I migliori videogiochi del decennio dal 2010 al 2019

Manca poco all'inizio del 2020, e per l'occasione abbiamo stilato una classifica speciale con i migliori giochi della decade che sta per terminare.

I giochi del decennio
Speciale: Multi
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Mentre tutti aspettiamo con grande curiosità l'arrivo delle nuove console, momento che segnerà ufficialmente la fine di un ciclo generazionale e l'inizio di una stagione inedita per il nostro medium, il mondo videoludico si confronta con un altro grande traguardo storico. L'alba del 2020 inaugurerà infatti un nuovo decennio, lasciandosi dietro gli anni '10 di questo secolo.

La decade che va dal 2010 al 2019 è stata piena di giochi indimenticabili, di tendenze accolte dal mercato e di tecnologie invece integralmente rifiutate dal pubblico, di delusioni e di capolavori, ed è arrivato quindi il momento di guardarsi indietro e tirare le somme. Attraverso una serie di classifiche e di approfondimenti, noi di Everyeye vogliamo raccontarvi il lascito degli ultimi dieci anni, ed ovviamente non potevamo che cominciare dai 10 giochi migliori arrivati sul mercato.

Prima di lasciarvi al nostro elenco, ed in attesa della selezione di alcuni ospiti speciali, è bene ribadire la filosofia con cui abbiamo realizzato questo breve "inventario".

Anzitutto, specifichiamo che non si tratta dei giochi più influenti o importanti a livello culturale: in quella classifica dovrebbero probabilmente trovare posto fenomeni come Minecraft o Fortnite, oltre a prodotti che hanno cambiato per sempre il modo di fare game design. I dieci titoli che abbiamo selezionato solo quelli che rappresentano i giochi più riusciti per noi della redazione, per meriti squisitamente ludici, espressivi, creativi e artistici. Si tratta di un elenco estremamente ridotto, e per questo gli esclusi illustri sono innumerevoli.

Per dare un ulteriore tocco di personalità alla selezione, abbiamo anche deciso di dare spazio ad una piccola scelta più intima e individuale: ognuno di noi ha indicato un titolo extra che rappresenta una scelta esplicitamente soggettiva, un prodotto che ha avuto un ruolo speciale nel nostro vissuto di giocatori. Ovviamente l'invito è quello di aiutarci a completare questa enorme fotografia degli ultimi dieci anni, indicando nello spazio dei commenti la vostra personale selezione, e raccontandoci magari qual è il titolo che più di ogni altro rappresenta per voi l'ultima decade videoludica.

Bloodborne

È indubbio che Dark Souls abbia cambiato per sempre il nostro modo di produrre e concepire gli Action RPG: portando alla piena maturazione un concept ideato qualche anno prima da Demon's Souls, il titolo From Software ha cambiato per sempre diversi aspetti del mondo videoludico. Dalla rivalutazione della difficoltà come valore positivo del videogame, per arrivare all'idea del ciclo di morte e rinascita utilizzato ormai in decine di prodotti, il primo movimento della "trilogia oscura" ha innescato alcune tendenze che hanno definito l'ultimo decennio videoludico. Eppure, nell'elenco dei titoli migliori degli ultimi dieci anni abbiamo voluto mettere Bloodborne, la produzione in cui la visione di Miyazaki si è letteralmente sublimata.

Un gameplay più teso e intenso, e soprattutto un immaginario estremamente più originale e affascinante, bastano a collocare il viaggio a Yarnham al vertice della produzione del team. Perverso e dolente, il mondo di Bloodborne rappresenta uno degli scenari più magnetici e significativi che il nostro medium abbia partorito; le conseguenze della sua malattia sanguigna che la attraversa producono personaggi semplicemente incredibili, e mostruosità deformi a cui dare sadicamente la caccia. Un capolavoro di level design, di ritmo, di cattiveria.

Recensione Bloodborne

The Last of Us

Il viaggio di Joel ed Ellie rappresenta senza ombra di dubbio il vertice espressivo, ludico e artistico delle avventure di stampo narrativo. Se il percorso creativo di Naughty Dog in questo ambito è cominciato con il secondo Uncharted, capolavoro di spettacolarità e ritmo, è vero che The Last of Us ha letteralmente sublimato il linguaggio del team di sviluppo, grazie alla sua capacità di raccontare una storia potente ed a quella di tratteggiare un gameplay meno lineare e più avvincente.

