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La tenuta mentale dei pro player nell'eSport: quando la testa è tutto

Le problematiche legate alla psiche sono la prima causa di ritiro tra i giocatori professionisti, ancor più degli infortuni fisici.

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Un po' di tempo fa abbiamo affrontato un argomento abbastanza peculiare: i "dolori" dei giocatori professionisti. Il termine lo scomponemmo in due macro categorie. Da un lato le problematiche fisiche e, dall'altro, quelle "mentali" o psicologiche. Alla maggior parte di voi potrà sembrare strano che, nell'esport, possano venire in essere determinate complicazioni che tutti noi associamo allo sport tradizionalmente inteso. In fondo è normale che un atleta professionista possa incorrere in un infortunio fisico; oppure risenta - per svariate cause - di una crisi personale che lo porta a non rendere al 100% e, anzi, addirittura lo possa condurre a "sabotare" la propria prestazione cadendo in una debacle colossale. Pensiamo a Federica Pellegrini e agli attacchi di panico che per un periodo la afflissero, rendendola agli occhi del pubblico molto più umana rispetto ad altri atleti progettati a tavolino per esser dei mastini da guerra.
Per quale motivo tutto questo non è possibile traslarlo nell'esport? Anzi: perché la nostra forma mentis è ancora talmente rigida da farci associare in automatico la parola "infortunio" a "sport" e non anche a "esport"? Badate bene, la questione in questo caso esula dal riconoscimento (o equiparazione) del gaming competitivo allo sport tradizionale.
In realtà, proprio come ogni atleta professionista, anche il gamer (come spesso viene sottolineato: seduto per ore davanti al PC) può incorrere in infortuni legati a molteplici fattori, esterni e non.
In particolare, al di là delle magagne connesse ai tendini, agli occhi, ai polsi, alla postura generale e all'alimentazione di cui vi parlammo, c'è una problematica strisciante e molto più infida, perché colpisce proprio il "centro di comando".

Il braccio non è nulla senza la testa

La "testa". Ecco, questa parola la usiamo molto spesso come una sineddoche: ovvero sfruttiamo la parte fisica per indicare qualcosa di più ampio: il pensiero, la capacità decisionale, la forza mentale, il carattere, la capacità di sopportare lo stress e la tensione, di concentrarsi sotto sforzo e così via.
I pro player, in questo senso, la testa la usano eccome. Ed è forse la prima causa di "infortunio" (in senso lato inteso) nel mondo del gaming competitivo.
In molti abbandonano perché non riescono ad opporre la giusta resistenza allo stress mentale, perché soffrono di attacchi di panico, di depressione, oppure perché sono sottoposti a un livello di stress tale da andare in burnout, bruciandosi prima del tempo. Pensate al caso emblematico degli Shanghai Dragons, franchigia della Overwatch League. Nel corso delle prime settimane di campionato i ragazzi furono sottoposti a sedute di allenamento intensivo mai viste sino a quel momento. Forse la speranza di allenatori e dirigenti era quella di forgiare dei super soldati in grado di spazzar via ogni avversario. Morale della favola: burnout totale della squadra, un blocco impossibile da superare e che ha condotto alla conclusione che tutti conosciamo (nonostante i cambi di roster in corsa): quaranta sconfitte. Consecutive. Tutto il campionato. Nessuna vittoria se non, forse, un paio di mappe qua e là.

La problematica è, dunque, molto più presente di quanto non si pensi. Solo che spesso è invisibile e si manifesta quando la situazione è ormai irrimediabile. Già, perché la questione va ben oltre al comprensibile stato di ansia, stress e depressione dovuto ad allenamenti intensivi, o alla pura e semplice "prestazione". È frequente, infatti, che l'alterazione venga dettata da fattori che sfuggono al controllo dei giocatori. Sovente sono poco più che ragazzi. Appena maggiorenni.
Mentre nello sport tradizionale un atleta, prima di diventare professionista, deve affrontare una crescita lenta e costante fatta di sacrifici e step intermedi (scanditi da categorie come "allievi", "juniores", "dilettanti"), per l'esport spesso tutto avviene in modo fulmineo. Qualcuno nota le prestazioni di un giocatore, lo contatta, lo invita a entrare nella propria formazione e inizia così un percorso che magari il ragazzo non si sarebbe mai nemmeno sognato di intraprendere. Ovviamente non stiamo parlando delle organizzazioni più importanti al mondo, ma della congerie di team e squadre, per così dire, minori.

