Kingdom Come Deliverance: strategie militari, scherma e cavalleria medievale

La fedeltà storica di Kingdom Come Deliverance ci permette di analizzare nel dettaglio le tecniche militari e cavalleresche del Medioevo.

speciale Kingdom Come Deliverance: strategie militari, scherma e cavalleria medievale
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  • Con l'arrivo di Kingdom Come: Deliverance, chi vi scrive, da sempre un cultore della storia militare, ha trovato - finalmente - un'esperienza ruolistica capace di riprodurre in modo assai dettagliato l'atmosfera, le regole, gli usi ed i costumi del Medioevo, partendo dal sistema di combattimento altamente immersivo (se utilizzato nel modo "giusto") fino ad arrivare alla gestione approfondita dell'equipaggiamento del protagonista, passando poi per una storia raccontata da un punto di vista inedito, ovvero quello del "villico comune", il figlio di un maniscalco che si è trovato coinvolto, suo malgrado, nel conflitto per la Corona di Boemia fra i Re Venceslao IV e Sigismondo, futuro Imperatore del Sacro Romano Impero.
    Forse a causa degli ostacoli geografici o, più realisticamente, di quelli culturali, i conflitti dell'Est Europa sono meno famosi rispetto a quelli verificatisi nel "cuore" del nostro continente, ma va puntualizzato che, in ogni caso, tutto ciò è stato possibile solo grazie alla civiltà Romana la quale, nelle sue molteplici incarnazioni di regno, repubblica e impero, colonizzò l'Europa centrale e la coste dell'Africa nel corso di oltre un millennio. Strumento fondamentale della volontà conquistatrice dell'Antica Roma fu, al di là delle aspirazioni dei suoi comandanti in capo, l'esercito, i cui modelli organizzativi misero le basi per gli sviluppi futuri della professione marziale e le cui tecniche vengono ancora oggi utilizzate, con successo, dalle forze di polizia in giro per il mondo.

    Cavalieri: da semplici soldati a cavallo a casta nobiliare

    Tra gli eventi che, nell'ambito della Storia militare del genere umano, segnarono il passaggio dalle antiche milizie temporanee agli eserciti organizzati e permanenti, vanno senza dubbio citate le riforme dell'esercito romano avviate sia da Gaio Mario (107-105 a.C.), che sostituì la coscrizione basata sul censo con l'arruolamento volontario e retribuito, dove al legionario veniva fornito anche l'equipaggiamento da battaglia, sia da Augusto, che rese l'esercito un servizio attivo permanente, stabilendo il numero massimo di legioni esistenti nel nascente impero e il numero dei suoi componenti. Con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, nel 476 d.C., causata dall'ormai massiccio uso di forze mercenarie barbare all'interno dell'esercito, dalle continue pretese di donativi (ricompense occasionali, spesso in oro) da parte dei rispettivi capitribù e, infine, dal colpo di stato attuato da uno di questi ultimi, Odoacre, il mestiere della guerra tornò ad essere appannaggio esclusivo di chi poteva permettersi le armi e, soprattutto, un destriero. Utilizzata, fino ad allora, dai romani come semplici "soldati a cavallo" o truppe ausiliarie, la cavalleria divenne un elemento fondamentale degli eserciti medievali dopo l'introduzione, da parte degli Avari, della staffa metallica per le selle, permettendo, finalmente, di imbracciare armi pesanti senza timore di perdere l'equilibrio e cadere.
    Tramite la nascita del Feudalesimo, ossia quel sistema politico e sociale che, riprendendo le tradizioni dei regni romano-barbarici, vedeva il re sancire rapporti di protezione con i guerrieri fidati che gli prestavano servizio militare, simili condottieri, attraverso il vassallaggio, iniziarono a ricevere dai loro signori anche beni materiali, tra cui terre e il dominio su di esse. Da queste nuove strutture nascevano i cavalieri, dotati di armature ed equipaggiamenti pesanti, nonché cavalli potenti e altrettanto bardati, il cui esiguo numero bastava, in un'epoca in cui gli Stati centrali avevano disperso il proprio potere, a mantenere l'ordine locale e sbaragliare, all'occorrenza, le truppe appiedate nemiche che, ad eccezione di qualche mercenario, erano solitamente composte da contadini e gente povera arruolata forzatamente.
    La svolta successiva nella guerra medievale avvenne nel 1302, quando l'armata di Filippo IV il Bello, composta in buona parte da cavalieri pesanti, fu decimata dalle milizie radunate dai comuni fiamminghi per contrastare l'occupazione francese.