La componente survival era in grado di stimolare l'esplorazione metodica e curiosa delle ambientazioni, che raccontavano in silenzio la storia dolorosa della nostra estinzione. Gli scontri tesi e nervosi, ed un approccio allo stealth che sarebbe poi filtrato persino in Uncharted 4, completavano un quadro ludico decisamente coinvolgente. Il fiore all'occhiello della produzione, nata a cavallo fra due generazioni, era comunque la sceneggiatura, capace di colpire il giocatore direttamente allo stomaco, portando sullo schermo personaggi dolenti, cinici, egoisti e disillusi. Una storia apparentemente contraria ai dettami dell'empatia, che rinnega il ruolo positivo del protagonista e idealmente lo distanzia così dal giocatore. In verità, nelle scelte di Joel e nelle sue bugie c'è tutta la bestialità che si nasconde nell'animo degli uomini, impossibile da tenere a freno in un mondo senza più speranza. The Last of Us è un gioco indelebile, che lascia un segno nel cuore e nella memoria, terribile come la fine e ostinato come la vita.

Recensione The Last of Us

Red Dead Redemption 2

In qualche modo la saga western di Rockstar ha accompagnato tutta la decade appena trascorsa: se il primo Red Dead Redemption l'ha di fatto inaugurata, raggiungendo il mercato alla fine del 2010, si può dire che l'avventura di Arthur Morgan ne abbia in qualche maniera rappresentato il coronamento. Scegliere quale dei due prodotti inserire in questo elenco non è cosa semplice, ma alla fine abbiamo deciso di puntare sul prequel: è vero che l'episodio originale è ricordato con grande affetto, e che la sua conclusione ha un impatto forse più intenso rispetto a quella raccontata "morbidamente" nell'epilogo di Red Dead Redemption 2; eppure, quest'ultimo risalta in ogni altro ambito.

Nella caratterizzazione visiva del vecchio west, nella capacità di tratteggiare un'epoca ormai sfiorita e morente, nell'intensità emotiva e nella forza della recitazione, stanno i grandi valori di un gioco malinconico e stupendo come i tramonti della frontiera. E se un merito va dato a Red Dead Redemption 2, è anche quello di aver puntato su un ritmo più compassato e meno furioso rispetto a quello di altri open world: tanto è rumorosa e accelerata l'esperienza di Grand Theft Auto V, tanto è contemplativa e realistica quella vissuta nei panni di Arthur. Dei giochi a mondo aperto finiti in questa classifica, RDR2 è sicuramente il più rilassato (ma non necessariamente il meno denso), ed anche in questo sta il suo fascino e la sua meravigliosa diversità.

Recensione Red Dead Redemption 2

Super Mario Galaxy 2

Nonostante il platform abbia faticato, negli ultimi tempi, a rappresentare uno dei pilastri del gaming come invece aveva fatto agli albori del nostro medium, l'ultima decade è stata particolarmente interessante per gli appassionati del genere. Abbiamo assistito al rilancio di Rayman con Origins e Legends, abbiamo giocato alle sorprendenti avventure di Shantae, incontrato produzioni ibride come Monster Boy e Celeste, e non dobbiamo dimenticare il bellissimo Ori and the Blind Forest.

Indissolubilmente legato alle sorti dei giochi di piattaforme c'è ovviamente Mario, che nei dieci anni appena trascorsi ha fatto capolino sul mercato più di una volta, in capitoli bidimensionali così come in episodi 3D, affiancato per altro dal suo storico "rivale" Donkey Kong (per citare la rinascita dello scimmione ad opera di Retro Studio). Se guardiamo alle vicende del Regno dei Funghi, sono due i prodotti più rappresentativi del decennio: ci riferiamo ovviamente a Super Mario Odyssey ed all'intramontabile Galaxy 2, uscito proprio nel 2010. Mentre Odyssey si diverte ad allargare gli spazi degli stage puntando su un'esplorazione meticolosa e partecipe, il secondo Galaxy è forse la quintessenza del platform 3D.

Un prodotto che gioca con il linguaggio, le forme e le regole del genere di appartenenza, piegandole in modi sempre nuovi e inattesi. Super Mario Galaxy 2, completamente perfetto di un primo capitolo già rivoluzionario, è un prodotto che celebra il divertimento "puro", che esaspera l'esaltazione del colore e della musica; un inno vibrante alla creatività artigianale dei suoi game designer. Una stella luminosa che risplende nel firmamento del gaming.

