Google Stadia: rischi, dubbi e grandi potenzialità

Google Stadia propone al pubblico una visione di futuro senza vincoli hardware e all'insegna dell'accessibilità, che porta con sé dubbi e promesse...

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Due giorni fa Google ha presentato al pubblico Stadia, la sua visione per il futuro del medium videoludico che, come sospettato, non ha nulla a che fare con macchine da gioco ad alte prestazioni o improbabili console war. L'idea è quella di "liberare" il gaming dai vincoli dell'hardware, accelerando la transizione verso una totale digitalizzazione che coinvolge non solo i videogiochi ma anche l'accesso agli stessi.

Un salto in avanti tanto ricco di potenziale quanto spaventoso: due aspetti quasi sempre presenti quando si assiste a una brusca accelerazione verso l'avvenire. È quindi ragionevole che l'annuncio abbia suscitato nel pubblico reazioni diverse e spesso agli antipodi, tra scettici, entusiasti, critici e possibilisti. Un motivo in più per farci una bella chiacchierata su quelli che sono i rischi e le promesse di Stadia.
Sì, rimane comunque una delle scelte di nome più infelici della storia recente.

Dubbi e prospettive

Partiamo da un presupposto essenziale per tutte le considerazioni a seguire: tutto quello che ci è stato mostrato nel corso del keynote ci Google rientra, al momento, nell'ambito della speculazione avveniristica.

Una costatazione che non vuole in alcun modo togliere valore alla visione del colosso di Mountain View, ma è chiaro che per offrire concretezza alle aspirazioni di Stadia è necessario superare alcuni passaggi essenziali, snodati su un percorso che deve superare la prova del grande pubblico, fornendo sicurezze in termini di accessibilità al servizio, stabilità prestazionale, commerciabilità e supporto delle terze parti. Dubbi non da poco, specialmente se si considera che quello del "cloud gaming" non è esattamente un territorio vergine, mai esplorato finora. Servizi come il defunto OnLive (successivamente inglobato da Sony assieme a Gaikai per costruire la base tecnologica di PlayStation Now) avevano tentato di proporre piattaforme di gioco completamente in remoto, andandosi però a scontrare con alcuni limiti tecnici apparentemente invalicabili, tra cui input lag e fluttuazioni prestazionali di vario genere. Problemi che la tecnologia "magica" dei data center di Google promette di ridurre al minimo, di rendere quasi impercettibili, a patto di avere una connessione in grado di sostenere i requisiti di Stadia (connessioni da almeno 25 Mbs).

Va da sé che per verificare l'effettiva validità di queste premesse sarà necessario attendere il lancio ufficiale del servizio (previsto per quest'anno), ma c'è un elemento che rende questa prospettiva molto più credibile: la diffusione massiccia e la disposizione strategica dei succitati data center pone Stadia, in termini di affidabilità, a distanze siderali rispetto ai suoi predecessori.

La chiave di volta sono chiaramente le ingenti risorse a disposizione del gigante statunitense, che ha progettato il proprio network a partire da macchine concepite e realizzate per questo specifico proposito, nel quale confluiscono diverse tecnologie all'avanguardia. Basti pensare al coinvolgimento di Google DeepMind, esperti di machine learning e reti neurali artificiali, nonché creatori di AlphaStar, l'IA che ha sconfitto i migliori giocatori al mondo di StarCraft II. Pur volendo dare piena fiducia alle caratteristiche tecniche del servizio, resta da vedere come Stadia si presenterà al mercato, sia dal punto di vista dei costi, sia per quel che riguarda la libreria dei titoli supportati.

Ci mancano informazioni essenziali come il modello di business adottato (abbonamento onnicomprensivo, titoli acquistabili separatamente o una formula ibrida), e ragguagli sulla partecipazione di publisher e sviluppatori, sebbene la partnership con Bethesda e Ubisoft faccia ben sperare. A prescindere dalla solidità operativa di Stadia, insomma, bisogna capire se gli utenti avranno motivi a sufficienza per assecondare questo "salto nel vuoto", anche se è già chiaro come il progetto apra uno spiraglio piuttosto stimolante sul futuro del medium, liberandolo - almeno concettualmente - da molte delle sue attuali limitazioni.

