Animal Crossing

La mia prima volta, a scoppio ritardato, con Animal Crossing New Horizons

Ebbene sì: alla fine ci sono cascato anche io, mio malgrado. Il resoconto di un Crosser che non può essere come tutti gli altri.

La mia prima volta, a scoppio ritardato, con Animal Crossing New Horizons
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  • Switch
  • Nonostante mi consideri da oltre trent'anni un sincero appassionato del mondo Nintendo, io Animal Crossing non l'ho mai capito. Ma proprio mai, davvero. Intendiamoci: anche con Smash Bros - altra mia grande macchia nel curriculum per quanto concerne la Grande N - non è mai scattata la scintilla, eppure a prescindere dalle mie riserve personali sul gameplay ho sempre colto eccome le motivazioni e il senso della strabordante opera di Masahiro Sakurai. Un picchiaduro anomalo che evidentemente non fa per me, ma di cui non fatico nemmeno per un istante a comprendere il successo smisurato, fosse solo per l'entusiasmante celebrazione enciclopedica della storia di Nintendo.

    Animaletti & dintorni

    Animal Crossing, invece... Animal Crossing è sempre stato un'altra cosa. Non vi lasciate ingannare dalla mia aura oscura e dal look goth perennemente vestito di nero: per quanto io adori l'horror più estremo e un certo tipo di immaginari decisamente non per tutti, il problema non è mai stato quello. Anche perché, il bello per quanto mi riguarda sta nel  poter apprezzare allo stesso modo tanto l'ultraviolenza di Cannibal Holocaust quanto le espressioni buffissime degli adorabili Pikmin (per approfondire, qui trovate la mia recensione di Pikmin 3 Deluxe). Anzi, è sorprendentemente vero il contrario: ho sempre trovato lo stile di Animal Crossing, il design dei personaggi, la morbidità delle luci soffuse, le trame di certe  texture e l'uso dei colori pressoché perfetti.

    Un incantevole micromondo tutto da scoprire, con un'atmosfera deliziosa e un effetto diorama appagante come pochi - a proposito, un tocco di classe non indifferente l'idea di introdurre, se non ricordo male dall'episodio per Nintendo DS, l'effetto curvatura dell'orizzonte. Un dettaglio esemplare che veicola implicitamente la sensazione di un minuscolo pianeta felice, a metà strada tra il mai troppo lodato Super Mario Galaxy e Il Piccolo Principe.

    Insomma, io ad un bel platform ambientato nel mondo di Animal Crossing, o magari a un'avventura, a un puzzle game o a un RPG, ci avrei giocato e pure molto volentieri. È stata invece la sua peculiare natura da life sim a disorientarmi, lasciarmi oltremodo perplesso e tenermi costantemente a debita distanza. Perché, e si torna all'inizio, io Animal Crossing non l'ho mai capito. Mi è sempre sfuggito il fine ultimo della cosa, mi è parso una colossale perdita di tempo, il paradossale trionfo di una forma carinissima del tutto privo di sostanza. Una specie di simulatore di noia nemmeno troppo sotto false spoglie.

    Sensazioni sviluppate nel corso degli anni e cementate in maniera ancor più convinta proprio con la pubblicazione di Animal Crossing: New Horizons. Mentre il mondo intero, sconvolto dalla pandemia e costretto a rimanere a casa, letteralmente impazziva per Tom Nook, io guardavo tutti con ancora più sospetto. Incapace di cogliere cosa mai si nascondesse fra i meandri di un videogioco fatto di frutta da raccogliere, insetti da catturare e stanze da decorare. Sinceramente quasi a disagio durante le incomprensibili e seguitissime live in quel di Gerundia, l'isola del mio collega e amico Francesco Fossetti (che proprio in queste settimane è sbarcato di nuovo da quelle parti, come raccontato in questo speciale sul ritorno ad Animal Crossing dopo mesi di inattività).

    Ecco perché, quando mi è stato detto che stavolta sarebbe toccato a me dedicarmi a un'isola tutta mia, ho colto l'invito con uno strano miscuglio di perplessità e curiosità. Perché OK i tormentoni, OK il meme, ma veramente mi volete far avvicinare a un non-gioco del genere? Proprio io che l'avevo scampata fino ad oggi, e che ho fatto del sabotare i villaggi altrui un malcelato vanto?

    Quando l'Inferno si fa puccettoso

    Alla fine è successo, e Malebolge ha visto la luce. Un posto col nome da inferno dantesco, perché finire nel 2021 su New Horizons per me non poteva che essere una simpatica dannazione, nonché un contrappasso non indifferente. Di quelli che appunto sarebbero piaciuti molto al caro, vecchio Alighieri. Lo sbarco è stato più traumatico del previsto: mi sono ritrovato come coinquilini un insopportabile cavallo ossessionato col fitness e una gallina petulante, decisamente non il migliore dei benvenuti. E poi, per chi come me mai si era avvicinato alla saga, i primi passi si sono rivelati spiazzanti: per assurdo molto meno guidati del previsto, con un sistema di controllo non così intuitivo, lungaggini nei menu e tanti vincoli all'apparenza incomprensibili a cui sottostare.