Recensione Super Mario Galaxy 2

The Legend of Zelda: Breath of the Wild

Una tendenza non particolarmente apprezzata da parte del pubblico è quella di ricorrere alle logiche dell'open world con il solo obiettivo di incrementare il profilo quantitativo di una produzione, dilatare i tempi del racconto e gli spazi a disposizione del giocatori. Il bilanciamento fra vastità e densità, per i titoli a "mondo aperto", è sempre stato sfuggente, e per larga parte di questa decade i team di sviluppo hanno sfortunatamente spostato la bilancia in direzione del primo fattore. Poi è arrivato Breath of the Wild, un prodotto ancor più rivoluzionario di quanto sembri, se si pensa che affonda le sue radici creative nell'epoca del Wii U.

L'ultimo episodio della serie The Legend of Zelda compie un grande miracolo, perché pur abbracciando la filosofia del design sottrattivo - e quindi consegnandoci un universo macchiato di solitudine, pieno di spazi apparentemente vuoti, abbandonati all'incedere silenzioso del tempo - dimostra una pienezza ed uno spessore senza pari. Recuperando un'impostazione da sandbox per quel che riguarda il gemaplay, e quindi lasciando il giocatore libero di sperimentare, di cimentarsi con le meccaniche di gioco, con gli strumenti, con il motore fisico, delinea uno spazio fieramente ludico, rappresentando senza ombra di dubbio una delle più incredibili manifestazioni del nostro medium e delle sue specificità.

Recensione The Legend of Zelda Breath of the Wild

God of War

Riscrivendo i canoni della serie God of War, il team di Santa Monica ha dato vita non solo al miglior episodio delle avventure di Kratos, ma anche a uno dei più grandi action-adventure che siano mai stati realizzati. Lo studio californiano ha anzitutto ampliato la formula di gioco, donandole maggiore respiro tramite un approccio più libero e meno lineare; dopodiché ha rielaborato quasi interamente il combat system, adattandolo perfettamente alle nuove dinamiche ludiche e impreziosendolo con funzionali e mai invasivi elementi ruolistici.

Il tutto incorniciato da una veste grafica dotata di una potenza espressiva con pochissimi eguali, epica e mozzafiato, accompagnata da una regia virtuale incredibilmente virtuosa, che segue le gesta di Kratos e Atreus tramite un unico, elegantissimo piano sequenza. Ma al di là dei meriti di un gameplay quasi perfetto, una delle più grandi virtù di God of War risiede nella forza del suo racconto e nella reinterpretazione della mitologia norrena: una storia di riscatto morale, di legami padre-figlio, di crescita e rimpianto, capace di farci riscoprire l'anima di un dio mai così tanto umano. Un capolavoro mastodontico sotto qualsiasi aspetto, che merita di diritto di entrare in quel Valhalla dove banchettano i più grandi giochi del decennio.

Recensione God of War

Journey

Journey è un viaggio indimenticabile. L'opera di Jenova Chen esprime con un'intensità rara tutta la versatilità del medium videoludico, in grado di comporre una sinestesia interattiva dove le immagini, i suoni e i colori danzano in simbiosi. D'importanza seminale per tanti altri congeneri che hanno cercato - con alterne fortune - di seguirne le orme, Journey è un'esperienza contemplativa e rilassante, ricchissima di suggestioni visive e sonore: la delicatezza del lavoro di ThatGameCompany è irraggiungibile, la sua carica emotiva e sensoriale ancora oggi ineguagliata, nemmeno dal suo stesso autore, che anni dopo è tornato a solleticare le corde del cuore con il pur bellissimo Sky: Children of the Light.

C'è della magia, in Journey, quel tocco capace di delineare affascinanti mitologie semplicemente attraverso l'utilizzo della direzione artistica e di una narrazione piena di simbolismo. Il racconto agisce sottotraccia, nascosto tra le dune di un deserto infinito, tra i segreti di un mondo che spalanca le sue porte a chiunque possegga la giusta sensibilità per lasciarsi trasportare dalle emozioni, come il vento fa con dorati granelli di sabbia. Quello di Journey è dunque un cammino al contempo universale e personale, che chiunque prima o poi dovrebbe intraprendere.

