Ghost of Tsushima: essere un Samurai. Storia, Onore e Bushido

Ghost of Tushima, l'ascesa e il tramonto dei Samurai, la Via del Guerriero: un viaggio tra storia, leggenda, filosofia e videogioco.

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  • "Samurai, tu sei un guerriero, riesco a vederlo. Ti sei allenato tutta la vita per questo momento. E hai vinto battaglie che uomini deboli avevano creduto impossibili da vincere, non è vero? Ma mentre tu affilavi la tua spada, sai come mi sono preparato? Ho studiato. Conosco la vostra lingua, le vostre tradizioni, le vostre credenze, so quali villaggi sottomettere e quali bruciare. Quindi te lo chiedo ancora una volta, Samurai, ti arrendi?"

    Sin dal trailer di annuncio di Ghost of Tsushima, l'immaginario di del titolo ci pone davanti a un bivio che promette di rappresentare il nucleo del racconto: resteremo dei Samurai fedeli alla Via del Guerriero o abbandoneremo questa strada per diventare qualcosa di più oscuro e misterioso? Per comprendere esattamente la portata della domanda posta a Jin, protagonista di questa nuova creatura plasmata da Sucker Punch, è necessario compiere un percorso a ritroso nel tempo, alla scoperta della storia e dell'origine del concetto di "Samurai".

    Samurai: Lost in Translation

    Il giapponese è una lingua ricca di sfumature, non detti e sottintesi, un universo in cui fonemi e kanji si incontrano per dare vita a incroci linguistici di incontestabile fascino. Non fa eccezione il termine "Samurai", che affonda le proprie radici nell'epoca Heian (794-1185 d.c.), periodo nel quale prese forma il verbo saburau, legato al concetto di subalternità e dell'essere al servizio di qualcosa o qualcuno. L'evoluzione dell'idioma nipponico ha in seguito arricchito la parola di un'ulteriore sfumatura, convertendo saburau in samorau. Il vocabolo andava così ad inglobare l'arcaica versione del verbo mamoru, che significa "proteggere", ma anche "osservare le regole".

    Emerse così la parola "Samurai", che, come spesso accade per la lingua giapponese, gli idiomi occidentali non sono in grado di sintetizzare in un termine unico e univoco: ne è prova il fatto che l'espressione è tuttora di uso comune anche al di fuori dei confini del Sol Levante. Cercare di definire il concetto entro limiti precisi richiede dunque necessariamente il ricorso ad una perifrasi che metta in evidenza le molteplici nature del Samurai: un guerriero e un servitore devoto, ma anche un nobile protettore e un fedele osservante di un complesso insieme di norme sociali.

    Ascesa

    "Jin, quando combattiamo, fronteggiamo i nemici a testa alta. E quando togliamo loro la vita, li guardiamo negli occhi, con coraggio e rispetto. È questo che ci rende Samurai."

    Le origini della storia plurisecolare dei Samurai affondano le proprie radici nel periodo Heian, era di duri conflitti e profondi mutamenti. Il governo centrale del Giappone, all'epoca insediato a Kyoto, stava progressivamente perdendo la propria presa sul territorio nazionale, sempre più frammentato e soggetto all'influenza di potenti famiglie locali. Queste ultime, per affermare la propria ascesa, erano solite prendere in servizio abili guerrieri, incaricati di proteggere il feudo locale, ma anche di esercitarvi funzioni giudiziarie o di mantenimento dell'ordine.

    A sancire definitivamente il ruolo di questa nuova e influente classe guerriera fu la Guerra Genpei. Combattuta tra 1180 e 1185, vide confrontarsi due grandi clan rivali: i Taira e i Minamoto. Dal punto di vista storico, il confronto rappresenta la premessa che determinò la definitiva erosione del potere imperiale, che dovette cedere ufficialmente il passo alla nuova aristocrazia militare nel 1192, anno in cui Minamoto Yoritomo venne nominato Shogun direttamente dall'Imperatore Go-Taba. Nasceva così una carica ereditaria che identificava un vero e proprio governatore militare dell'intero Giappone, destinata a diventare negli anni sempre più influente. Per esercitare la propria autorità, lo Shogun Minamoto istituiva il bakufu, letteralmente "governo della tenda", in omaggio ai generali che durante le campagne militari guidavano gli eserciti direttamente dal campo di battaglia.

