God of War Raising Kratos: Sony Santa Monica e la rinascita di una leggenda

Raising Kratos è il documentario realizzato da Sony Santa Monica per festeggiare il primo anniversario di God of War per PlayStation 4.

speciale God of War Raising Kratos: Sony Santa Monica e la rinascita di una leggenda
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  • PS4
  • PS4 Pro
  • Se con Playing Hard abbiamo assistito alla nascita di una nuova proprietà intellettuale, con God of War - Raising Kratos ci è stato mostrato qualcos'altro. Il documentario pubblicato da Sony PlayStation infatti parla della rinascita di un'intera serie, di una leggenda che - per non estinguersi - aveva bisogno d'essere narrata da un punto di vista inedito. Tra l'altro, siccome il nome di questo mito era God of War, soltanto un visionario avrebbe potuto assolvere a tale compito, ovviamente non senza una squadra di talento alle proprie spalle. Dopo aver lasciato i lidi di Santa Monica a seguito della pubblicazione di God of War 2, Cory Barlog è tornato dai suoi vecchi colleghi, per imbarcarsi in quel che sarebbe stato il progetto più ambizioso della sua carriera.

    Ponendo qualsiasi velleità registica al servizio del racconto, Raising Kratos assume una dimensione corale, dando spazio anche alle figure chiave del team, ai principali attori del cast e agli eventi che hanno portato al ritorno dello spartano. Proprio come Atreus, impaziente di lasciare la terra natia per esplorare luoghi sconosciuti, abbiamo divorato con gli occhi ogni istante del documentario e adesso - neanche a dirlo - abbiamo bisogno di parlarne.

    Umanità in scena e dietro le quinte

    Per prima cosa occorre fare una precisazione: Playing Hard e Raising Kratos sono due prodotti sostanzialmente differenti, perché - nonostante raccontino entrambi lo sviluppo di un titolo tripla A - lo fanno con uno stile registico totalmente diverso. Il primo contiene delle sfumature vicine alla denuncia e non rinuncia all'introspezione. Nel secondo caso, invece, ci troviamo di fronte a un più semplice video racconto di Sony, per narrare la gestazione di una maestosa esclusiva.

    Detto questo, non vogliamo affermare che Raising Kratos sia privo di una dimensione umana. All'interno del montaggio infatti troviamo le interviste con gli autori e gli attori, che - al prezzo di grandi sacrifici personali - sono riusciti a trasformare una folle idea in un'esperienza memorabile. Senza voler rovinare le sorprese e i momenti che andrebbero vissuti in prima persona, ci limiteremo a riflettere su quelli che ci hanno maggiormente colpito.

    Il piccolo Sunny Psijic ha raccontato di quando, con vivo stupore, ha scoperto che avrebbe interpretato il figlio di Kratos nel nuovo God of War, mentre Bear McCreary ha detto di come - traendo ispirazione dal poderoso intreccio narrativo - sia arrivato a comporre l'epica colonna sonora del gioco. Sul piano dell'impatto emotivo però, sono stati proprio Christopher Judge e Danielle Besutti a bucare lo schermo, infondendo parte del proprio essere nell'animo dei personaggi.

    In God of War, la paternità non è più un contorno teso a sottolineare un passato perduto ma è una condizione che è parte del presente di Kratos, il quale deve guidare il figlio in un viaggio di reciproca scoperta. Ebbene, nel cinereo spartano non troviamo soltanto l'estro di Cory Barlog ma anche quella che è una vera e propria lettera di Judge ai suoi quattro ragazzi. Proprio come Kratos, anche l'attore è stato un padre assente, che però sarebbe disposto a tutto pur di rimediare agli errori commessi.

    Il destino ha voluto che la Besutti stesse vivendo un periodo molto complesso quando ha partecipato alle sessioni di mocap. Dopo anni di vita coniugale, infatti, ha avviato il doloroso iter per separarsi dal marito, mentre sul lavoro impersonava una madre disprezzata dal proprio figlio.

