Esport

La pensione dei giocatori professionisti, le nuove opportunità di carriera

La carriera di un giocatore professionista è fulminea: prima dei trenta si è già vecchi. Quali sono le opportunità lavorative future?

speciale La pensione dei giocatori professionisti, le nuove opportunità di carriera
Articolo a cura di

Secondo la società di analisi Newzoo, si prevede che il giro economico generato dall'esport crescerà sino a 905,6 milioni di Dollari quest'anno, per toccare addirittura 1,4 miliardi di Dollari entro il 2020. Fa sempre un certo effetto leggere numeri del genere ma, ancor di più colpiscono le cifre che alcuni giocatori professionisti, tutti giovanissimi, riescono a guadagnare e a mettersi da parte prima del ritiro. Si inizia a parlare di migliaia, se non milioni, di Dollari.
Certo, non per tutti è così e, soprattutto, si tratta di casi sparsi un po' a macchia di leopardo ma è pur sempre possibile comprendere in che modo la realtà del gaming competitivo si stia sviluppando. Una realtà che sembra sempre più destinata a eguagliare - in alcuni casi, superare - quella degli sport tradizionalmente intesi.
Per molti è inconcepibile pensare che un ragazzo poco meno (o poco più) che ventenne, seduto davanti a una PC o a una console possa arrivare a guadagnare quasi quanto un ragazzo di pari età che gioca a calcio, oppure che riesce a esser reclutato da una franchigia della NBA. Però, perché a un atleta "tradizionale" è socialmente permesso di guadagnare milioni in pochi anni e poi ritirarsi a una vita agiata, mentre a un videogiocatore professionista no?

Dall'alba al tramonto

Possiamo metterci a disquisire per giorni sulla questione "morale" che bolla come tremendamente sbagliata la pratica di coprire d'oro determinati atleti con contratti milionari, dimenticandoci comunque dell'indotto che la semplice presenza (oltre che le loro prestazioni) generano all'organizzazione che possiede la proprietà del loro cartellino. Senza considerare la visibilità degli sponsor che investono copiosamente.
Per i gamer professionisti di alto profilo può esser fatto lo stesso discorso. Doublelift, Rekkless, Kantoraketti, Faker, Uzi, msDossary sono solo alcuni esempi di celebrità del mondo esport che guadagnano un bel gruzzolo non solo per la loro innata abilità ma anche perché sono diventati personaggi universalmente (chi più, chi meno) conosciuti dal pubblico. E si sa, è proprio quest'ultimo che veicola (e viene poi influenzato) dalle tendenze del momento.
Tempo fa avevamo definito i giocatori come "l'anello più debole dell'intera catena del valore". In quell'occasione ci stavamo riferendo principalmente a un settore in gran parte privo di norme codificate che potesse tutelare giovani, spesso giovanissimi, che giunti faticosamente al vertice grazie a doti superlative e a tanta fatica, riuscivano a strappare anche un ingaggio ma rimanendo in balìa degli eventi.

Per gran parte del mondo competitivo gira ancora così, su questo non ci sono dubbi, ma è altrettanto evidente l'ascesa di celebrità e organizzazioni in grado di far la voce grossa quando si parla in termini puramente economici. Il problema è che la carriera di un pro player ha comunque una vita estremamente breve. Forse più che in molte discipline sportive tradizionali. Certo, nell'esport (come nello sport tradizionale) dobbiamo comunque distinguere i generi (o le discipline) a cui ci vogliamo riferire. Gli atleti degli strategici e dei picchiaduro, ad esempio, possono continuare a giocare sino ai trent'anni e oltre (Daigo "thebeast" Umehara ha 37 anni ed è ancora uno dei migliori del mondo a Street Fighter). Questo per il fatto che in titoli del genere entra in gioco non solo la componente legata ai riflessi ma anche l'esperienza, il ragionamento e la capacità di posizionamento e lettura dell'azione di gioco. Le stesse caratteristiche devono esser presenti anche in un giocatore FPS ovviamente, ma in questo caso i riflessi giocano un ruolo preponderante rispetto a tutto il resto. E la velocità di reazione è quella che si perde prima.
Quindi: che possibilità ha un giocatore professionista quando si ritira dalle competizioni? E soprattutto, a che età "va in pensione"?