Recensione Journey

Inside

Inside rappresenta senza dubbio uno dei più grandi esempi di narrativa ambientale all'interno del settore videoludico. L'universo creato da Playdead, già autori dello strepitoso Limbo, prende forma poco alla volta sullo sfondo, assumendo caratteri distopici, inquietanti e persino surreali. Sulla base di un puzzle-platform a scorrimento orizzontale, il team imbastisce un'avventura che ci cattura dall'inizio alla fine con il suo stile rigoroso, i suoi giochi di luce e ombra, con il suo potentissimo messaggio.

Inside parla di alienazione e spersonalizzazione, di un regime totalitario che sfrutta gli esseri umani come pedine o cavie da laboratorio, e lo fa senza dire una sola parola, affidandosi unicamente al suo poderoso art design. Coerente, incalzante, e intelligente, il gioco propone enigmi sempre ben ponderati, equilibrati alla perfezione e senza mai sfociare in una componente trial and error troppo frustrante. Nonostante un gameplay calcolato fin nel minimo dettaglio, il motivo per cui il titolo di Playdead riesce a distinguersi in mezzo a tanti altri esponenti del genere si cela soprattutto nell'incredibile capacità di tratteggiare un immaginario tra i più vividi e pervasivi di questa generazione. Così facendo Inside trasmette un senso di straniamento e angoscia che ti entra "dentro", e non ti abbandona più.

Recensione Inside

The Witcher 3

The Witcher 3 non ha aggiunto praticamente nulla al genere dell'action-rpg, eppure ha cambiato tutto. Con il secondo capitolo si potevano già notare i punti di forza della serie: un'attenzione per i dettagli mai vista prima, un mondo di gioco affascinante e ovviamente anche una schiera di personaggi carismatici, perfettamente orchestrati all'interno di situazioni epiche e indimenticabili.

Nel 2015, però, CD Projekt Red ha alzato la posta, potenziando ogni singola componente, realizzando così un open world smisurato, vivo e vibrante, capace di rapire il giocatore per centinaia e centinaia di ore. Inutile dire che le ambientazioni ideate da mr. Sapkowski hanno svolto -anche questa volta- un ruolo più che decisivo: il dark fantasy basso medioevale unito al folklore est-europeo hanno reso unico il viaggio, ed ogni scenario era talmente ricco che anche il solo vagare senza meta finiva sempre col trasformarsi in un'avventura.

Gli amici polacchi potevano anche finirla qui, avevano già sbancato, e invece ci hanno perfino regalato un supporto post-lancio fuori scala; a partire dalle minuscole aggiunte in-game e alla lunga lista di patch distribuite (in maniera sempre attenta e costante), fino ad arrivare ai veri e propri DLC a pagamento come Heart of Stone e Blood and Wine, che hanno ridefinito il concetto stesso di espansione, aggiungendo decine e decine di ore a quella campagna già incommensurabile. Perciò sì: Wild Hunt non ha rivoluzionato davvero nulla, eppure è diventato a tutti gli effetti il nuovo metro di paragone per il genere. Qualcuno dirà che il sistema di combattimento non è mai stato rifinito a sufficienza, e anche questo è vero, eppure quando salpi per la prima volta verso le isole Skellige capisci che sei davanti a qualcosa che non dimenticherai facilmente.

Recensione The Witcher 3 Wild Hunt

Disco Elysium

A quasi un trentennio dall'età dell'oro del ruolismo videoludico, dal periodo in cui questa tipologia di gioco venne codificata e avviata verso una costante evoluzione, uno dei più notevoli contributi al genere è arrivato di recente da uno sconosciuto studio estone, ZA/UM, autore di un titolo capace di proporre alla platea uno straordinario mix di tradizione e innovazione.

A partire dall'eccezionale eredità stilistica di capolavori del calibro di Planescape: Torment, Disco Elysium porta su schermo un gameplay pensato per offrire ai giocatori una libertà inedita nella definizione del proprio avatar, del proprio "ruolo" all'interno di una detective fiction dai tratti pulp, ambientata in un mondo eccezionalmente sfaccettato e affascinante. Pur non abbandonando i canoni classici del genere (lanci di dadi, statistiche e prove abilità), Disco Elysium offre al pubblico un controllo praticamente illimitato sul protagonista, tanto che molti dei dialoghi richiederanno di interagire direttamente con i suoi pensieri, con tratti caratteriali e convinzioni sociopolitiche in grado di alterare in maniera significativa il dipanarsi degli eventi.