    Ma il conflitto tra i due clan presenta anche una forte valenza simbolica per le grandi leggende cui diede vita in seno alla classe dei Samurai e i cui echi risuonano ancora nel Giappone contemporaneo. Durante le competizioni sportive scolastiche odierne, ad esempio, gli sfidanti sono in genere identificati in rosso e bianco, i colori delle insegne di Minamoto e Taira. Ma non solo, molti degli epici episodi che scandirono il conflitto sono tuttora materiale di riferimento per il teatro tradizionale o per miti del folklore nipponico. Tra i tanti, possiamo citare la battaglia navale di Yashima, durante la quale i Taira sconfissero definitivamente gli oppositori.

    Questi ultimi, nel rispetto dei dettami Samurai, piuttosto che essere catturati o sconfitti, decisero di togliersi la vita in mare. La leggenda vuole che gli spiriti dei guerrieri annegati alberghino ora nei granchi del luogo, sui cui carapaci sarebbe persino possibile trovare impressi i motivi degli elmi degli antichi Samurai Minamoto.

    È nell'epoca immediatamente successiva a questi eventi che prendono il via le vicende narrate in Ghost of Tsushima. L'epopea sviluppata da Sucker Punch è infatti ambientata nel 1274, nel pieno dell'invasione mongola del Giappone guidata da Kublai Khan. Un periodo complesso e doloroso, che vide i guerrieri nipponici fronteggiare qualcosa di completamente avulso dalle logiche dei duelli Samurai. Gli avversari non esitavano a ricorrere ad azioni violente nei confronti della popolazione civile inerme, mentre bombe incendiarie ed esplosivi infrangevano e devastavano le difese locali. In soccorso dei Samurai giungeva però un evento imprevisto: un tifone in grado di radere al suolo la flotta nemica e porre fine alla guerra.

    Non sorprende che il popolo giapponese abbia scelto il termine "kamikaze" per definirlo: la parola non è infatti altro che l'unione di "kaze", vento, e "kami", termine utilizzato per indicare genericamente gli spiriti o le divinità venerate dalla fede Shintoista.

    Rinascimento e guerra

    " - Stanno arrivando a migliaia.
    - Affronteremo la morte. Difenderemo il Paese.
    "

    Nei secoli successivi, lo Shogunato si fece sempre più forte, in particolare sotto la guida dello Shogun Ashikaga Yoshimitsu, cui si deve l'edificazione del celebre Kinkaku-ji, il Padiglione d'Oro di Kyoto. In una capitale che si faceva splendida culla delle arti, fioriva la cultura Samurai, che si allontanava sempre più dalla semplicistica definizione di "classe combattente". La rigida dottrina che guidava e disciplinava le azioni dei bushi (letteralmente "guerrieri") arrivava infatti ad abbracciare in un crescendo molteplici dottrine filosofiche e morali.

    Nel pieno di quello che oggi viene spesso definito come il Rinascimento giapponese, si affermavano il teatro Noh e il teatro Kabuki, oltre alla pratica della Cerimonia del Tè. I Samurai iniziarono a percepire se stessi come sakura: nelle proprie raffinate armature, i guerrieri rappresentavano i delicati fiori di ciliegio al massimo del loro splendore, destinato però a durare solamente tre giorni. Così come i petali abbandonavano inevitabilmente i gloriosi alberi, allo stesso modo i Samurai si rassegnavano a vedere nella morte in battaglia un evento naturale della propria esistenza, una fine desiderabile da affrontare con integrità e onore.

    Del resto, nonostante il fiorire delle arti, i conflitti non mancavano, con i potentati locali che progressivamente si facevano sempre più aggressivi e indipendenti nei riguardi dello Shogun. Una situazione che divenne di non ritorno nei primi del 1400, con la morte di Ashikaga Yoshimitsu. In breve tempo, questo processo diede il via ad un periodo di guerre civili, che culminò con l'avvio dell'era Sengoku, non a caso nota come l'era degli Stati in guerra. Decenni di conflitto in cui i Samurai affinarono le proprie tradizioni di combattimento, servendo con onore i propri daimyo, ovvero i Signori feudali ai quali avevano giurato fedeltà e obbedienza.

