DS

Homo Ludens: il trattato di Huizinga omaggiato da Hideo Kojima

Homo Ludens, prima di identificare il team di Hideo Kojima, è stato uno dei saggi più importanti della sociologia.

speciale Homo Ludens: il trattato di Huizinga omaggiato da Hideo Kojima
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • PS4 Pro
  • Homo Ludens non è solo l'intrigante nome scelto da Hideo Kojima per identificare il logo del suo studio di sviluppo, ma è stato in primis il titolo di uno dei saggi più importanti e interessanti della sociologia. Era il 1939, un anno prima dell'occupazione nazista di Amsterdam, quando nella capitale dei Paesi Bassi venne pubblicato "Homo Ludens" di Johan Huizinga, all'interno del quale lo studioso cerca di dimostrare e spiegare come il concetto e il principio del gioco siano elementi innati nell'agire umano, e anzi come ogni azione e fenomeno culturale umano possa essere ricondotto a questa attività. Affermare qualcosa di così forte, di così radicale ed egualitario, significava (e significa ancora oggi) mettere l'intera umanità sullo stesso piano, senza distinzioni di genere, etnia e cultura: anche per questo motivo lo storico venne imprigionato dai nazisti, e sarà in carcere che morirà qualche anno dopo, nel 1945. Ma, come per molte vittime del regime, le sue idee e il suo pensiero si diffusero ben oltre l'Olanda e oltre il suo tempo, diventando fonte di studio per decine e decine di pensatori di tutto il mondo.

    Oggi il suo testo viene citato e omaggiato in numerosi videogiochi, e sebbene sia stato più volte criticato, riconsiderato e infine ridimensionato data la sua età, rimane un punto fondamentale da cui partire come introduzione alla riflessione, alla conoscenza e alla comprensione del gioco e del videogioco. È necessaria solo una breve ma importante precisazione: il "gioco", in Huizinga, è il momento in cui si esce dal puramente razionale per abbracciare lo spirituale, l'immaginario, e quindi rientrano in questa definizione tanto la la lotta e il braccio di ferro quanto la danza e la rappresentazione teatrale.

    Tanto lavoro e poco svago...

    Innanzitutto, lo storico olandese si chiese se il gioco fosse una componente dell'agire umano che si manifesta poiché socialmente costruita (e cioè se siamo noi a crearla, e non ha alcuna componente istintuale), o se invece appartenesse all'umanità in quanto tale, indipendentemente dalla tipologia di società e cultura in cui viviamo. Il primo passaggio per rispondere a questa domanda è stato quello di controllare e verificare l'esistenza di fenomeni di gioco in tutte le culture, indipendentemente dalla loro posizione geografica.

    Non solo lo storico è stato in grado di riscontrare "gioco" ovunque abbia guardato, ma ha anche notato e verificato che lo stesso, nella sua forma primordiale e più spontanea, esiste e si manifesta persino negli animali: "basta osservare i cuccioli nel loro gioco, per scorgere in quell'allegro ruzzare tutti questi tratti fondamentali. Essi s'invitano al gioco con certi gesti ed atteggiamenti cerimoniosi; osservano la regola che non si ha da mordere a sangue l'orecchio del compagno; fingono di essere arrabbiatissimi. E si noti soprattutto che a far così essi provano evidentemente in massimo grado piacere o gusto". Non solo: lo studioso aggiunge come ci siano forme di gioco animale anche più complesse della lotta tra cuccioli. "Ora un tale gioco di cuccioli ruzzanti non è che una delle forme più semplici del gioco animale. Ve ne sono altre di specie molto più profonda, più evoluta: vere e proprie gare e belle rappresentazioni per spettatori".

    Ma se il gioco è così condiviso, non solo tra umani ma persino tra specie diverse, significa che è un istinto biologico? In realtà non è proprio così: il gioco e il giocare sono funzioni che appaiono biologiche, ma risultano svincolate dalla pura istintualità. Si pensi al bisogno di andare in bagno, controllabile entro certi limiti ma obbligatoriamente espletato nel momento in cui "la si tiene" per troppo tempo.

    Il giocare, invece, è sempre caratterizzato da un senso, da una funzione, ed è dunque una particolare attività che non appartiene né solo all'assoluta razionalità, né alla pura istintualità. Di conseguenza, il giocare sia è un fenomeno che si manifesta nell'umanità prima della nascita dei costrutti sociali, sia un qualcosa che da questi viene direzionato, per acquisire senso e scopo. Come spiega bene Huizinga in un passaggio del testo: "l'esistenza del gioco non è legata a nessun grado di civiltà, a nessuna concezione di vita. Ogni essere pensante può immediatamente rappresentarsi quella realtà: gioco, giocare, come qualcosa di specifico, di indipendente, anche se il suo idioma non avesse per esso un'espressione generale. Il gioco è innegabile. Si possono negare quasi tutte le astrazioni: la giustizia, la bellezza, la verità, la bontà, lo spirito, persino Dio. Si può negare la serietà. Ma non il gioco".

    Il gioco, dunque, rappresenta per l'umanità la prova più concreta del nostro posizionamento nell'universo come esistenze "sopralogiche", ossia non limitate esclusivamente alla sfera razionale. Cosa significa tutto questo? Provate a immaginare la prospettiva squisitamente scientifica che ci vede come meccanismi perfettamente bilanciati e costruiti dalla Natura, ottimizzati nel corso di milioni di anni per diventare l'odierno Homo Sapiens. In realtà, se così fosse stato, al posto del gioco avremmo adottato misure più dirette ed efficaci per comprendere le regole sociali e le tecniche di caccia, per ottenere uno sfogo fisico e perfezionare la coordinazione di gruppo.