    Ma fu durante la guerra dei cent'anni, specificamente a seguito delle sconfitte di Crécy (1346), Poitiers (1356) e Azincourt (1415) che venne definitivamente sancita la fine della cavalleria come principale forza militare.
    Con l'avvento delle armi da fuoco "portatili" come l'archibugio, utilizzate per la prima volta ad Azincourt, la fanteria tornò ad essere protagonista nei conflitti, al punto che, nei trecento anni successivi, gli eserciti nazionali vennero riorganizzati quasi esclusivamente in reparti di fucilieri, le armature caddero progressivamente in disuso e, nel corso delle guerre napoleoniche, la coscrizione, sotto forma di leva militare obbligatoria, tornò ad essere una pratica diffusa in tutta Europa.

    Il Flos Duellatorum, primo manuale completo di combattimento

    La conoscenza delle tecniche di combattimento con armi medievali, in particolare spade lunghe, scudi, archi, balestre (a crocco, leva e martinetto) deriva dal Flos Duellatorum, insieme di manuali di lotta e scherma antica redatto a Ferrara, tra il 1409 e il 1410, da Fiore dei Liberi, primo maestro italiano di scherma tradizionale a lasciare una testimonianza scritta sulla disciplina marziale. Composto, con tutta probabilità, con il patrocinio del Marchese Niccolò III d'Este, in due versioni, una poetica e l'altra in prosa "bastarda italiana" corredata da una moltitudine di immagini esemplificative, il Flos Duellatorum in armis, sine armis, equester et pedester è un manuale di lotta che comprende, al suo interno, le basi e le tecniche utili per diverse tipologie di combattimento, che vanno dalle mani nude alle armi più pesanti, come spadoni e lance, declinate sia in un contesto appiedato che a dorso di cavallo. L'elemento più importante del Flos Duellatorum, in ogni caso, è lo schema cosiddetto delle "Sette Spade" nella sezione dedicata al duello con spada a due mani, ovvero un'immagine che ritrae un uomo circondato da sette spade che, nell'intento dell'autore, rappresentano le altrettante direzioni in cui va posizionata la lama durante le tredici "poste" o "posture", ossia le posizioni di guardia. Riassumibili nei concetti di guardia alta, media e bassa, oltre che difensive, di separazione (per mettere distanza dall'avversario) e d'invito (atte a spingere il nemico a colpire nel fianco lasciato intenzionalmente scoperto), le tredici poste del Flos Duellatorum rappresentano le tattiche attraverso le quali lo schermidore tradizionale può contrastare gli otto colpi codificati dal Maestro dei Liberi (nove, tenendo presente l'affondo).

    Questi ultimi si dividono a seconda del verso del colpo, ovvero "dritto" o "mandritto" quando nasce a destra e muore a sinistra e "roverso" o "manroverso" quando nasce a sinistra e muore a destra. Le direzioni, invece, sono le stesse degli otto punti cardinali principali, in cui alle prime ortogonali corrispondono gli attacchi base tondo (orizzontale, parallelo al suolo), fendente (verticale, dall'alto al basso) e montante (verticale, dal basso verso l'alto), mentre sulle diagonali coincidono il colpo sgualembro (dall'alto al basso) e ridoppio (dal basso verso l'alto).
    Di particolare importanza, inoltre, sono le quattro figure ritratte ai lati del diagramma delle Sette Spade, che rappresentano allegoricamente le quattro virtù dello schermidore: in basso un elefante con un castello sul dorso, che incarna la Fortitudo, o la Fortezza, la fermezza con cui lo schermidore mantiene l'equilibrio nonostante gli attacchi dell'avversario; a sinistra un leone che poggia la zampa su un cuore, ovvero l'Audatia, il Coraggio, la capacità di chi osa attaccare, sicuro delle proprie capacità e sapendo tenere a bada i sentimenti; a destra una tigre con una freccia sotto la zampa, che simboleggia la Celeritas, o la Velocità e l'Agilità, l'abilità di cambiare posizione in tempi rapidi; e, infine, la Prudentia, raffigurata, in alto, da una lince con un sestante tra le zampe, che identifica la competenza nell'osservare e analizzare il combattimento, individuare le aperture del nemico e la distanza giusta per portare l'attacco senza esporsi troppo.

