Inside su Nintendo Switch: un nuovo viaggio nel mondo distopico di Playdead

Dopo Limbo, anche Inside giunge sulla console della Grande N: un'occasione strepitosa per riscoprire uno dei titoli indipendenti più belli di sempre.

Inside su Nintendo Switch: un nuovo viaggio nel mondo distopico di Playdead
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Switch
  • Da quando i nostri occhi si fermarono ad ammirare incantati le immagini conclusive di Limbo, trascorsero ben sei anni prima che i ragazzi di Playdead tornassero a sorprendere il panorama videoludico con una nuova produzione. Un lasso di tempo enorme per un piccolo studio indipendente che, nonostante le innumerabili qualità del titolo d'esordio, ha rischiato seriamente di rendere la stella del team svedese una cometa brillante sì, ma fugace e passeggera. E poi, in silenzio, è arrivato Inside. E l'astro di Playdead ha iniziato a splendere come non mai. La sua luce è però oscura ed inquietante: pur abbandonando il bicromatismo del predecessore, questo puzzle-platform è infatti ancora più cupo, ermetico e suggestivo. L'arrivo su Switch di Inside, in combo con Limbo, dà ora anche agli utenti Nintendo l'opportunità di divenire cavie da laboratorio all'interno di uno strepitoso universo distopico, dal cui fascino malsano è impossibile non essere plagiati.

    La corsa

    Quando si corre in preda all'ansia, non si ha totalmente il controllo del proprio corpo. Ci si muove in modo raffazzonato, un po' sconnesso, lasciando che siano le nostre ansie a guidare le gambe. Di tanto in tanto si inciampa, si ruzzola, si cade a terra. Poco importa: quel che conta è rialzarsi, sempre, e con rapidità. Prima che il cacciatore ti afferri, o che il cane ti azzanni.

    Inside comincia così, nel bel mezzo degli eventi, senza una motivazione, senza un'introduzione: inizia con una corsa, quella di un ragazzino privo di nome, in fuga da chissà cosa. Ed il nostro primo input è quello di scappare, senza farci domande.
    L'incipit è straniante e poderoso, come quello di Limbo: in entrambi i casi, la vita (e la morte) dei protagonisti viene messa nelle nostre mani quando l'avventura è già partita e - pur nella totale inconsapevolezza di ciò che sta accadendo - non ci resta altro da fare che "controllarli", obbedire a quell'istinto primordiale che ci suggerisce di vender cara la pelle. Seguendo le stesse leggi ludiche dello scorso lavoro del team, Inside ci pone, poco alla volta, di fronte a situazioni in cui la nostra mente si affollerà di numerosissime domande. E le risposte, prevedibilmente, saranno del tutto intangibili. Ma se la filosofia alla base delle due opere di Playdead è assai simile, piuttosto differente è la messa in scena stilistica: Limbo è un gioco che vive di chiaro-scuri, figlio di un'estetica di matrice espressionista, un mondo popolato di ombre in silhouette; Inside, di contro, è mosso da una direzione artistica decisamente più elaborata, dove i colori - benché poco saturi e, a tratti, tendenti al bianco e nero - contribuiscono a delineare, anche simbolicamente, il profilo di un regime autoriale, tra i migliori che siano mai stati orchestrati nel medium audiovisivo.

