Il pennello magico di Octopath Traveler

Federico Ercole ci propone una lucida analisi sul comparto artistico di Octopath Traveler per Nintendo Switch...

speciale Il pennello magico di Octopath Traveler
Articolo a cura di
Disponibile per
  • Pc
  • Switch
  • Fu una pratica discutibile, oggi in disuso, quella di colorare con l'artificio del computer la versione digitalizzata di antiche pellicole in bianco e nero. Il problema principale di questa tecnica resta evidente: alterando la gamma cromatica del film con tinte che non le appartengono si avvilisce il suo equilibrio fotografico originale, si annienta ogni sfumatura di bianco, nero e grigio, restituendo l'idea di un'immagine fasulla, senza profondità, artificiosa: come una maschera posta sul volto di marmo di una statua greca, le cui braccia siano tatuate con posticci ghirigori tribali per conferirgli un'allucinata modernità.
    Quando vidi le prime immagini in movimento del videogioco che fu annunciato come Octopath Project, pensai erroneamente che l'operazione messa in atto da Tomoya Asano e Masashi Takahashi fosse simile a quella della colorazione dei classici di Hollywood: riciclare la fisionomia ambientale, le forme e le architetture dei giochi di ruolo giapponesi a 16 bit per rivestirli di un'illusoria, posticcia modernità, e consegnarli così ad un pubblico nuovo, nostalgico in maniera solo velleitaria ma disturbato dall'obsolescenza grafica.

    Dal bianco e nero al colore

    Per fortuna non è così, ed anzi l'idea di recupero di un'estetica ruolistica e nipponica classica svolto dagli artisti che hanno composto il mondo di Octopath Traveler è all'antitesi di quello dei tinteggiatori selvaggi di splendidi bianchi e neri cinematografici. Sembra invece il lavoro di Okami con il suo pennello magico, quello attuato nella produzione di Square-Enix , perché quando viaggiamo per le sue vaste terre dalla forma antica e minimale, risalente all'epoca di Final Fantasy IV, V e VI, di Secret of Mana e Chrono Trigger, le vediamo acquisire una nuova vitalità, risorgere dalle estinte idee originali dei titoli appena citati per esistere ancora in una strabiliante fioritura. Non si assiste ad una sovraimpressione forzata tra passato e presente, ma ad un processo poetico che idealizza antiche intuizioni grafiche ampliandone le possibilità artistiche. La tecnologia è usata come espediente espressivo, e non come inganno. Non si tratta quindi del lavoro necrofilo del Dottor Frankestein che assembla la vita dalla morte, ma di quello di un demiurgo che la crea come nuova partendo dai suoi ricordi.

    Giocando, vivendo e "vedendo" Octopath Traveler si ricava l'illusoria e ammaliante impressione di essere capitati in un "oggi alternativo", dove la storia del gioco di ruolo nipponico non è andata nella direzione intrapresa con l'avvento dei nuovi motori grafici, e non è stata "deviata" dall'industria e dalla stanchezza del pubblico o della critica verso i suoi luoghi comuni, ma è fuggita in un'altra direzione, sguazzando in una maestosa nicchia e rifuggendo il mercato di massa. In questo presente alternativo che sembra uscire dal piccolo e grande schermo della Switch, Octopath Traveler è insomma il Final Fantasy XV di un'epoca immaginaria in cui il gioco di ruolo giapponese non ha rinunciato alla sua anima, non ha abbracciato il fotorealismo né la comodità di un'azione più frenetica, ma è rimasto ancorato alle sue fondamenta ludiche. E la mia non è una polemica sullo stato attuale del gioco di ruolo giapponese, perché sebbene sia stato criticato da buona parte pubblico ho amato comunque quel doloroso racconto sulla fine della giovinezza che è il quindicesimo Final Fantasy, così come tanti altri jrpg del nuovo corso.
    Octopath Traveler ribadisce però la validità di un genere con la sua messa in scena di antico e nuovo, lo fa tramite la sua estetica che dipinge i luoghi di un dorato passato videoludico di nuovi colori e nuovi dettagli, senza stravolgere la forma originale. E lo fa con la musica, i cui temi, ritmi, timbri e melodie rimandano formalmente a quelli del trascorso elettronico di Nobuo Uematsu, quando egli sintetizzava i suoni di un'orchestra con i chip di un super-nes: una musica che ambiva al peso e al volume prodotto da un vero organico di strumentisti e che nel videogame per Switch infine realizza questo sogno.

    L'arte del fuori fuoco

    E' difficile illustrare una profondità di campo in videogiochi con una visuale isometrica, tuttavia anche in Final Fantasy IV o Legend of Zelda Link to the Past vi è già sporadicamente presente un tentativo di mostrare l'orizzonte, soprattutto quando i personaggi ascendono verso luoghi elevati che rendono possibile l'osservazione di panorami lontani.
    In Octopath Traveler la profondità di campo è invece adottata i maniera assai frequente e suggestiva, eliminando quell'inevitabile "piattezza" (o meglio, quella stringente bidimensionalità) restituita allo sguardo dai giochi di ruolo classici. L'illuminazione degli ambienti e i chiaro-scuri degli elementi che compongono lo scenario contribuiscono a donare allo spazio un'estensione tridimensionale, ma è l'utilizzo del fuoco, come fosse quello di una macchina da presa, che alimenta in maniera drastica l'illusione di una profondità.

    Non mi ricordo di altri videogame nei quali siano usate le dinamiche focali dell'ottica con tanta perizia e con il significato poetico che assumono in Octopath Traveler. Oltre le zone più prossime ai personaggi, le acque, i cieli, i monti e le costruzioni assumono una forte, impressionistica, sfocatura, risultano lontanissimi e talvolta quasi indecifrabili nella loro forma nebulosa e remota. Così i panorami si trasformano da illustrazione, comunque meravigliosa, al simbolo di quella meta, forse impossibile, vagheggiato da ogni viandante: un luogo misterioso e fatale verso il quale muovere i propri passi. In lontananza i colori sfuggono ai limiti imposti dalle forme, provocando sensualmente la fantasia a immaginarli e sognarli, a raggiungerli per poterli infine fissare nella loro forma e nei loro limiti.

    La scoperta come racconto

    La progressione di un viaggio inteso come scoperta - del mondo ma anche di se stessi - è resa inoltre dagli artisti di Square-Enix tramite la variazione mai improvvisa della geomorfologia delle aree. Se trascorriamo da un bosco ad una montagna innevata il passaggio non sarà quindi mai brusco, ma osserveremo gli alberi farsi più radi, comparire le prime tracce di neve sull'erba e sui rami fino a quando ci troveremo ad inerpicarci per un ghiacciaio.

    Oppure avvicinandoci ad una costa noteremo i torrenti gonfiarsi in fiumi, la vegetazione farsi più fitta e verdeggiante per poi cedere progressivamente alla sabbia e alla battigia. Il mondo di Octopath Traveler è connesso in maniera credibile, invita ad essere percorso e scoperto, non risulta artificiale, pensato a comparti stagni. E' una lunga, stupefacente strada per un grande pellegrinaggio, suggerita da una cartografia che si compone mentre percorriamo i suoi spazi, contagiata da una narrazione che si allarga a raggiera, verso l'ignoto e verso chissà quali sorprese il destino abbia in serbo per questi otto esemplari personaggi e per noi che li controlliamo; inevitabilmente controllati, a nostra volta, dalle loro avventurose esistenze virtuali.

    Che voto dai a: Octopath Traveler

    Media Voto Utenti
    Voti: 75
    7.6
    nd