Futuro digitale e paure fisiche

Dando un'occhiata ai cambiamenti del mercato negli ultimi anni, appare chiaro che il medium si sta ormai incamminando, in maniera lenta ma inesorabile, verso una totale digitalizzazione dei contenuti di gioco.

Non è un passaggio destinato a concretizzarsi nell'immediato, e probabilmente la totale transizione richiederà ancora molto tempo, ma si tratta di una strada ormai tracciata, anche perché i costi di distribuzione hanno un peso molto rilevante nel bilancio di un'industria che, con l'aumento degli investimenti richiesti dallo sviluppo, ha ora bisogno di rinnovare il proprio modello produttivo. Questo discorso non riguarda necessariamente il settore dell'hardware da gioco, sebbene sia chiaro come le attuali tempistiche dell'avvicendamento generazionale finiscano col limitare le possibilità degli sviluppatori, a maggior ragione se si tiene conto della necessità di conciliare prestazioni e prezzo al dettaglio. Da questo punto di vista, l'idea di affiancare sistemi di "cloud computing" alle macchine in locale rappresenta sicuramente una soluzione sostenibile, ed è probabilmente in questa direzione che si muoveranno tutti i colossi dell'intrattenimento da salotto.

In quest'ottica Stadia non rappresenta - almeno nell'immediato - una vera e propria minaccia per il concetto tradizionale di console, ma una soluzione più complementare che alternativa. Non a caso una delle colonne portanti della comunicazione di Google è stata l'accessibilità del servizio, teoricamente fruibile su qualsiasi apparecchio dotato di schermo e accesso alla rete. Stadia punta quindi a estendere il proprio appeal oltre i confini della "core community" videoludica, con un'inclusività che facilita l'accesso al medium anche per i giocatori occasionali.

Ora come ora non possiamo parlare di morte dell'hardware o dell'acquisto fisico ma, di nuovo, l'orizzonte tecnologico ci dice che prima o poi dovremmo farci i conti. D'altronde è evidente che il conflitto tra i diversi attori del mercato videoludico si sta spostando sempre più rapidamente sul fronte dei servizi all'utente, e la natura di "non console" di Stadia pone la creatura di Google in questo specifico ambito. Le resistenze di una fetta consistente del pubblico, abituata al concetto tradizionale di "possesso", sono ragionevoli e giustificate, perché il servizio richiede uno sforzo fiduciario praticamente totale, legato alla rinuncia al controllo diretto sui propri acquisti, intesi come beni tangibili. Di contro, però, la prospettiva di poter giocare praticamente ovunque e su qualsiasi device risulta incredibilmente appetibile, così la possibilità di poter interagire con gli altri utenti in modi totalmente nuovi, arrivando perfino a banalizzare il concetto stesso di cross-play e cross-platform.
Se al momento rimane comunque difficile quantificare l'impatto di Stadia sull'intera gaming industry, l'approccio di Google al "problema" dell'hardware ci offre spiragli su un futuro nel quale lo sviluppo videoludico non dovrà più tener conto delle caratteristiche proprie delle diverse macchine da gioco, ma potrà muoversi agilmente oltre i limiti della componentistica asservita alla potenza di calcolo.

Sviluppo senza limiti

Con un hardware aggiornato autonomamente in remoto, a ritmi presumibilmente accelerati rispetto a quelli cui siamo abituati da acquirenti, Stadia promette di lasciare gli sviluppatori liberi di modellare la propria visione creativa con una libertà sostanzialmente inedita, senza dover fare i conti con limiti tecnici inamovibili.

Un'emancipazione che permetterebbe ai team di lavorare sulle frontiere "più calde" dell'avvenire videoludico, ovvero intelligenza artificiale, gestione della fisica e reattività del mondo di gioco, senza dover necessariamente cercare compromessi prestazionali.

Se, come anticipato, il supporto del cloud computing su PS5 e Xbox Scarlett sembra quasi scontato, è improbabile che le compagnie decidano di "dividere" la propria utenza proponendo esperienze radicalmente differenti a seconda del contributo offerto dal cloud. D'altronde c'è chi preferisce possedere una console anche per il fatto di non dover necessariamente giocare in rete.

È dunque più plausibile che la potenza aggiuntiva venga utilizzata per migliorare le prestazioni generali di un prodotto, piuttosto che per alterarne le dinamiche ludiche. In questo senso, lo spostamento di tutte le operazioni di calcolo nei data center di Google eliminerebbe il problema alla radice, permettendo a tutti gli utenti di accedere - rete permettendo - a un prodotto senza vincoli tecnici.