    La talentuosa interprete di Freya ha trasferito parte del suo dolore al personaggio, aumentando il pathos di scene già forti, sia dal punto di vista narrativo, sia sul versante scenico. Pur senza la medesima eleganza di Playing Hard, Raising Kratos riesce a colpire ugualmente duro, in barba a chi pensa che gli attori considerino i videogiochi come ingaggi di serie B. Se questi sono i sacrifici compiuti da chi ha partecipato a un solo aspetto della produzione, che cosa hanno passato gli sviluppatori e il direttivo di Sony Santa Monica? Per rispondere a questa domanda ci basta rievocare uno spezzone d'intervista a Yumi Yang e Shannon Studstill, che parlano della loro vita coniugale nei cinque lunghi anni di gestazione del gioco.

    Purtroppo, sebbene la prima sia stata capita e supportata dalla famiglia, l'executive producer di God of War ha preferito non rispondere, trattenendo a stento le lacrime. Il merito del montaggio, in ogni caso è stato quello di bilanciare con sapienza i momenti positivi e negativi del racconto, grazie anche allo stesso Barlog che - nonostante l'evidente stress fisico e mentale - non ha mai perso il suo spiccato senso dell'umorismo.

    D'altronde, per arrivare alla luce in fondo a un tunnel del genere, non ci si può permettere di cadere in preda alla disperazione. A tal proposito, siamo stati felici di ritrovare un certo video girato da Cory, di quando - alla fine di tutto - ha consultato metacritic.com per scoprire la media review della sua opera. Le lacrime di commozione del director segnano la fine di un viaggio incredibile, che non ha condotto solo all'evoluzione di un franchise ma anche alla scrittura di una pagina memorabile di storia videoludica.

    Ritorno in Sony Santa Monica

    Per Cory Barlog un videogioco cade preda della ripetizione quando manca di un vero "senso del perché". In tutta franchezza Ascension, il capitolo che di fatto ha concluso la prima era del brand, era totalmente privo di questo fattore.

    La vendetta sugli dèi era ormai acqua passata, Kratos ci aveva raccontato tutto di lui e - anche a causa di un combat system fin troppo collaudato - in pochi hanno trovato l'episodio realmente interessante. Insomma, God of War doveva cambiare e Cory doveva dimostrare che ciò avrebbe potuto realizzarsi. Al suo ritorno in Sony Santa Monica però non ha trovato una situazione facile. In parte sfiduciato dopo l'esperienza di Ascension, il team avrebbe dovuto sviluppare la nuova incarnazione della serie assieme a un altro progetto per PS4, che però è stato cancellato nel 2014. Tale improvviso cambio di programma ha portato al licenziamento di parte del personale coinvolto, gettando gli sviluppatori nel più giustificabile degli sconforti.
    Unendo riprese amatoriali a interviste e filmati di repertorio, Raising Kratos ci fa respirare quel clima di tensione e negatività, che aveva finito col condizionare anche Barlog e la Studstill. La strada per la creazione di God of War, con tutti i cambiamenti e i rischi che avrebbe implicato, appariva in ripida salita e, cosa ancor più importante, erano amolti gli interrogativi che attorniavano il progetto. All'epoca, per dirne una, Barlog pensava ancora all'Egitto come ambientazione per l'avventura, nonostante avesse già fissato un elemento importante: Kratos avrebbe dovuto essere padre e il figlio l'avrebbe accompagnato nel corso di tutto il gioco. Dopo aver convinto i suoi della bontà dell'idea - soprattutto chi si sarebbe dovuto occupare del gameplay - Cory sapeva che avrebbe dovuto ingaggiare gli attori per dar vita al suo disegno.

