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Just Cause 4 e la perduta arte del giocazzeggio

Just Cause 4 è l'ultimo erede di un concetto di gioco "a cuor leggero" che può ancora dare tanto e merita di essere difeso

speciale Just Cause 4 e la perduta arte del giocazzeggio
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  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • "Un piano è solo una serie di cose che alla fine vanno male", dice il buon Rico durante una delle prime missioni di Just Cause 4. Un modo come un altro per giustificare la tendenza del super agente a riempire gli spazi vuoti tra un obiettivo e l'altro con una dose straordinariamente abbondante di improvvisazione pirotecnica, voce tonante di quella libertà integrale che Avalanche ha sempre interpretato come un'occasione per offrire ai giocatori un palcoscenico dove dare sfogo alle proprie pulsioni distruttive. Ecco, tra le critiche che possiamo muovere all'ultimo episodio della saga muscolare dello studio svedese non figura certo la morigeratezza, non quando si parla di inventare modi creativi per imporre agli avversari rivisitazioni fantasiose di un classico funerale vichingo. Una routine che risuona fortemente con quello che è il principale merito del titolo di Avalanche, ovvero la sua capacità di offrire al pubblico una gamma pressoché infinita di variazioni sul tema dell'annichilimento esplosivo, sulle note roboanti di un concerto ludico che sicuramente non punta a sconvolgere la platea degli appassionati, ma che ha comunque un suo preciso valore. Quello delineato da un gameplay che, allo stato dei fatti, porta con sé l'eredità - preziosa - del lato più leggero dell'intrattenimento videoludico.

    La perduta arte del "giocazzeggio"

    L'architrave logica, quando si parla della serie Just Cause, può essere riassunta con un semplice, quanto cruciale, interrogativo: perché sparare a un nemico, quando puoi scagliarlo nella stratosfera a seguito di una batteria di capre a reazione, in una bizzarra reinterpretazione dell'iconografia natalizia?

    La filosofia ludica di Avalanche non è figlia di una qualche strana necessità situazionale, come quando, nel 2007, un incanutito John McClane piantava una berlina nel fianco di un elicottero per sopperire - con stile - alla mancanza di proiettili. Si tratta dell'incarnazione poligonale del "giocazzeggio" nella sua interpretazione più folle e libertaria, del piacere scatenato dalla devastazione fine a sé stessa, meglio se portata avanti con stile e creatività. In questo senso, Just Cause 4 rappresenta l'ultimo campione di un filone open world che sicuramente deve molto alla produzione dei compianti Pandemic Studios, autori di piccole perle come Destroy All Humans! e Mercenaries, titoli che facevano della distruzione indiscriminata il loro principale cavallo di battaglia, con i toni esagerati e farseschi tipici dei migliori B-movie. Parliamo di titoli di cui difficilmente ricorderete la trama portante, o lo spessore avvolgente dell'interpretazione attoriale dei personaggi, perché - in tutta onestà - non erano certo quelli i punti di forza del disegno ludico. Quello che probabilmente vi è rimasto nel cuore è un insieme indistinto di momenti in cui le caratteristiche del gameplay, tra sonde generosamente collocate nello sfiatatoio di qualche passante e grattacieli trasformati in rovine fumanti, offrivano terreno fertile per quel tesoretto di narrativa emergente che ancora oggi vi piace condividere nostalgicamente con amici e compagni smanettoni. Tutto materiale che ha fatto la fortuna di molti pionieri di YouTube, in un tempo in cui la condivisione di exploit videoludici non aveva ancora assunto i lineamenti di un business sovrafollato.

    Non è certo un caso se il titolo di Avalanche dà il meglio di sé al di fuori del tracciato tradizionalmente segnato dalla progressione narrativa vera e propria, ovvero quando il giocatore non è chiamato a soddisfare uno specifico scopo, ma può liberamente indugiare nel piacere di vestire i panni di un agente del caos.

    Per quanto, almeno sulla carta, il buon Rico sia chiamato a compiere gesta di una certa rilevanza globale, ben lontane dalla lista della spesa del protagonista di Postal 2, non è certo il pathos della narrazione a rendere memorabili le avventure del super agente. Just Cause 4 è un titolo che non si prende mai sul serio, né pretende che lo facciano i giocatori, costellando l'esperienza di citazionismo folle e "inside jokes", come quella - esilarante - che propone una completa revisione di Getting Over It di Bennet Foddy. Quella dello sviluppatore svedese è di fatto una scelta precisa e cosciente, coerente con la natura di un prodotto pensato come un enorme parco giochi dove perfino le condizioni climatiche possono essere utilizzate - con tutti i limiti del caso - come uno strumento per dare corpo al proprio estro letale.
    Su queste note, vale la pena di precisare un punto essenziale: Just Cause 4 non è un gioco adatto a tutti i palati. Se l'evoluzione del medium videoludico ha portato, nel tempo, a una progressiva sfocatura dei confini tra espressione artistica e prodotto d'intrattenimento, arricchendo le librerie degli appassionati con una valanga di titoli eccezionalmente toccanti, capaci di lasciare un segno indelebile nella memoria comunitaria, il lavoro di Avalanche rappresenta uno degli ultimi baluardi del videogioco inteso come trasposizione digitale del caro, vecchio giocattolo.

    Ludica allo stato puro, rivisitata per offrire ad un pubblico adulto qualche ora di divertimento a cuor leggero, senza pesantezze o moti di drammaticità dal sapore posticcio. Un modo di intendere l'intrattenimento che trova la sua freschezza nella volontà di percorrere una strada sempre meno battuta, ma non per questo meritevole di un totale abbandono. Just Cause 4 è un titolo che non mira in alcun modo a rivoluzionare gli standard dell'industria, neanche all'interno del proprio sottogenere, puntando invece a perfezionare i suoi punti di forza senza inventarsi nulla di concretamente nuovo. Una strategia che manca sicuramente dell'ambizione e dei mezzi per collocare il gioco nello spettro dell'eccellenza, ma che denota una certa, indiscutibile, onestà intellettuale, quella di un team che conosce il suo pubblico di riferimento, ed è quindi determinato a comporre l'ecosistema perfetto per giustificare la volontà di abbattere un dirigibile con un collier di apecar.
    Anche il modo in cui è progettata la progressione, come semplice scusa per accumulare gadget e strumenti di morte sostanzialmente superflui, risponde a questa precisa volontà di promuovere il casino a favor di camera, magari per riempire di risate lo spazio tra un titolo immancabile e il successivo. È proprio nella sua capacità di trasformare il superfluo in essenziale che Just Cause 4 mostra il suo lato migliore, giustificando appieno la sua esistenza sul mercato videoludico. La varietà è il sale della vita, diceva qualcuno, ed è per questo che, accanto a colossi come God of War o Red Dead Redemption 2, il titolo di Avalanche trova ancora uno spazio più che meritato, quello riservato all'ultimo baluardo del "giocazzeggio" a cuor leggero.

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