Ghost of Tsushima: tra Samurai e leggende dell'antico Giappone

Sucker Punch ha lavorato duramente per dipingere un quadro affascinante non solo della cultura giapponese, ma anche delle peculiarità del popolo mongolo.

Ghost of Tsushima
Speciale: PlayStation 4
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  • PS4
  • PS4 Pro
  • L'uscita di Ghost of Tsushima si avvicina sempre più, e ormai possiamo quasi sentire soffiare sulla nostra pelle il vento divino che scacciò l'armata mongola. Qualche giorno fa il titolo di Sucker Punch si è mostrato al pubblico in una gameplay demo che il nostro Giuseppe Arace ha analizzato fin nei minimi particolari (per saperne di più vi rimandiamo alla nostra anteprima di Ghost of Tsushima); oggi vogliamo farvi scoprire alcuni dettagli che la dicono lunga sulla cura che il team di sviluppo ha dedicato alla ricostruzione storica e alla contestualizzazione dell'avventura di Jin, dipingendo un quadro affascinante non solo della cultura giapponese, ma anche delle peculiarità del popolo mongolo.

    Nio, i due guardiani buddhisti

    L'apertura del trailer ci mostra una maestosa scalinata di pietra, affiancata da due minacciose sculture antropomorfe. Si tratta dei Nio, i due re benevoli (e sì, il titolo del videogioco Nioh è scritto con gli stessi kanji). Queste statue sono rappresentazioni dei temibili guardiani di Buddha: Misshaku Kongo, sulla destra, ha la bocca aperta e pronuncia il suono "a" - principio e nascita di ogni cosa - mentre a sinistra Naraen Kongo sussurra il suono "um", che indica la fine e il cambiamento. Insieme, i due sono l'Alfa e l'Omega, ed ottengono il suono "aum", il mantra che conosciamo come "om": è la sillaba sacra del buddhismo e simboleggia il tutto assoluto, la vibrazione primordiale che ha dato il primo moto all'universo materiale.

    In Giappone, Misshaku Kongo è conosciuto anche come Agyo, in considerazione del suono da lui emesso. Agyo è simbolo della giustizia che non si piega davanti a nulla e nessuno; solitamente impugna una mazza o un bastone del fulmine, a simboleggiare la sua azione rapida, priva di tentennamenti. Jin dovrà essere altrettanto risoluto nella sua battaglia contro l'armata di Khotun Khan.

    Naraen Kongo è detto Ungyo, e spesso è rappresentato a mani nude, come accade nel gameplay trailer di Ghost of Tsushima: il guardiano non ha bisogno di armi, perché i malvagi vengono annientati dalla forza latente del suo spirito. Le statue sembrano indicare il dualismo delle vie che Jin può percorrere: quella dell'onorevole samurai o quella dell'astuto shinobi. In entrambi i casi avremo certamente bisogno dell'aiuto delle divinità dell'antico Giappone...

    Kitsune e Inari, volpi divine

    Il viaggio di Jin prosegue, e una simpatica volpe lo accompagna ad un santuario dedicato a Inari, divinità del riso, dell'agricoltura e della prosperità. Il trailer dipinge l'animale in modo benevolo, ma le volpi (chiamate kitsune in giapponese) sono esseri dal doppio volto. A sud di Kyoto si trova il monte Inari, considerato fin dall'antichità come uno dei luoghi più sacri di tutto il Giappone: qui sorge il celebre tempio dedicato proprio all'omonimo kami, cui si accede con una lunga salita costellata di torii, i portali rossi tipici della religione shintoista.

    Ogni torii presente sul percorso è stato eretto da un fedele che ha voluto ringraziare la divinità per un favore che gli è stato accordato. Questo è il lato luminoso del potente Inari.

    Ma ci sono degli aspetti oscuri. Si dice che le volpi centenarie acquistino il potere di mutare forma, e che nasca loro una nuova coda. A novecento anni, la kitsune raggiunge il suo numero massimo di code: nove - proprio come il Pokémon Ninetales, una volpe anziana, all'apice della sua magnificenza. Chiunque veda un matrimonio celebrato da volpi avrà un destino infausto. Se volete tentare la sorte, si dice che questa celebrazioni, conosciute come kitsune no yomeiri, avvengano in quelle giornate magiche in cui piove con il sole.

