Final Fantasy VII: la formula di un mito intramontabile

A poco meno di un mese dall'uscita di Final Fantasy VII Remake, riscopriamo gli elementi che hanno reso l'originale un capolavoro senza tempo.

Final Fantasy 7 Remake: un capolavoro immortale
Speciale: PlayStation 4
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  • PS4
  • PS4 Pro
  • Sotto un meraviglioso cielo stellato, una giovane fioraia gironzola per le strade di una città interamente in balia dell'impresa industriale multinazionale nota come Shinra Electric Power Company, ignorando che il proprio destino stia per incrociarsi e legarsi in maniera indissolubile a quello del tenebroso mercenario che viaggia a bordo di un treno in dirittura di arrivo al settore 1 di Midgar. Così si apriva, nel lontano 1997, il gioco di ruolo per l'immortale PlayStation One che di lì a poco sarebbe divenuto una leggenda e, soprattutto, avrebbe ridefinito i canoni del genere ludico di appartenenza.

    Primo episodio della longeva serie Square Enix (al tempo ancora Squaresoft) a includere elementi in computer grafica 3D, Final Fantasy VII ha infatti saputo conquistare 12 milioni di giocatori, un numero destinato a crescere ulteriormente con l'imminente arrivo del suo promettente remake per PlayStation 4. A poco più di un mese dall'esordio del rifacimento, la cui uscita in contemporanea mondiale è fissata al 10 aprile, vi proponiamo uno speciale incentrato sulle origini della settima fantasia finale e sui suoi amatissimi protagonisti, nonché su quello che il gioco ha significato per intere generazioni di videogiocatori negli ultimi ventitré anni.

    Le origini del mito

    Acclamato ancora oggi come uno dei migliori (se non il migliore) JRPG dell'epoca PlayStation One, Final Fantasy VII era inizialmente previsto per console di casa Nintendo. Concepito per SNES - o se preferite Super Nintendo Entertainment System - e in seguito reindirizzato su Nintendo 64, il titolo dovette infatti trovarsi una nuova "dimora" a causa del limitato spazio di immagazzinamento dati che caratterizzava le cartucce della macchina prodotta dalla casa di Kyoto.

    L'idea di abbandonare i lidi Nintendo, che fino ad allora avevano custodito l'intera serie, e lanciare FF7 su una console targata Sony, che tuttavia stava riscuotendo un notevole successo, anche grazia ad una campagna di marketing piuttosto aggressiva per l'epoca, dev'essere stata una scommessa senza precedenti per Squaresoft, che tuttavia vide ampiamente ripagata l'audacia dimostrata.

    Non tutti sanno, difatti, che proprio FF7 fu il videogioco più costoso mai prodotto fino ad allora: con un budget di circa 45 milioni di dollari, lo sviluppo del titolo vide coinvolti ben 120 artisti e programmatori, poiché appunto Yoshinori Kitase, game director e co-sceneggiatore del gioco, temeva che la saga nipponica, se sprovvista ancora una volta di una grafica 3D, sarebbe rimasta tecnicamente indietro rispetto ad altri titoli che avevano ormai abbracciato e investito sulle potenzialità della grafica tridimensionale.

    Se le vendite della maggior parte degli RPG di fattura nipponica tendevano a esplodere nella settimana di lancio, per poi colare vertiginosamente a picco, Final Fantasy VII si rivelò invece una sorprendente anomalia: le vendite del prodotto continuarono a crescere in maniera esponenziale per diversi mesi e addirittura nei decenni a venire, spingendo la stessa Square a riproporlo in tutte le salse possibili, sia su console che su PC, e addirittura su dispositivi mobile. Assieme a Final Fantasy X, la settima fantasia è quindi la più amata dai fan e la più redditizia per lo sviluppatore giapponese, ma a cosa dobbiamo il successo - ancora oggi ineguagliato - di Cloud Strife e compagni?

    Una miscela perfetta e irreplicabile

    Difficile stabilirlo con assoluta certezza, perché il prodotto poteva contare su una lunga serie di ingredienti di qualità sopraffina, soprattutto per l'epoca di riferimento. Prima di ogni altra cosa, è opportuno precisare quanto il nome Final Fantasy fosse, al tempo, una garanzia assoluta e incontrovertibile, quantomeno per i fan del genere e per chiunque avesse già portato a termine due perle intramontabili come Final Fantasy 4 e Final Fantasy 6.

    Negli anni '90 la fantasia finale partorita dal genio estroso di Hironobu Sakaguchi era difatti l'indiscussa regina di un sottobosco ludico in costante crescita, e che proprio grazie a FF7 seppe distanziarsi - quantomeno sotto il profilo tecnico - dallo storico collega che risponde al nome di Dragon Quest.