    Quest'epoca sanguinosa si concluse solamente in seguito all'operato di tre tra le più celebri figure storiche del Giappone feudale: Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Ieyasu Tokugawa. Quando quest'ultimo divenne Shogun, ebbe inizio il periodo Edo (1603-1867), noto anche come Pax Tokugawa, poiché espressione di due interi secoli di pace interna. Nel frattempo, i Samurai erano divenuti ufficialmente una classe sociale privilegiata, unica titolare del diritto di portare la spada e alla quale era possibile accedere solo per via ereditaria.

    Con la fine del periodo Edo si concluse anche la storia della classe Samurai. In seguito all'arrivo delle navi statunitensi guidate dal commodoro Matthew Perry, il Giappone si ritrovò costretto ad aprirsi all'Occidente, dopo aver praticato per decenni una politica di ferma chiusura. I tumulti che seguirono segnarono la fine dello Shogunato e il ripristino dell'autorità imperiale. La celebre Restaurazione Meiji portò alla guida del Sol Levante il giovane Imperatore Mutsuhito, che assunse appunto il nome di Meiji. La capitale passò da Kyoto alla città di Edo, che vide il proprio nome mutato in Tokyo. Aveva così inizio la costruzione di uno Stato moderno e unificato, in cui l'egemonia nell'uso della forza veniva attribuita all'esercito imperiale. Nel 1876, veniva di conseguenza emanata una legge che proibiva a chiunque non ne fosse parte di portare una spada: un passaggio che segnò la fine dell'era dei Samurai.

    Il Bushido, la vendetta di Jin

    "Tu non sei solo un Samurai. Sei uno spirito vendicativo, tornato tra i vivi per massacrare i Mongoli."

    Nei secoli in cui rivestirono un ruolo centrale ed essenziale all'interno della società nipponica, i Samurai furono guidati da un complesso di norme comportamentali al quale ci si riferisce col nome di Bushido, letteralmente "Via del Guerriero". Vi sono alcuni elementi generali che vengono ricondotti a tale filosofia, riassumibili in sette punti essenziali: (Gi) giustizia e onestà; (Yu) coraggio e abilità; (Jin) compassione; (Rei) retto comportamento; (Makoto) sincerità; (Meiyo) onore; (Chugi) lealtà.

    Per la difesa di questi principi, il Samurai doveva costantemente essere pronto ad affrontare l'estremo sacrificio, tanto che una mancanza nell'espressione di questi valori doveva risultare nella pratica del "suicidio rituale", noto come Seppuku. Scegliendo questa via, il guerriero concludeva la sua vita con onore, restando fedele ai precetti del codice. Elemento cardine del processo era l'atto dell'Harakiri, ovvero l'azione di lacerarsi il ventre con la propria spada. La scelta non era casuale: si riteneva infatti che in questa parte del corpo si concentrasse il Ki, ovvero lo spirito guerriero del bushi. Al gesto, che l'uomo compiva seduto in ginocchio, seguiva immediatamente la decapitazione: un atto volto a preservare l'onore del Samurai, evitando che questo potesse emettere gemiti di sofferenza o che il suo volto lasciasse trasparire dolore, e che in genere veniva compiuto da un altro Samurai a lui particolarmente vicino.

    L'estrema conseguenza dei principi di assoluta fedeltà e irrinunciabile dovere, esemplificati anche dal noto proverbio giapponese "Un Samurai non ha due padroni", potevano tradursi nella pratica del junshi, ovvero nella scelta di seguire nella morte il proprio daimyo caduto. Più che celebre è in quest'ottica la vicenda dei guerrieri al servizio del nobile Asano Takumi no Kami. Provocato da un rivale, il Samurai aveva commesso un gravissimo atto: estrarre la spada all'interno del castello di Edo.