    A volte le kitsune si radunano sotto alberi antichi e assumono la forma di fuochi fatui, chiamati, non a caso, kitsunebi: il celebre artista Hiroshige le ha rese immortali in una delle sue più belle xilografie.

    Alcune kitsune malvagie si prendono gioco degli uomini tramutandosi in ragazze splendide e portando i loro amanti fuori dalla retta via. Ancora a inizio ‘900, i medici bollavano come possedute dalle volpi le donne che soffrivano di disturbi psichiatrici come schizofrenia, epilessia e depressione. Una cosa è certa: le kitsune sono tra gli esseri più ambigui del ricco folclore nipponico. Nel primo episodio del film Sogni di Akira Kurosawa, un bambino disobbedisce alla madre per incontrare un corteo di volpi. A voi scoprire quale sia stata la sua sorte.

    Tra omamori e ofuda, i talismani sacri

    I kami giapponesi sono venerati come portatori di buona fortuna e di aiuto per gli esseri umani. Uno dei loro poteri è quello di fornire protezione e potenza tramite degli amuleti, chiamati omamori, supporti di legno abitati dalle divinità. Questi talismani sono forgiati nei templi, e non a caso Jin guadagna uno slot per equipaggiarli proprio pregando al santuario di Inari dove è stato condotto dalla volpe.

    Verso la fine della demo ci viene mostrata un'ampia varietà di amuleti, che saranno sicuramente indispensabili nel corso dell'avventura: Jin non ha nulla da temere, perché c'è un omamori per ogni necessità! Il primo tra i talismani presenti nell'inventario del nostro protagonista è infuso del potere di Okuninushi, kami della medicina, e il suo potere - coerentemente con gli attributi del kami - è quello di favorire il recupero della salute del samurai.

    I talismani vengono utilizzati da centinaia di anni per proteggere chi è tormentato da uno spirito malvagio, e in questo caso vengono comunemente chiamati ofuda. In uno dei racconti più amati dai giapponesi, La lanterna con le peonie, un uomo si innamora da una splendida fanciulla, che purtroppo muore poco dopo. Una notte, il giovane incontra per strada proprio Otsuyu, la sua amata, accompagnata dalla fedele serva Oyone, che le illumina la strada con la fioca luce di una lanterna. Incredulo, Shinzaburo - questo il nome del ragazzo - accoglie Otsuyu in casa sua ogni volta che cala il sole, ma il ragazzo inizia, inspiegabilmente, a consumarsi sempre di più.

    Il sommo sacerdote Ryoseki non ha dubbi: Otsuyu è uno yurei, uno spettro; la blasfemia di un'unione tra vivi e morti non può essere tollerata a lungo, e ormai Shinzaburo è vicino alla morte. In un disperato tentativo di salvarlo, Ryoseki fa apporre sulle porte e le finestre della casa del giovane numerosi amuleti per allontanare gli spiriti, ma un servo corrotto da Oyone rimuove gli ofuda. Shinzaburo non ha scampo: muore con il volto deformato in una smorfia di terrore, e accanto a lui vengono ritrovate le ossa, ormai bianche e consumate, di una donna, con le mani saldamente aggrappate al corpo dell'amato. Siamo certi che questa storia da brividi vi spingerà a non separarvi mai dai vostri talismani!

    Il cavallo, fulcro della civiltà mongola

    L'addomesticazione degli animali è stato un traguardo centrale per la civiltà umana. Gli storici ritengono che l'uomo abbia iniziato a domare i cavalli circa seimila anni fa, nelle zone dell'Asia minore e della Cina; da allora, l'utilizzo del cavallo è diventato un elemento fondamentale per le popolazioni e gli eserciti di tutto il mondo, rendendo intere civiltà molto più mobili di prima. Ma in nessun luogo al mondo il cavallo ha assunto la centralità che da secoli - e tutt'oggi - lo rende protagonista assoluto della vita in Mongolia.

    L'impero di Gengis Khan fu basato sulla supremazia dei suoi cavallerizzi, chiamati dagli Europei dell'epoca "cavalieri dell'Inferno". Capaci di percorrere lunghissime distanze in tempi ridotti, gli aduu (cavalli) mongoli sono di stazza piccola e resistenti ad ogni condizione atmosferica; erano la base ideale per gli eccellenti arcieri dell'impero.