Se chiedete a un qualsiasi pro player come ha iniziato, la maggior parte vi risponderà alla stessa maniera: "per caso", oppure "mi hanno notato nelle classifiche online, hanno visto del potenziale e sono stato contattato". Insomma, per i più non c'è alcun periodo di transizione in cui "assimilare" la novità; il cambio di "vita". Inoltre, al di là degli allenamenti e di un differente stile di vita, spesso i ragazzi non sono messi in condizione di relazionarsi nella maniera più adeguata con un improvviso fardello: i social.

Lo stigma sociale

I videogiochi sono una forma di evasione. Quando, però, la passione si intreccia con la vita professionale e diventa un lavoro, la percezione muta radicalmente. Lo stigma sociale di chi gioca ai videogame è ancora molto forte e, per i giocatori che l'hanno resa la loro professione, la percezione di tale etichettatura è ancor più amplificata. Il leit motiv è sempre lo stesso: "ti guadagni da vivere giocando a un videogioco, perché mai dovresti lamentarti? Ti sta andando di lusso, pensa a chi non ha questa fortuna".
I giocatori, dunque, si ritrovano ad avere a che fare quotidianamente con interazioni virtuali in cui ogni loro parola, ogni loro azione è passata al setaccio, criticata, giudicata. E, senza un adeguato supporto o preparazione, l'impatto con il mondo (anche se attraverso uno schermo) può essere davvero devastante.

I giocatori usano il PC, un'estensione del loro lavoro, per comunicare con ciò che c'è all'esterno. A differenza degli atleti "tradizionali" che possono allontanarsi dallo stress facendo altro anche per un buon periodo di tempo, i giocatori competitivi non possono semplicemente spegnere il PC e staccare quanto vogliono, proprio perché la loro carriera (e in qualche modo la loro vita) è indissolubilmente legata al mezzo che usano - volenti o nolenti - quotidianamente.
I giocatori fanno del loro meglio per arginare la continua ingerenza dei social, arrivando al punto di bloccare, ignorare e filtrare i social media. Molto spesso, però, questo non basta e ciò va ad accumulare stress e tensione psicologica in un ragazzo che si sente costantemente sotto i riflettori e in dovere di giustificare tutto ciò che fa.
Un tempo il benessere psicologico veniva quasi del tutto ignorato dalle organizzazioni professionistiche. I giocatori dovevano sbrigarsela da soli. Tanto, sostituire un componente del team è abbastanza facile: c'è sempre qualche altro adolescente pronto a subentrare quando meno te lo aspetti. Questo atteggiamento è cambiato negli ultimi anni. L'arrivo di importanti investimenti e capitali nella scena competitiva ha evidenziato il problema, portandolo all'attenzione dei proprietari dei team. Questo perché, il più delle volte, sono proprio le problematiche legate alla salute mentale, e non le abilità fisiche, a porre fine alla carriera di un giocatore professionista.

Ora, aver preso coscienza del problema ha portato le maggiori organizzazioni a raccogliere i propri giocatori in "team house" in cui poter formarli professionalmente e dar loro tutti gli strumenti atti a evitare non solo infortuni fisici, ma anche (e soprattutto) crolli mentali ed emotivi. La salute mentale quindi è trattata come qualsiasi altro problema medico; le organizzazioni aiutano i player a trovare ciò di cui hanno bisogno, mettono spesso a disposizione anche un mental coach, e li educano sull'uso corretto dei social.
Certo, l'esperienza in una team house non elimina del tutto i problemi. Stiamo pur sempre parlando di giovanissimi che si ritrovano a condividere (magari per la prima volta) spazi con altri in un'età molto delicata. A ogni buon conto, il fatto stesso di trovarsi in un ambiente maggiormente "controllato" non può che rappresentare un grosso passo avanti nella tutela della salute dei giocatori professionisti.