    Per questa ragione era stato condannato al seppuku e il suo clan era stato sciolto dallo Shogun. I 47 Samurai al suo servizio decisero di dispersi, vivendo per due anni come Ronin ("uomini alla deriva"). Riunitisi, attaccarono il rivale del defunto Asano, ottenendo infine giustizia. L'aperto rifiuto di un ordine dello Shogun causò loro un'ulteriore condanna al seppuku. Solo il più giovane di essi fu risparmiato, ricevendo l'incarico di porgere periodicamente onore ai compagni sacrificatisi per proteggere l'onore del loro Signore.

    Un insieme di elevati valori morali, profondamente sentito dall'intera classe dei Samurai, protagonista di una catena intergenerazionale fatta di insegnamenti e trasmissioni orali. Può sorprendere, ma è solo intorno al 1600 che troviamo le prime opere di codificazione del Bushido. Tra i più celebri e importanti punti di riferimento in tal senso figurano sicuramente gli scritti di Takuan Soho, monaco Zen studioso dell'arte della spada, che nel corso della propria vita prese parte anche alla storica battaglia di Sekigahara.

    Quest'ultimo predicava la necessità per il guerriero di esercitarsi nel combattimento sino a rendere ogni colpo un'azione automatica, sulla quale non era necessario riflettere. Svuotare la mente e liberarla di ogni turbamento era la chiave essenziale per ottenere la vittoria sull'avversario. Una condizione che Soho definiva di "mente retta" e che consentiva di percepire tutte le cose e nessuna di esse: "Quando stai davanti a un albero, se guardi una sola delle sue innumerevoli foglie rosse, non vedrai tutte le altre. Quando l'occhio non si fissa su una singola foglia, e stai davanti all'albero con la mente vuota, vedrai infinite foglie".

    Ma non si tratta dell'unica interpretazione del Bushido, codice che, formatosi nel corso di diversi secoli, è inevitabilmente soggetto ad essere protagonista di plurime e personali chiavi di lettura. Possiamo ad esempio citare Yagyu Munenori, autore de "La Spada che dà la Vita". Il trattato riprende le nozioni Zen introdotte da Soho, ma pone l'accento sull'interessante concetto di "Non Spada", ovvero la necessità per il Samurai di dominare l'avversario anche senza la propria lama: "Dovresti essere capace di vincere la spada del tuo avversario addirittura con un semplice ventaglio". Ma l'obiettivo dell'affinare la propria tecnica e divenire Samurai non è solamente quello di sopraffare l'avversario, ma anche quello di diventare un uomo completo. Ed è in tal senso che la spada diventa non solo uno strumento di morte, ma anche un mezzo dispensatore di vita.

    Decisamente focalizzato sulla sconfitta ed eliminazione del nemico è invece il "Libro dei Cinque Anelli", opera di Miyamoto Musashi. Un obiettivo da raggiungere non solo con la tecnica, ma anche e soprattutto con la corretta impostazione mentale, che determina la vittoria ancor prima dell'inizio del duello e nella quale è centrale l'accettazione della morte: "Puoi abbandonare il tuo corpo, ma devi preservare l'onore. Non perdere mai la Via".

    Ma quale sarà l'interpretazione del Bushido offerta da Jin? Ad ora è piuttosto difficile immaginarlo, ma l'ultimo trailer di Ghost of Tsushima condiviso da Sucker Punch sembra suggerire per il protagonista un destino di ricerca di una violenta vendetta, in un racconto di smarrimento delle proprie origini e di furia interiore. Il giovane, provato dalle violenze messe in atto dall'esercito mongolo, pare disposto ad abbandonare la Via del Guerriero, in favore della trasformazione in "Fantasma". Quanto questo sentiero sarà lontano dalle tradizioni Samurai, potremo scoprirlo solo al termine della nostra avventura. Nell'attesa, avendo aperto questa disamina con le parole di Kublai Khan, non possiamo che offrire, in chiusura, la dichiarazione di intenti pronunciata contro di lui da Jin:

    "L'onore è morto sulla spiaggia. Il Khan deve soffrire. Io sono un Samurai, ma sacrificherò tutto per il mio Paese."

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