Tale è la qualità della scrittura, che in nessun caso sentiremo di aver perso un'occasione, di aver imboccato la strada "sbagliata", visto che il gioco reagirà dinamicamente alle nostre scelte proponendoci soluzioni narrative sempre interessanti e cariche di personalità. Il tutto tra le maglie di un racconto raffinato e sorprendente, cui fa da cornice un'ambientazione eccentrica, ricca di personalità e di grande pregio artistico. Tutti elementi che fanno di Disco Elysium un'esperienza irrinunciabile per gli amanti del genere, nonché uno dei migliori titoli dell'ultima decade.

Recensione Disco Elysium

Nominato Speciale di Tommaso Todd Montagnoli: Undertale

Le idee valgono più dei poligoni, del fotorealismo e delle campagne marketing. Undertale non è che un sacchetto di pixel tagliati con l'ascia, rovesciati su un enorme tavolo nero e poi riassemblati in maniera non convenzionale, con il più stravagante dei gusti estetici. Undertale è un fiume di dialoghi geniali, colpi bassi, surrealismo, non-sense, nemici grotteschi e spaventosi, personaggi fuori da ogni logica tradizionale e minigiochi che sembrano usciti da un Atari del '72.

È un rave a 8-bit, che smonta una ad una le tue abitudini videoludiche (e quelle del genere JRPG), le sostituisce con dei surrogati improbabili, e tu ti ritrovi inseguito un cane fastidioso nei sotterranei di un mondo folle, decisamente al di fuori della tua comfort zone, mentre ti ostini a conservare nelle tue tasche -senza alcun motivo apparente- una torta toffee alla cannella. È un gioco che bara, costantemente, sfacciatamente, ti costringe a scegliere una linea di condotta senza compromessi, nel nome di un patto finzionale talmente assurdo che non può essere nemmeno descritto; poi, quando gli gira, scaglia un enorme sasso contro la vetrata colorata della quarta parete, più o meno a duecentocinquanta all'ora, che se non ti sposti alla svelta lo prendi in pieno stomaco.

È anche una storia per bambini: semplice, archetipica, spiazzante, divertente e controversa come il vandalismo naïve dei nostri quindici anni. Undertale è soprattutto uno schiaffo alla coscienza di ogni giocatore, ed io ringrazierò sempre quel Toby Fox del Massachussetts per avermelo dato in faccia, e per non averlo visto arrivare...

Nominato Speciale di Francesco Fossetti: The Witness

Sono tanti i giochi di questa generazione a cui mi sento estremamente legato. Cito ad esempio tutte le cosiddette "immersive sim" di Arkane Studios, dal primo Dishonored al più recente Prey: un tris di produzioni che nella mia classifica personale supera sia il Bioshock Infinite di Ken Levine che l'ottimo Deus Ex: Human Revolution.

Devo ammettere però che quando penso ai prodotti più memorabili della decade, mi vengono in mente soprattutto produzioni indipendenti: da Papers, Please a Her Story, da Stories Untold a Return of the Orba Dinn, passando per Superhot, Hollow Knight, Hotline Miami. E proprio dal mondo dello sviluppo indipendente arriva il mio "special nominee". Quando ho pensato al titolo che più di ogni altro mi si è incollato addosso, senza nessun indugio ho puntato il dito in direzione di The Witness.

Dopo aver sconvolto il mondo del gaming con Braid, Jonathan Blow firma un altro capolavoro dalla portata devastante. The Witness è il puzzle game nella sua forma perfetta: un gioco essenziale, asciutto, impegnativo, che richiede un'abnegazione totale. Anche solo la scoperta delle regole necessarie a superare i singoli enigmi, che avviene attraverso un processo sperimentale ed empirico, rappresenta una sfida degna di nota. Schema dopo schema il giocatore acquisisce coscienza del mondo in cui si trova, raggiungendo spazi pieni di segreti, di misteri, di tracce apparentemente indecifrabili eppure così significative. The Witness è un prodotto che ragiona sul valore del segno, che riscopre le virtù della logica e quelle della focalità; è uno spazio virtuale stratificato e misterioso, e un'esperienza che consiglio di provare davvero a chiunque.

Nominato Speciale di Giuseppe Arace: Nier Automata

Se ci rifletto, mi vengono in mente pochi giochi che sono stati capaci di imbastire un crescendo finale come quello che contraddistingue le ultime ore di NieR: Automata. Il capolavoro di Yoko Taro e Platinum Games è riuscito a creare un connubio più unico che raro, dove adrenalina e dinamismo si muovono di pari passo con commozione e riflessione intellettuale. Questo action game, che oserei definire "esistenziale", ha saputo travolgermi in una maniera francamente inaspettata: la narrazione mi ha scombussolato il cuore e il cervello, il gameplay ha inebriato le mie mani, e la colonna sonora ha pizzicato le corde delle orecchie e dell'anima.