    Rispettati e venerati dai loro padroni, si credeva che sarebbero stati le loro cavalcature anche nell'aldilà; lo spirito di un cavallo maltrattato avrebbe tormentato il suo malvagio aguzzino per tutta la sua vita. L'enorme valore di questo animale per il popolo mongolo è dimostrato dal suo impiego come suprema offerta agli dei: ben quaranta cavalli furono sacrificati per il funerale di Gengis Khan.

    Le caratteristiche genetiche di questi cavalli sono rimaste praticamente immutate dal dodicesimo secolo - l'epoca di Gengis Khan - ad oggi, e alcune ricerche hanno dimostrato che numerose razze equine giapponesi derivano proprio da antenati mongoli. Stando agli ultimi censimenti, in Mongolia vivono più cavalli che esseri umani e ciò dimostra che questi animali sono i veri imperatori della steppa.

    Il declino di Kublai Khan, nipote di Gengis (e trasposto in Ghost of Tsushima con il nome di Khotun Khan), ebbe inizio quando egli perse il controllo su alcune aree strategiche per l'allevamento dei preziosi cavalli, e non potè più vantare le immense schiere di cavalieri che avevano tanto espanso i territori di suo nonno. Nella gameplay demo Jin riesce a dare alle fiamme un porto controllato dai mongoli, e la nave da lui incendiata è decorata con un'enorme testa equina di legno, scolpita con la cura che ci si aspetta da un popolo che deve tutto al suo animale più fedele.

    Akira Kurosawa e i samurai nel cinema

    Uno degli annunci più apprezzati nella recente demo di Ghost of Tsushima è certamente quello relativo al filtro in bianco e nero che strizza l'occhio al grande cinema di Akira Kurosawa. Lo stile spettacolare del regista ha reso immortale l'immaginario giapponese nel cinema, e reso noti in tutto il mondo gli indomiti guerrieri nipponici con il film I sette samurai (1954): un destino scritto nel suo sangue, visto che Kurosawa discendeva proprio da una nobile famiglia di samurai.

    Nel secondo dopoguerra, il Giappone - che aveva partecipato agli orrori perpetrati dai Paesi dell'Asse e propagandato uno spietato nazionalismo - non era amato come oggi, ed uno dei grandi meriti di Kurosawa è stato proprio quello di consentire agli occidentali di ammirare la cultura giapponese tradizionale.

    Immortale l'interpretazione di Toshiro Mifune, dotato di una fisicità e di una vivacità espressiva senza pari, protagonista di tanti film del grande regista, qui nel ruolo di un figlio di contadini che si spaccia per samurai grazie ad un falso certificato nobiliare. Vi invitiamo a guardare il film per scoprire se questo impostore riuscirà ad essere all'altezza!

    Qualche anno dopo, La sfida del samurai (1961) consacrò la grandezza di Kurosawa come regista e di Mifune come attore, ancora nel ruolo di un samurai (questa volta senza falsificare alcun certificato...). Il film ebbe grande influenza all'estero, e in particolare venne plagiato da Sergio Leone in Per un pugno di dollari (1964): la disputa legale che ne conseguì segnò la vittoria della casa di produzione di Kurosawa, la Toho Company (di cui vi abbiamo già parlato nel nostro approfondimento alla scoperta dei Kaiju, in quanto "madre" di Godzilla!), che ottenne anche una percentuale sui guadagni del film di Leone.

    Le similitudini sono moltissime, e legate non solo alla sceneggiatura. Provate a guardarli in successione e dirci la vostra, anche se il verdetto dei giudici dell'epoca è stato chiaro e impietoso nei confronti del grande Leone...

    La gameplay demo di Ghost of Tsushima ha mostrato una affascinante ricostruzione dei tratti culturali del primo periodo Sengoku. Aspettiamo con curiosità l'uscita dell'esclusiva PlayStation 4, che arriverà sugli scaffali e negli store digitali il 17 luglio. Quali sono gli aspetti della demo che vi hanno interessato maggiormente? Parliamone insieme nei commenti!

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