondo fatto di antieroi come il nostro, i buoni sono tornati ad essere una rarità, forse, perché il mesto sacrificio di una fioraia dei bassifondi, vale più di cento battaglie ultra-epiche contro il Dio del destino. Fatto sta che se siamo qui oggi, Square-Enix è riuscita nell'impresa: ha tramandato l'essenza originale e l'ha resa fruibile a tutti, sia per i nuovi arrivati, sia per chi, come il sottoscritto, ha passato più di un'estate inseguendo leggende metropolitane per scongiurare l'inevitabile.

    Nomura, Kitase e Hamaguchi ci hanno consegnato una visione leale e al contempo rivoluzionaria del materiale originale (ne abbiamo parlato nella nostra recensione di Final Fantasy VII Remake), eppure, anche alla luce del suddetto miracolo, quello che succede alla fine della tangenziale di Midgar non può non lasciarci perplessi. Controversa, confusionaria e soprattutto irrisolta: l'ultima ora del nuovo capitolo non sembra soltanto fuori dal registro -estremamente fedele- tenuto fino a quel momento, ma appare come una dichiarazione d'intenti abbastanza esplicita sulla volontà di stravolgere i prossimi eventi. Giudicare adesso è impossibile, e a noi non resta che provare a dare un'interpretazione, passando in rassegna gli equilibri narrativi originali, senza farci fregare dal verde infinito degli occhi di Aeris.

    Alta fedeltà a Midgar

    Prima di parlare del finale è necessario fare un passo indietro e concentrarci sul vero senso di un adattamento, anche perché la fuori c'è chi sostiene che il viso di Aeris è troppo allungato e non corrisponde agli artwork originali. La parola stessa "Remake" è in grado di scatenare conflitti e faide di natura quasi-religiosa, e se è pur vero che il titolo originale non ce lo toglierà mai nessuno, quando scegli di utilizzare questa dicitura la fedeltà è un problema che ti riguarda.

    Devi mettere in atto una "rivoluzione pacifica" dei contenuti, adattare un racconto di più di venti anni fa e renderlo fruibile per i canoni del presente; d'altra parte sai che non devi prenderti troppe libertà, perché una grande opera, quando viene accettata come tale dal pubblico, non è più soltanto tua e e con i ricordi della gente non si scherza.

    Ecco, ciò che è stato fatto con Final Fantasy VII a mio avviso rappresenta il compromesso perfetto, per certi versi quasi impossibile. La nuova trama approfondisce o di sintetizza a seconda del momento, riuscendo nell'infausto compito di "aggiungere senza mai togliere, né appesantire".

    Personalmente ho adorato ognuno dei nuovi inserti, incluso il tagliente scontro ideologico fra Barret e il Presidente, o il balletto queer dell'Honey Bee Inn, geniale non soltanto nelle (stratosferiche) coreografie, ma anche nel modo con cui sfiora le tematiche post-gender, risolvendole elegantemente con un paio di frasi ben assestate. Insomma, tutto è perfettamente rispettoso delle esuberanze tipiche degli anni 90, e tuttavia riconfigurato per il gusto contemporaneo, peraltro fotografato da una regia che sinceramente non mi aspettavo dalla moderna Square-Enix.

    Una volta accettata la (crudele) distribuzione episodica, trasformare una Midgar da sei ore in una da quaranta era praticamente obbligatorio, ma le vie erano comunque molteplici: potevano inventarsi un l'ennesimo dungeon senz'anima o altri personaggi come Roche, e invece hanno deciso di dedicare un capitolo alla pizzata fra dinamitardi a casa di Jessie, un tour guidato estremamente istruttivo sulla Shinra, e un'intera sezione dedicata al personaggio di Hojo, anticipando in maniera intelligente gli avvenimenti del reattore sul monte Nibel.

    Anche ai più fondamentalisti, insomma, toccherà di ammettere che la trasposizione è stata inscenata in maniera esemplare, tanto che perfino le inezie hanno trovato un posto, come la piazzata imbarazzante di Barret a bordo del treno per il reattore 5. C'è poi tutto un lavoro di arricchimento dei protagonisti, e il carattere stesso di Cloud ne è la prova lampante.