La storia di 2B e 9S, delle macchine senzienti, della ricerca di un dio umano e lontano merita a mio avviso di conquistare un posto di diritto tra le vette videoludiche di questo decennio. Ancora oggi, a quasi tre anni dall'uscita, continuo ad ascoltare con una certa frequenza i brani della strepitosa soundtrack, specialmente Weight of the World, un canto accorato, struggente ed emotivamente devastante. Quando mi lascio avvolgere dalle note, e ripenso al viaggio percorso insieme a 2B, ricordo di quando ho condiviso davvero insieme a lei il "peso del mondo".

Nominato Speciale di Alessandro Bruni: Portal 2

A circa un anno dal lancio di Portal 2, sua maestà Gabe Newell rilasciò una serie di interviste in cui affermava - senza un filo di esitazione - che lui e i suoi colleghi lo consideravano il prodotto migliore mai sviluppato da Valve. Ora non so come la vedete voi, ma quando il papà di Half-Life, Left 4 Dead e Team Fortess ti dice una cosa del genere, beh, sai già che sarà amore al primo portale. E in effetti così è stato.

Per quanto mi riguarda, Portal 2 non è solo uno dei titoli più brillanti della decade, ma anche un'insostituibile pietra miliare della storia del medium. Sulla strada segnata da una curva d'apprendimento impeccabile, il gioco proponeva un gameplay capace di rinnovarsi continuamente a partire da una manciata di capisaldi ludici, sfruttando fisica e level design in maniera intelligente per proporre al pubblico enigmi sempre più complessi, che ripagavano l'impegno con dosi inebrianti di soddisfazione personale. Il tutto tra le maglie di una storia tanto folle quanto straordinariamente efficace, benedetta da 13.000 linee di testo una migliore dell'altra e stracarica di umorismo orwelliano. A completare il quadro c'erano una direzione artistica di livello e un accompagnamento musicale sorprendente, complice di uno dei finali più strani e riusciti di sempre. Parliamo quindi di un capolavoro fatto e finito, nonché di un'aggiunta immancabile alla libreria di qualunque giocatore. Ah già, la torta è una bugia.

Nominato Speciale di Marco Mottura: The Last Guardian

Sono stato molto combattuto su quale gioco menzionare, perché tanti dei titoli che considero fra i migliori della decade non ce l'hanno fatta a raggiungere la selezione finale. Tra gli eccellenti esclusi ci sono diversi titoli a cui mi sento particolarmente legato (da The Wonderful 101 a Splatoon, passando per Vanquish, Cuphead e Hotline Miami), però in definitiva ho deciso di optare per The Last Guardian.

A farmi propendere per l'ultima creatura di Fumito Ueda ci sono svariate ragioni, molte delle quali spaziano dalle parti del romanticismo, dell'emozione e dell'irrazionalità. L'ultima in ordine di tempo è ben riassunta da un martellante scambio di opinioni con il buon Fossa, che ha definito The Last Guardian come videogame "bellissimo e tormentato".

Ecco, per me "bellissimo e tormentato" è qualcosa di sempre preferibile alla perfezione formale di produzioni ben più irreprensibili: non esagero nell'affermare che di The Last Guardian alla fine ho adorato persino le incertezze, gli errori, il percorso così travagliato. Perché la parabola di Trico, sia all'interno del gioco che in senso lato - in riferimento a uno sviluppo a tratti assimilabile a una chimera o a una specie di supplizio - è stata un percorso incredibile, magico, memorabile. Un viaggio da ricordare e da celebrare.

Impossibile non affezionarsi a quell'adorabile topogattone piumato, alle sue animazioni così credibili e "vive", ai suoi occhi stracolmi di anima digitale. E così, fra le desolate rovine delle monumentali architetture piranesiane che ancora una volta si dimostrano il marchio di fabbrica del Team ICO, io ci ho davvero lasciato uno spicchio di cuore. Pazienza se la telecamera ogni tanto decide di mettersi di traverso o se il framerate fa i capricci: l'amore è cieco, e anzi quando la passione è bruciante ci fa tollerare (e venerare) qualsiasi cosa.