    A differenza con la scherma storica del 1600 e la classica del 1800, il combattimento all'arma bianca antica era molto più tattico, poiché si basava su tempi ben precisi, ovvero quelli necessari per caricare il colpo e successivamente sferrarlo, un concetto che, evidentemente, gli sviluppatori di Kingdom Come: Deliverance hanno compreso appieno e ben si riflette nel suo combat system. Pur vantando solo cinque direzioni d'attacco (fendente, tondi e ridoppi) e l'affondo, il sistema di controllo del titolo Warhorse richiede al giocatore di adoperare tutti i principi del combattimento antico, ovvero Tempo, Misura, Strategia e Natura per poter prevalere sull'avversario.

    Ascesa e declino delle armature

    Con la fine dell'Impero Romano e la dissoluzione del suo esercito "statale", la guerra tornò ad essere appannaggio esclusivo di chi poteva permetterselo, ovvero dei re barbari, dei loro vassalli e delle compagnie mercenarie che giravano l'Europa in cerca del migliore offerente per i loro servigi. Fino alla nascita dei Comuni, insomma, le forze di fanteria vennero messe da parte a favore di una casta, quella dei cavalieri feudali, che monopolizzò il campo di battaglia. Uno dei motivi che permise di afferrare il predominio del cavaliere su qualsiasi altra specialità marziale è rappresentato dalle pesanti corazze con cui bardavano se stessi e i loro destrieri.
    Partendo dalle pesanti cotte di maglia di derivazione romana, con gli occasionali rinforzi sotto forma di spallacci e schinieri atti a coprire le parti del corpo lasciate esposte dagli scudi, l'armatura del cavaliere medievale continuò a crescere e accumulare piastre e strati di ferro, in genere spessi sui 2mm, su tutto il corpo, fino ad assumere la forma "definitiva" verso il tardo Quattrocento, con l'avvento dell'armatura d'acciaio "gotica", così definita per le influenze stilistiche dovute agli sviluppi artistici imperanti nel Sacro Romano Impero, nel Ducato di Borgogna e nel Regno di Francia, dove fu concepita.
    Un'armatura a piastre completa, fra il Trecento e il Quattrocento, arrivava a comporsi di ben 14 elementi (elmo, gorgiera, gambesone o zupparello, usbergo, corazza, spallaccio, rebrace, cubitiera, vambrace, guanto d'arme o mittena, scarsella, cosciale, schinieri e scarpa d'arme) che, pur essendo forgiate, su misura, in ferro o acciaio, contrariamente a quanto si crede permettevano una discreta agilità di movimento e, soprattutto, pesavano meno dell'equipaggiamento completo di un soldato di fanteria contemporaneo. Ciò che rendeva micidiale il cavaliere medievale, in ogni caso, era la combinazione con il cavallo, altrettanto pesantemente protetto dalle bardature, e la lancia da giostra che, agganciata a un apposito anello sulla corazza denominato "resta" e alle staffe della sella, trasformava il cavaliere alla carica in un'arma perfettamente bilanciata e letale.
    Con il passare dell'anno Mille e la rinascita, demografica e sociale, diffusasi in Europa e, soprattutto, in Italia, i comuni e le città tornarono ad assumere l'importanza che era stata sottratta dai signori feudatari, emancipandosi dalle ormai flebili influenze dei vari re, papi e imperatori e dando vita alla classe dei "borghesi", ovvero di chi traeva la propria prosperità dall'esercizio delle arti e dei mestieri e non dal possesso di un titolo nobiliare. A difesa dei nascenti interessi comunali vennero posti, oltre alle solite milizie mercenarie, anche i primi eserciti cittadini, composti da uomini che, pur praticando quotidianamente tutt'altro lavoro, nel momento del bisogno si riunivano sotto il gonfalone civico ed esprimevano un'incredibile determinazione bellica, che si contrapponeva ferocemente alle velleità idealistiche e vagamente ludiche che permeavano il cosiddetto "codice cavalleresco".

    Con le picche e la potenza penetrante degli archi lunghi e delle balestre, i soldati comunali sterminavano senza indugio qualunque cavaliere così ardito da caricarli, come avvenne per la prima volta a Courtrai, nel Belgio fiammingo e come si ripeté durante la Guerra dei Cent'anni.
    Con la creazione delle armi da fuoco portatili, i cui danni risultavano devastanti sia con che senza armatura, quest'ultima cadde progressivamente in disuso sopravvivendo soltanto, sotto forma vestigiale, in unità a cavallo chiamate, appunto, "corazzieri" che, con l'eccezione dell'equipaggiamento completo delle unità napoleoniche, indossavano soltanto corazza ed elmo, allo stesso modo dei soldati che, ad oggi, rappresentano la Guardia d'Onore del Presidente della Repubblica Italiana durante le occasioni ufficiali.

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