    In alcuni momenti quasi vorresti odiare il suo cinismo anaffettivo, apparentemente ben più ostentato e coriaceo dell'originale, ma è proprio grazie a queste uscite che si riesce apprezzare lo sforzo sincero dietro al suo cambiamento; lo intuisci quando l'ex SOLDIER prova goffamente a dare il cinque ad Aeris, o quando dimostra a Tifa di ricordare la promessa che si erano fatti una vita fa; è un gioco sottile, fatto perlopiù di sguardi nel vuoto e qualche smorfia, che puoi permetterti soltanto se quei personaggi li sai maneggiare davvero.

    C'è anche da dire che Midgar pareva già allora un capitolo a parte e perfettamente autosufficiente, perché più avanti, se ricordate bene, le cose si facevano meno concise e più frammentate. Il problema appunto è un altro: Final Fantasy VII ospitava una quantità enorme di contenuti, alcuni dei quali talmente stringati o frivoli che difficilmente li vedremo nei prossimi capitoli (sto pensando alla velocissima resa di conti con Dyne e al bizzarro salto con il Delfino al lido di Junon).

    È lecito aspettarsi anche una rivisitazione abbastanza importante dell'immaginario legato a Wutai, non soltanto per via della guerra che qui appare ben più vicina e sentita, ma anche come legame diretto con gli avvenimenti che hanno luogo prima e durante Crisis Core. Ecco, alla luce di tutto questo, mi viene da pensare che i prossimi capitoli dovranno necessariamente accelerare i tempi della narrazione, magari finendo per sacrificare qualcosa di "superfluo" come Fort Condor, perché altrimenti il cratere nord rischiamo di vederlo fra altri ventitré anni, e non abbiamo nemmeno tirato in ballo le implicazioni di un possibile open world...

    Remake, Reboot o Multiverso?

    L'ultima parte di questa personale analisi-trittico, è inevitabilmente dedicata al finale e a ciò che ne consegue. Sarebbe facile liquidare la faccenda dando la colpa a Nomura, dire che ancora una volta "ne ha combinata una delle sue", ma non sarebbe giusto, né tantomeno esatto, perché è ancora tutto completamente sospeso. Non posso nemmeno affermare di aver gradito ciò che succede immediatamente dopo la tangenziale, ed è un sentimento piuttosto diffuso, anche perché fino a quel punto gli eventi di Midgar erano perfettamente autonomi e il gioco si sarebbe benissimo retto sulle sue gambe.

    Capisco la necessità di rendere tutto ancora più epico e spettacolare, comprendo perfino che il boss in moto non è il modo migliore per chiudere un JRPG, perciò avrei accettato tranquillamente anche uno scontro con Sephiroth, perfino uno dei suoi cloni, o un qualsiasi lembo inedito di Jenova, ma non certo un Guardiano del Destino alto duecento metri è sbucato dal nulla. A questo punto servono alcune precisazioni, altrimenti il rischio è quello di passare per uno di quei conservatori che non accetta il cambiamento, e vi assicuro che non affatto così.

    L'intera sottotraccia dei Numen è ben inserita e coltivata a dovere, scorre parallela agli eventi più concreti della storia e non ne danneggia il corso; oltretutto, a guardar bene non è nemmeno così estranea al Final Fantasy VII originale, perché già allora il concetto di destino e la sua ineluttabilità affioravano spesso, più o meno ogni volta che Sephiroth faceva il suo ingresso in campo.

    La tematica della lotta contro il fato inoltre aggiunge un ulteriore strato alla trama, e per tutti coloro che conoscono il corso degli aventi ha una valenza quasi metanarrativa. È qui che forse si annida il vero senso della intricata operazione di Nomura: creare un remake fedele in scala e allo stesso tempo qualcosa di nuovo, capace di stupire anche i veterani, concedendosi qualche licenza da reboot. Di base non ci sarebbe neanche niente di male, anzi: credo che in molti siano curiosi di scoprire quali sarebbero le versioni alternative di quella storia, perfino le conseguenze di un enorme "what if", ma forse sarebbe stato meglio essere chiari sin dall'inizio (magari con qualcosa di più di un'intervista). Il punto è che, anche se volessimo leggerla così, quel finale ha più di una controindicazione, e non tutte sono facilmente scusabili.