    I momenti salienti di un progetto titanico

    Senza concentrarci troppo sui singoli episodi o sull'alchimia che fortunatamente si è creata tra Sunny Psijic e Christopher Judge, vogliamo sottolineare un particolare aspetto delle vicende narrate. In prima battuta, il nostro Kratos non voleva partecipare alle riprese del videogioco, sottovalutando la qualità e la profondità dell'intreccio narrativo. Convinto dalla sua agente a provare ugualmente, ha letto il copione restandone affascinato. Mentre parla della sua audizione, lo vediamo sorridere quando ripensa all'accaduto, essendo ormai pienamente consapevole di aver preso parte a qualcosa di unico.

    Trovati gli attori, bisognava iniziare a mettere insieme i pezzi dell'impianto ludico, perché una nuova sfida attendeva Barlog e i suoi: la prova di Yoshida. Settata l'ambientazione in Scandinavia, infatti, restava tutta una serie di problematiche "registiche". Come abbiamo già detto, Raising Kratos è in sostanza un video racconto e contiene molte interviste agli addetti ai lavori. Jeet Suroff, ad esempio, ha messo in luce la difficoltà nel coniugare le sequenze non interattive al gameplay, essendo il gioco - in buona sostanza - un unico piano sequenza.

    Pur deviando raramente da uno scolastico mix di interviste e filmati di repertorio, il documentario presenta qualche frangente un po' più "studiato". Mostrata la visita della Studstill in Islanda, che non manca di sorprendere lo spettatore con delle incredibili riprese naturalistiche, arriviamo finalmente a quello che è il punto cardine del prodotto: l'annuncio di God of War in pompa magna all'E3 2016. Prima che la sequenza entri nel vivo, ci viene mostrato un vecchio video di Cory all'E3 2006, nel corso del quale sarebbe avvenuta la presentazione di God of War 2. Forte di un'aria spavalda, Barlog appare sicuro di sé e non è spaventato all'idea di mettere a nudo il proprio lavoro. Al contrario, il director del presente è un padre di famiglia che ha speso cinque anni della propria vita per creare un gigante del gaming o - citando il suo esempio del gatto di Schrödinger - un totale disastro.

    Il ritmo del montaggio aumenta e la tensione sale: Bear McCreary entra in scena ed esegue il tema di God of War dinanzi a un'immensa platea ammutolita. Il risultato è stellare ma è solo con l'apparizione di Kratos che il pubblico va in delirio. I filmati di repertorio ci mostrano un Cory Barlog letteralmente terrorizzato, che tenta di mantenere la calma ma con magri risultati. La demo, fortunatamente, lascia tutti soddisfatti e impazienti di mettere le mani sul prodotto finito. Ciò che in pochi sanno è che il gioco allora non era neanche vicino al completamento.

    Il reveal dell'E3 2016, in altre parole, è stato il punto d'inizio di un periodo molto complesso per i ragazzi di Santa Monica, a cui è stato chiesto di tenere duro per un altro anno e mezzo. A pochi mesi di distanza dall'uscita God of War era ancora afflitto da migliaia di bug, anche molto gravi e non avrebbe mai potuto debuttare in quelle condizioni: è stata solo la volontà degli sviluppatori a permettere a Kratos di solcare le terre di Midgard e di riprendersi, senza troppi sforzi, l'antica gloria perduta.

    God of War Non essendo un documentario d'autore, Raising Kratos non vanta la stessa profondità filmica di Playing Hard. Detto questo, è un prodotto che merita la visione, anche solo per capire come sia nata un'opera capace di vendere 3 milioni di copie in tre giorni. La prodigiosa storia di God of War, e parliamo sia di quella fittizia sia di quella reale, è anche un racconto di uomini e donne, senza i quali la leggenda dello spartano sarebbe diventata un lontano ricordo. Fortunatamente, grazie al loro coraggio, l'unica cosa di cui dobbiamo preoccuparci oggi è capire quando andremo a bussare alla porta di Thor e Odino, per far loro una doverosa visita di cortesia.

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