    I progressi compiuti sul piano grafico e la colonna sonora composta dal maestro Nobuo Uematsu, che per la prima volta trattò le musiche del gioco affinché riflettessero con delicatezza e precisione la carica emotiva scaturita dalle scene che avrebbero dovuto accompagnare, giocarono invece un ruolo determinante nel catturare chiunque non si fosse mai avvicinato al genere ruolistico.

    La proverbiale ciliegina sulla torta, infine, venne rappresentata da una trama struggente e incredibilmente matura, poiché toccava toni tutto sommato "inediti", come appunto i diritti dell'individuo e la preservazione dell'ambiente, senza disdegnare il giusto spazio all'amore e soprattutto alla perdita. Non a caso, tutti i personaggi coinvolti nella vicenda vennero caratterizzati in modo talmente umano da spingere gli utenti a vivere le loro storie come se fossero le proprie e addirittura a sentirne la mancanza al calar del sipario.

    Sull'orlo del baratro

    Dopo il successo di Final Fantasy VI, che a differenza dei propri predecessori aveva adottato una gradevole ambientazione steampunk, lo staff del settimo capitolo volle perseverare e quindi concepì una realtà postindustriale ancora più affascinante e tumultuosa. Il Mako è la materia prima dell'industria di Final Fantasy VII, ma anche l'insostituibile fonte energetica del pianeta stesso, in quanto si basa sul perenne flusso di Lifestream, ossia una sostanza eterea che scorre sotto la superficie di Gaia e lo mantiene in vita.

    La scellerata e implacabile estrazione di Mako, di conseguenza, pregiudica il fabbisogno necessario alla sopravvivenza del corpo celeste e dei suoi sciagurati abitanti. In una dimensione che, già due decenni fa, sembrava quasi profetizzare le gravi problematiche legate al cambiamento climatico che affliggono la nostra epoca, Final Fantasy VII poneva il giocatore nei panni di un giovane mercenario assoldato dalla Avalanche, un gruppo di resistenza metropolitana deciso a rovesciare il potere della tirannica Shinra Corporation, colpevole di aver impoverito il pianeta e messo a repentaglio la vita dei poveri cittadini.

    Quella che nelle prime ore pareva una storia dalle travolgenti connotazioni naturalistiche, quindi chiamata a sfociare nell'inevitabile e assai abusato tema del salvataggio del mondo, nascondeva invece qualcosa di oscuro e spaventoso, e oltretutto in grado di ridefinire completamente i concetti di bene e male.

    Senza entrare troppo nel dettaglio, al fine di non precludere il piacere della scoperta a quei fortunati che il prossimo mese potranno "vivere" questa storia per la prima volta, bisogna riconoscere a Yoshinori Kitase (Producer) e Kazushige Nojima (che ha scritto Storia e Ambientazione) il merito di aver creato un antagonista estremamente carismatico: un concentrato di pura malvagità che il giocatore tendeva a odiare anche profondamente, soprattutto in una scena entrata di diritto nelle leggende del medium e nella cultura di massa, ma che allo stesso tempo aveva una sua logica e un fascino irresistibile.

    Lo stesso Cloud Strife, coi suoi capelli a punta e caratterizzato dalla "Spada Potens", è stato un eroe abbastanza atipico. Il suo passato è rimasto un mistero per la maggior parte dell'avventura, tant'è che lui stesso l'avrebbe scoperto solo a piccole dosi, nel corso della storia, cambiando di conseguenza il proprio comportamento e riacquistando la capacità di manifestare delle emozioni umane.

    Elementi fondamentali durante quella che potremmo considerare una lunga fase transitoria sono state le due fanciulle che hanno accompagnato Cloud durante la sua lunga epopea. L'ottimista, gioiosa e spensierata Aerith Gainsborough, capace di provare compassione anche per chi non lo meritasse, è stata colei che ha permesso all'eroe biondo di riscoprire i sentimenti che parevano ormai perduti per sempre. L'amica di infanzia Tifa Lockhart ha avuto invece l'importante compito di mostrare all'ex-SOLDIER il suo passato e, quindi, di fungere da guida in mezzo alla marea di ricordi incoerenti che da troppo tempo albergavano nella mente dello spadaccino.

    Final Fantasy VII è stato, in definitiva, un viaggio introspettivo tra gioia e dolore, scoperta e separazione, nonché uno dei primissimi titoli dell'epoca PlayStation capaci di coinvolgere emotivamente il giocatore e tenerlo incollato davanti allo schermo, tra una lacrima di disperazione e una chiassosa risata (come nella famosa scena del travestimento di Cloud). Non sorprende quindi che il gioco, fra le altre cose, abbia addirittura spinto intere generazioni di giocatori italiani ad apprendere la lingua inglese, al tempo essenziale per poter comprendere le vicissitudini di Cloud Strife e dei suoi sensazionali compagni d'arme.

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