    Per prima cosa il registro visivo utilizzato cambia completamente, senza alcun indizio preliminare, gettandoci nella mischia di una battaglia epica contro un titano di cui fino a poco fa non sapevamo neanche il nome. È un combattimento senz'altro spettacolare, tecnicamente meraviglioso da vedere, dove però spariscono i "limiti umani", sostituiti da una dinamicità supereroistica e prettamente nipponica, fatta di salti abnormi e palazzi tranciati con la spada, un po' come in Advent Children. Indifferentemente dal fatto che vi sia piaciuto o meno quel capitolo, è innegabile la rottura con la dimensione prettamente "materiale" utilizzata fino a quel momento. Anche il design stesso del custode gigantesco e dei suoi minion cozza profondamente con il tutto il resto del gioco, e a chi scrive ha ricordato (pericolosamente) lo stile di Kingdom Hearts.

    Come se non bastasse alla fine di questo Armageddon interplanetario arriva pure Sephiroth, in un contesto ancora più astratto (con battute e gesti che ammiccano chiaramente al finale originale del 1997), e in mezzo ad un tripudio di emozioni e fan service, tutto culmina con una scritta che recita "il viaggio ignoto continua", accompagnata dall'armonica malinconica di Hollow.

    Ecco, quest'ultima frase è stata utilizzata proprio come chiave di lettura da molti, come fosse un'esplicita dichiarazione d'intenti per gli episodi a venire, ergo la volontà di cambiare la storia come la conosciamo.

    Ci sono moltissimi indizi che proverebbero tale tesi, come ad esempio i flash forward di alcuni eventi iconici, e fra questi anche una versione alternativa del passato, in cui Zack riesce a raggiungere Midgar assieme a Cloud, alla faccia delle lacrime che abbiamo già versato Crisis Core. Red XIII spiega questi flash forward in maniera abbastanza inequivocabile, affermando che "è quello che succederà se falliamo qui e ora". Se fosse vero ciò significherebbe accettare una riscrittura totale della trama, oppure un multiverso che contempla infinite linee temporali, e dunque viene da chiedersi quale sia toccata a noi.

    C'è insomma una gran confusione, in parte voluta proprio per lasciare un certo margine con la scrittura del prossimo capitolo, e infatti alla fine della battaglia con il custode del destino tutto torna alla normalità, e non a caso lo scontro avviene in un piano astrale denominato Singolarità.

    Nomura sta veramente cercando di dirci che da adesso in poi possiamo aspettarci di tutto? Che il destino non è scritto e perfino Aeris può essere salvata? È chiaramente questa la paura del pubblico, quella di vedere i valori del titolo originali intaccati da una nuova visione, magari più buonista, dove nessuno muore davvero e il sacrificio non è necessario. È ad esempio il caso di Biggs (e chissà se soltanto lui), che invece di restarci secco sopravvive proprio a ridosso dei titoli di coda, praticamente vanificando l'intero ciclo tragico suo e dell'Avalanche; in tutta onesta è forse questa la cosa che mi spaventa di più, perché da che mondo è mondo devi avere davvero un buon motivo per risvegliare i morti.

    La realtà potrebbe anche essere un'altra, di gran lunga più semplice: i flash potrebbero essere reflussi guizzanti di un destino possibile, il passato resta invariato e la questione Numen correrà parallela anche nei futuri episodi, manifestandosi e intersecandosi di volta in volta con alcune linee temporali in modo "non invasivo" (il che sarebbe perfettamente in pieno stile Nomura). In poche parole tutto andrà più o meno come deve andare, ed è forse l'ipotesi più tranquillizzante e meno cervellotica, ma anche in questo caso resterebbe qualche macchia e ben più di una domanda irrisolta, fra cui il senso ultimo dell'intera operazione.

    L'unica verità è che questo finale ci lascia irrequieti perché non possiamo né giudicarlo né dimenticarlo, e perché dovremo aspettare necessariamente qualche anno prima di scoprire il destino di Cloud e della sua banda. Non possiamo che concedere il beneficio del dubbio, siamo praticamente costretti a farlo, ma non potremo neanche fare a meno di chiederci se tutto questo era davvero necessario, perché in fondo non abbiamo mai voluto salvare Aeris, ed è giusto così...

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