    E invece, come oggi ci dimostra il mondo intorno a noi, questo processo non è avvenuto: siamo Homo Ludens, dato che "l'esistenza del gioco conferma senza tregua, e in senso superiore, il carattere sopralogico della nostra situazione nel cosmo. Gli animali sanno giocare, dunque sono già qualche cosa di più che meccanismi. Noi giochiamo e sappiamo di giocare, dunque siamo qualche cosa di più che esseri puramente raziocinanti, perché il gioco è irrazionale". È dunque il gioco che permea gli elementi base della cultura e della civiltà: il linguaggio, ad esempio, usa metafore (giochi di parole) per esprimere l'astratto, e pertanto "gioca" con la realtà.

    Quando il gioco si fa serio...

    Dopo aver chiarito la natura preculturale dell'attività ludica, Huizinga affronta il tema il tema in quanto attività percepita come sempre e solo "scherzosa", "non seria". Innanzitutto, spiega l'autore olandese, cosa significa "serio"? La commedia e la comicità, per esempio, ci fanno spesso ridere, divertire e sorridere, ma nessuno si sognerebbe mai di definirle attività non serie. Al contrario, ridere potrebbe essere associato allo scherzo, ma in realtà è una pura reazione istintiva a tanti input, tra cui i complimenti per il nostro aspetto o per le nostre capacità. Ma nonostante tutto questo, rimane indubbia l'abitudine ad associare il concetto di "gioco" con "momento poco serio", "scherzo", "finzione", il tutto riassumibile nell'avverbio "soltanto": è soltanto un gioco, è solo finzione, è solamente uno scherzo.

    Ma davvero l'uomo, almeno in età adulta, può approcciarsi solo in modo "non serio" al gioco? "In quest'idea del "soltanto per scherzo" sta racchiusa la coscienza dell'inferiorità del gioco di fronte al "serio", una convinzione profondamente radicata. Ma tale coscienza di giocare "soltanto", non esclude affatto che questa attività possa avvenire con la massima serietà, anzi con un abbandono che si fa estasi e elimina nel modo più completo, per la durata dell'azione, la qualifica dell'avverbio in questione.

    Ogni gioco può in qualunque momento impossessarsi completamente del giocatore. Il contrasto gioco-serietà resta sempre un'antitesi instabile: il gioco si converte in serietà e la serietà in gioco e questo sa innalzarsi a vette di bellezza e di santità che la serietà non raggiunge".

    Generalmente, a questo punto, i massimi detrattori del gioco come elemento "serio" nella prospettiva proposta da Huizinga affermano che, proprio perché non direttamente legato al biologico e al razionale, esso è esterno alla quotidianità, non soddisfa i bisogni primari e basilari dell'accoppiamento, del nutrimento e della difesa. In realtà, però, proprio perché non appare vitale ma al contempo descrive ogni giorno della nostra esistenza, il gioco diventa un accompagnamento, un complemento assolutamente determinante della vita in generale, e la rende degna d'essere vissuta. "È indispensabile all'individuo, in quanto funzione biologica, ed è indispensabile alla collettività per il senso che contiene, per il significato, per il valore espressivo, per i legami spirituali e sociali che crea, insomma in quanto funzione culturale. Soddisfa ideali di espressione e di vita collettiva".

    In ogni caso, Huizinga ammette di non poter arrivare a una risposta esaustiva sul tema della serietà e dello scherzo: persino la guerra, i tribunali, la legge, l'economia e la politica si basano su principi ludici, su regole accettate da tutti i partecipanti che, se dovessero spezzarle o disattenderle, ne precluderebbero l'esistenza stessa.

    "Noi siamo via via giunti a convincerci che la cultura è fondata sulla nobiltà del gioco, e che per arrivare alla sua più alta qualità di stile e dignità non può fare a meno di quel fattore ludico. In nessuna parte l'osservanza alle regole fissate è così indispensabile come nello scambio fra popoli e stati. Una volta trasgredite le regole, la collettività decade nella barbarie e nel caos".
    Sebbene dunque manchino numerose risposte nell'analisi di Huizinga, i motivi per continuare a studiare i suoi scritti ancora oggi sono tanti: con incredibile capacità predittiva, l'autore olandese colse la natura istintivamente ludica dell'umanità, affermando che il mantra medievale "vanità delle vanità, tutto è vanità" andrebbe sostituito con un più positivo "tutto è gioco". "È così siamo ormai giunti a una conclusione: cultura vera non può esistere senza una certa qualità ludica, perché cultura suppone auto-limitazione e auto-dominio, una certa facoltà nel non vedere nelle proprie tendenze la mira ultima e più alta, ma a vedersi racchiusa entro limiti che essa stessa liberamente si è imposti. La cultura vuole tuttora, in un certo senso, essere GIOCATA dopo comune accordo, secondo date regole".

    Anche in questo l'autore colse con incredibile anticipo le tendenze successive di molti studiosi, che iniziarono a mettere in crisi la natura esclusivamente razionale dell'uomo per abbracciarne il lato più giocoso e irrazionale. Decenni dopo, autori, artisti e designer tengono ancora a mente molte delle riflessioni dello storico olandese, adattandole alle nuove vette tecnologiche e aggiornandone il pensiero.

    Che voto dai a: Death Stranding

    Media Voto Utenti
    Voti: 210
    8.4
    nd