Kingdom Come Deliverance: l'avventura semi-seria di Enrico di Boemia

L'epica cavalleresca di Kingdom Come: Deliverance ci ha ispirati nella composizione di un poemetto in ottave che racconti la vicenda di Enrico di Boemia.

speciale Kingdom Come Deliverance: l'avventura semi-seria di Enrico di Boemia
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  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Nel poemetto che Arace dedica all'ascesa cavalleresca del giovane Enrico di Boemia è facile trovare reminiscenze del ciclo carolingio e della materia di Bretagna. Anche se, in questo caso, l'impasto che solitamente mescolava racconti d'avventura, di magia e d'amore vira bruscamente in direzione del realismo, eliminando d'un colpo l'elemento prodigioso per concentrarsi su una dimensione più terrena, laica e folcloristica.
    Verrebbe quasi da mettere in diretta connessione il poemetto dell'Arace, più che con le Chansons de Geste di Carlo Magno e dei paladini francesi, con l'opera - più tarda - dell'Ariosto, che nel suo Orlando Furioso racconta appunto le furie amorose dell'eroe bretone. È un diverso tipo di amore, tuttavia, quello che anima il nostro Enrico: un amore terreno (o terricolo?), profano, incarnato dalle vigorose ragazze dei bagni e dalla formosa Teresa. Eppure è proprio questo sentimento che resta il primo motore delle gesta, epiche e al contempo farsesche, narrate dagli endecasillabi (tutti meravigliosamente piani, con accenti di quarta e sesta), in un componimento che assomiglia ad un rutilante simulatore di vita medievale.

    Prefazione a cura di Francesco Fossetti

    L'Enrico Sfortunato (Le avventure semi-serie di Enrico il boemo)

    I

    Canto d'arme, d'amor e meretrici,

    di fabbri che si fecer cavalieri,

    d'epoche buie e di giorni felici,

    di nobili atti e d'altri poco seri,

    d'una storia che affonda le radici

    nella terra contesa dai poteri

    di Venceslao ch'era ‘l re del mondo

    e del suo fratellastro Sigismondo.

    II

    Narro le gesta d'Enrico di Boemia

    ch'arse d'amor per la bella Teresa

    e fuggì a lungo da una vita astemia.

    Col giocatore creò grand'intesa

    intr'a quel gioco ove calma si premia.

    Nella sua prima e roboante impresa

    da prode cavalier scagliò letame

    sulla dimora d'un tedesco infame.

    III

    Al suo villaggio viveva allegrotto

    con in testa soltanto ‘l fondoschiena

    di Teresa, e di birra un barilotto,

    col qual placar la sua sete oscena.

    Di tale accidia poi pagò lo scotto

    e disse addio alla sua vita amena

    quando tentò di fermare, ma invano,

    l'arrivo del barbarico cumano.

    IV

    Corse al galoppo lontano dal nido:

    mentre il nemico feroce incombeva,

    lo colse un dardo. E non fu di Cupido.

    Sotto al suo sguardo la gente cadeva:

    a ciascun morto si levava un grido

    e ogni speranza in lui s'estingueva.

    Sentì nel ventre montare una rabbia

    com'una belva ch'è tenuta in gabbia.

    V

    Senza denaro e pregno d'umiltà,

    tutto l'opposto d'un signor abbiente,

    vagava Enrico implorando pietà.

    Ma l'unica risposta fu "pezzente!"

    da chi ansimar lo vedeva in città,

    lercio, ferito, zoppo e puzzolente.

    Decise allor di divenir ladrone

    mandando in vacca senno e religione.

    VI

    Mosso dal desiderio di ricchezze

    e armato di sottili grimaldelli

    compì diversi furti e nefandezze.

    Di giorno bazzicava nei bordelli

    per cercar tante docili carezze

    ma finiva prigioniero di duelli

    dove a parlar eran calci e cazzotti,

    lividi e schiaffi, mani e denti rotti.

    VII

    Dopo una notte passata all'addiaccio

    vide dei bagni che parevan fogna

    pieni di donne dal grosso avambraccio

    pronte a donar quel ch'ognuno abbisogna.

    Ma appropinquandosi udì un campanaccio,

    e anch'una voce ch'urlava "vergogna!".

    Sulla croce, così, giurò solenne

    di partir verso la gloria perenne.

    VIII

    Brandì adunque una spada luccicante

    ma non sapeva, ahimè, tirar di scherma

    né possedeva un fisico prestante.

    Quando colpiva con la man malferma

    veniva giù ‘l Paradiso e ogne sante.

    Pur non badando a la salute inferma

    vestì l'usbergo e la cotta di maglia.

    e a capofitto si lanciò in battaglia.

    IX

    Poi vigoroso s'involò a la pugna

    lottando forte per riconquistare

    il proprio onor che la morte ripugna.

    E coraggioso continuò a duellare

    finché ferito non gettò la spugna.

    Fortuna volle che prima d'andare

    contro la falce che la vita strappa

    brindato aveva con un po' di grappa.

    X

    La sua missione ancor non è finita

    in questa vasta landa medievale.

    Noi siam pronti a riprender la partita

    ogni qual volta ‘l desider c'assale.

    E simil storia mai vista né udita

    tesse le fila d'un regno immortale.

    Solo preghiamo non resti un miraggio

    un gioco rimirar di tal lignaggio.

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