Per quanto intrigante, però, il tallone d'Achille di questo ragionamento è connaturato proprio nelle dinamiche base del mercato multipiattaforma, visto che publisher e studi non possono permettersi di penalizzare in alcun modo gli utenti delle piattaforme fisiche, senza considerare i costi legati all'eventuale - e inverosimile - sviluppo di un'ipotetica versione "potenziata" solo per Stadia. Ed è su queste note che si fa veramente interessante l'annuncio di Stadia Games and Entertainment, il team first party guidato da Jade Raymond che si occuperà di sviluppare titoli a misura di cloud, probabilmente esclusive pensate per amplificare l'attrattiva del servizio. Non sappiamo esattamente cosa stia bollendo nel pentolone creativo di Google, ma sappiamo che, prima dell'abbandono di EA Motive, la Raymond aveva espresso grande interesse nella creazione di mondi di gioco realmente "reattivi" e dotati di narrazione dinamica, ovvero capaci di adattarsi e assecondare in pieno le scelte e le azioni degli utenti. Elementi che, ora come ora, ci sembrano dannatamente in linea con le premesse tecnologiche di Stadia. Nel caso specifico, però, il concetto stesso di esclusiva perde parte del suo significato, visto che una delle prerogative di base del servizio è la diffusione orizzontale, che potrebbe perfino coinvolgere le altre piattaforme di gioco.

Più Stadia per tutti (?)

Qualora, oltre a coinvolgere nel progetto le terze parti multipiattaforma, Google riuscisse a proporre al pubblico produzioni realmente uniche, possibili solo con il supporto dei suoi data center, gli altri colossi del gaming potrebbero considerare svantaggiosa la totale estromissione di Stadia dalle proprie console.

Tale esclusione non garantirebbe infatti alcun vantaggio dal punto di vista economico e, in assenza di dinamiche realmente concorrenziali, negare la possibilità di accedere al servizio da Xbox One o Switch (e rispettivi eredi) diventerebbe una limitazione totalmente arbitraria.

Sony, con il suo PlayStation Now, è effettivamente in una posizione un po' diversa rispetto alle altre compagnie del settore, con l'aggravante di una tendenza ormai storica a "isolare" il proprio ecosistema di gioco, quindi è quella che potrebbe mostrare le maggiori resistenze. Dal canto suo, Mountain View punta chiaramente a raggiungere la massima diffusione possibile, ed escludere il pubblico delle piattaforme succitate non avrebbe alcun senso.

Bisogna inoltre considerare che una prova gratuita di Stadia, presumibilmente nei piani di Google, potrebbe perfino intaccare le resistenze dei più accaniti difensori del formato fisico. In fondo la prospettiva di un accesso immediato al gioco, senza patch da scaricare e con la possibilità di continuare in remoto anche fuori dai confini di casa, ha una sua indiscutibile attrattiva, cui si aggiunge il non doversi più preoccupare di console mid gen o di perdere i propri titoli/progressi per un'eventuale passaggio alla "barricata avversaria".

D'altronde la natura incorporea di Stadia, la sua indipendenza da uno specifico punto di accesso hardware e da periferiche dedicate, rappresenta la migliore approssimazione di "console unica" mai affacciatasi sul mercato, il tutto senza neanche rientrare nella definizione. La realtà dei fatti è che sappiamo molto poco su come, nella pratica, si presenterà al pubblico "il futuro del gaming" secondo Google, ma è già chiaro, palpabile, il potenziale delle idee messe in campo dagli uomini di Mountain View. La presentazione alla GDC, tra le altre cose, ha aperto uno spiraglio su quello che probabilmente sarà l'avvenire "digital only" del medium videoludico, e in largo anticipo sui tempi previsti. Un salto in avanti che può senza dubbio far paura ma, dal punto di vista dell'utenza, siamo di fronte a una classica "scommessa pascaliana", ovvero un falso azzardo con il quale in realtà non rischiamo nulla.

Quello che possiamo fare è aspettare, con la mente aperta, il concretizzarsi di un progetto che potrebbe, qualora le promesse venissero rispettate in toto, rivoluzionare il mondo del gaming per come lo conosciamo.