I numeri, in breve

L'esport, da più parti, è ancora considerato a un livello inferiore (anzi, non paragonabile) ai tradizionali campionati sportivi come qualsiasi campionato di calcio (Serie A, Liga, Premier, Bundesliga, etc.), dell'NBA o di qualsiasi altra massima serie di matrice statunitense, stanno comunque crescendo molto rapidamente, aprendo la strada a nuove figure professionali e possibilità di carriera. Se osservate un torneo di esport potete notare una somiglianza molto stretta con le trasmissioni sportive tradizionali: con commenti tecnici e analisi in tempo reale che, sempre più spesso, vengono affidati a ex giocatori reclutati dalle varie emittenti televisive.

Solo in questo ultimo torno d'anni il gaming competitivo è diventato quindi un'opzione di carriera "verticale" effettivamente praticabile, per tutti: giocatori, commentatori, esperti, analisti e così via. I premi in palio per i tornei sono generalmente in aumento e i grandi marchi (endemici e non endemici) vogliono sponsorizzare squadre e competizioni per raggiungere un pubblico di millenial. Quelli, per intenderci, che non guardano la TV ma divorano i contenuti delle piattaforme di streaming.
La scena, dunque, si sta aprendo a ritmo sostenuto. I soldi ci sono e permettono la creazione di un ecosistema composito che consente ai professionisti di rimanere nell'ambiente per lungo tempo, dopo aver appeso il pad o il mouse al proverbiale chiodo.

In pensione prima dei trenta?

Diciamocelo francamente: quanto è allettante l'idea di andare in pensione a trent'anni? La finestra di attività di un giocatore professionista rispecchia sostanzialmente quella di molti - non tutti, badate bene - sport tradizionali. Questo, principalmente, per il rapido ricambio generazionale che vede il continuo ingresso di giovani prestanti e affamati sulla scena, in grado di superare in quasi tutto i veterani. Se ci pensate è una legge naturale: in qualsiasi branco il vecchio capo, prima o poi, verrà spodestato da un giovane pretendente.
L'età media dei giocatori nelle organizzazioni esport è sui 22-24 anni; già dai venticinque in su l'ipotetica "piramide" si restringe sensibilmente, procedendo verso l'apice. Una carriera fulminea, insomma, dettata anche dalla tipologia di titolo in cui si compete. Nei giochi di squadra il turnover è continuo, questo perché è sempre molto facile trovare rimpiazzi con cui rinforzare la squadra. Negli esport individuali, invece, la turnazione è più bassa ed è più facile per i giocatori non solo emergere e "farsi un nome" ma anche creare una propria figura professionale definita. Pensate a FIFA, Starcraft o a Hearthstone, ad esempio, e poi confrontateli con titoli come League of Legends od Overwatch. Quanti ne conoscete?

Quali possono essere le alternative, per i pro player? Dipende, come sempre, dalle opportunità e dal loro successo. Se il giocatore non è riuscito a trovare spazio e visibilità (oppure è stato funestato dagli infortuni), tornerà semplicemente alla vita di sempre, con il grande rammarico per non aver coronato il proprio sogno.
Oppure, se il giocatore riesce a farsi un nome nel corso della propria carriera, potrà ambire ad altro: gettarsi sullo streaming, fare carriera all'interno di qualche organizzazione, magari come coach o project manager. Non solo: come dicevamo, ci sono anche le opportunità legate, banalmente, all'organizzazione degli eventi live o alla loro gestione. Fare il desk analyst o il commentatore, per un ex giocatore, non è così infrequente, oggigiorno.
L'argomento relativo allo streaming, comunque, è molto delicato: nonostante lo facciano in molti, non è un mestiere per tutti. Non basta essere solo un bravo giocatore. Servono anche capacità comunicative e di intrattenimento per parlare correttamente a un pubblico estremamente volubile e distratto da mille altri contenuti.

Altrimenti, è sempre possibile ritirarsi definitivamente a vita privata, godendosi il gruzzolo accumulato nel corso di pochi anni. Questi casi, però, rimangono estremamente rari. Non molti possono dire di essere stati delle celebrità e di aver guadagnato milioni di dollari. I vari Faker, Rekkless, Uzi, Doublelift, che citavamo in precedenza, non sono altro che mosche bianche all'interno di un panorama vastissimo.