    E gli artisti svedesi sono stati capaci di raggiungere un simile traguardo soltanto ricorrendo al sapiente uso delle immagini: in Inside non esiste una linea di dialogo, né un'indicazione testuale a schermo, e tutto si svolge in un continuo andirivieni di ambientazioni estremamente evocative e comunicative. La forza espressiva del "non detto", la capacità di far leva sull'immaginazione del giocatore/spettatore solo attraverso mirati suggerimenti visivi è stata una scelta saggiamente ponderata. Nel continuo interrogarsi su ciò che vede, sull'identità del bambino, sul perché della sua missione e sulla reale natura della distopia in cui muove i suoi passi affannosi, l'utente finisce col sentirsi ancora più oppresso, ansioso, confuso ed impotente. Esattamente le medesime sensazioni su cui si fonda un regime dittatoriale. Massimo esempio di narrazione ambientale, Inside ci cattura in un mondo rigido e geometrico, popolato da guardie senza scrupoli, esperimenti al di là di ogni etica, manichini umani che si muovono come marionette, ed indicibili abomini. Parte integrante del racconto, nonché veicolo dei simbolismi che in esso si celano, anche la scelta della fotografia gioca un ruolo fondamentale. Benché buona parte del ventaglio cromatico sia predominato da scale di grigi e tonalità fredde, in alcuni elementi i colori si fanno più intensi e caldi: è il caso, ad esempio, sia della maglietta rossa del protagonista (utile a permettergli di spiccare in un marasma di omologazione), sia della luce emessa dai dispositivi per il controllo mentale. Tutto, in Inside, diviene insomma uno strumento essenziale per comprendere la storia. Anche gli enigmi, che sfruttano la prospettiva ed i cambi di inquadratura in misura assai maggiore di quanto faceva Limbo, ci appaiono inseriti con l'esplicito obiettivo di solleticare la nostra attenzione verso specifici elementi dello scenario, o piccoli particolari con i quali collegare, sommariamente, i frammenti dello storytelling.

    Sarebbe un errore abbastanza ingenuo, in ogni caso, aspettarsi un quadro cristallino e coeso: la suggestione e l'ermetismo sono le chiavi di volta per apprezzare un titolo che vive di emozioni, che si nutre del terrore dell'ignoto, dell'angoscia dell'incomprensibile. E lo fa con un'eleganza ed una potenza visionaria che annichiliscono produzioni dal budget ben più ampio. Inside è un capolavoro di ricercatezza artistica e ludica, che scorre via a malapena in un paio d'ore. Lucido, tetro e vibrante, il puzzle-platform di Playdead si consuma insomma nell'arco di poco tempo, sottraendoci così tante energie mentali da lasciarci quasi ansimanti, stanchi e sopraffatti, ma allo stesso tempo anche profondamente appagati. Come alla fine di una lunghissima corsa.

    Il controllo

    Inside è un gioco dove il concetto del "controllo" rappresenta la colonna portante dell'esperienza. È questa una tematica squisitamente meta-videoludica: non è un caso, d'altronde, se un governo assolutista (come quello in cui si svolge l'avventura) eserciti la sua autorità proprio con l'utilizzo del plagio mentale, trattando il popolo alla stregua di semplici pupazzi da manovrare a piacimento.

    A ben pensarci, un videogame funziona allo stesso modo: gli avatar obbediscono alle sollecitazioni dei giocatori, portano a termine i movimenti che "il padrone" gli impone e agiscono solamente per il gusto o il divertimento di chi li comanda. Ma Inside, in qualche modo, sembra quasi capovolgere i livelli di forza: e se anche l'utente, questa volta, fosse a sua insaputa sotto il giogo di un'entità esterna? Agendo senza un perché, all'oscuro delle ragioni della missione e inconsapevoli del luogo in cui ci troviamo, siamo dunque obbligati ad andare avanti per inerzia, e a seguire - nella totale ignavia - le regole del gioco. Così facendo, non ci tramutiamo forse in marionette a nostra volta, intrappolate nello stesso sistema dal quale dobbiamo fuggire? Non sono pochi i dettagli che, nel corso dell'avanzamento, ci inducono a focalizzarci sul "controllo" come tematica principale di Inside, tra cui, soprattutto, il chiacchieratissimo finale alternativo. Allo scopo di scansare anticipazioni imperdonabili, e di non rovinare la sorpresa a chi si cimenta nel gioiello di Playdead per la prima volta, magari con l'edizione per Nintendo Switch, preferiamo non spingerci oltre nella disamina del titolo. Inside è un'opera d'arte, che merita di essere scoperta pixel dopo pixel, errore dopo errore: è un prodotto che cresce di intensità man mano che aumentano i battiti del nostro cuore, pronti a culminare in una conclusione quietamente agghiacciante. Una di quelle che, indelebilmente, ti rimangono "dentro".

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