    La chiave di volta è arrivata qualche giorno dopo, durante una diretta Twitch in cui non pochi si sono radunati per assistere con sadismo all'inverosimile: Mottura che finalmente gioca ad Animal Crossing. Lì, mentre la particolare progressione consentiva a Malebolge di aprirsi piano piano e di iniziare a mostrare almeno una minima parte del suo potenziale, grazie alle preziose dritte del Sensei Fossetti ho iniziato a cogliere qualcosa. Qualcosina eh, capitemi. Non è stata certo una folgorazione alla Archimede, né il proverbiale colpo di fulmine.

    Però sarei intellettualmente disonesto se non ammettessi di essermi comunque divertito, e più del previsto, anche nel compiere azioni che continuo a ritenere surreali e vergognosamente ripetitive tipo strappare le erbacce o piantare dei fiori. C'è senza ombra di dubbio una parte di sindrome ossessivo-compulsiva in Animal Crossing: l'indole a una certa ritualità reiterata, l'attitudine al completismo spinto fino all'eccesso, il gusto per fare e disfare di continuo, senza poi mai arrivare davvero a chissà che - perché anche una volta ottenute le ricompense e gli oggetti le interazioni con gli stessi rimangono tra il limitate e il non pervenute. Eppure, nel mio piccolo, ho finalmente capito perché New Horizons sia diventato il miracolo che è.

    Nintendo si è inventata, con la sua solita diabolica bravura completamente fuori dal comune, un posto rassicurante dove staccare dai problemi della vita reale. Un'oasi zen che con meccaniche perverse riesce sempre a regalarti minuscole soddisfazioni, salvo poi promettere immediatamente dopo un

    premio ancora più bello, più ricco e più appagante. Ed è lì che scatta, con sorprendente facilità, l'effetto "accalappiante" di Animal Crossing. Che diventa sì una dipendenza a tutti gli effetti, ma appunto anche una parentesi di gioia fatta di piccole cose e ricompense capaci di farti molto più felice di quanto non dovrebbero. Perché oh, non ci posso fare assolutamente nulla, ma io quando vedo il Moai che troneggia fierissimo fuori dalla mia modesta casetta non posso proprio fare a meno di sorridere. Ebbene sì: in quel di Malebolge ho appunto - grazie a un amico del nostro affezionato pubblico - un testone di pietra tutto mio, e pure un bel pesce abissale nell'acquario. E se dovessi andare avanti a giocare, state pur certi che mi costruirei la mia macabra wunderkammer delle meraviglie e degli orrori.

    Alla fine, dopo qualche settimana, posso candidamente ammettere due cose. La prima è che, per usare un'espressione cara al Fossa,  purtroppo o per fortuna io non sarò mai un Crosser. Perché semplicemente non potrei mai pensare di svegliarmi appositamente la domenica mattina per dedicarmi alla compravendita delle rape, o più in generale far pesare così tanto un videogioco che scorre coi ritmi della vita reale nella mia esistenza. Non a quasi trentotto anni, non con settecentomila passioni, una gattina iperattiva e troppo poco tempo a disposizione. Non sono (più?) quel tipo di giocatore, posso anche magari sparami dodici ore di fila con un controller in mano - anche se accade sempre più raramente - però è l'idea stessa di dovermi dedicare così assiduamente qualcosa a raffreddarmi: i videogiochi restano un meraviglioso passatempo per quanto mi riguarda, e mai quasi un impegno a cui dover prestare attenzioni.

    C'è però, in tutto questo, una seconda grande verità. Alla fine, mentre mi immergevo per raccogliere un cetriolo di mare, dopo aver dissotterrato un fossile o catturato la settecentesima spigola (senza farmi male, sì...), l'anima di Animal Crossing l'ho capita eccome. Restano a mio avviso delle discutibili lungaggini di troppo, specie nei menu alle volte davvero tediosi, e avrei francamente gradito un po' più di gameplay sparso qua e là - a cominciare dalla pesca, che per l'importanza nell'economia del gioco avrebbe meritato un minigame più appagante e strutturato. Eppure, e quasi un po' mi duole ammetterlo, l'insieme funziona. Non solo, funziona e pure oscenamente bene. Anche dalla prospettiva di chi, come me, potrebbe privilegiare un approccio più leggero e per così dire spensierato alle dinamiche che regolano il tutto.

    Perché la verità è che non serve essere oppure diventare dei fondamentalisti di Mirco & Marco per riuscire a divertirsi, per potersi godere quell'angolino di pace e di serenità pucciosa a cui facevo riferimento prima. Anche se preso a piccole dosi, arrivando appena a scalfirne la superficie con i ritmi e i modi di uno che un Crosser non lo diventerà mai, New Horizons può comunque dire la sua, affascinare, svelarsi nella sua essenza imperfetta eppure ammaliante. Ecco perché, da adesso in avanti, guarderò con meno diffidenza e anzi con grande rispetto i creatori di certe meraviglie, tipo le isole customizzate all'inverosimile di alcuni degli amici che sono passati a fare capolino con qualche gentilissimo regalo dalle mie parti. Come detto, io in prima persona non diventerò mai un fan accanito e non arriverò ad accumulare centinaia di ore su Malebolge, però almeno ora vi capisco. Ai miei occhi rimanete sempre dei simpatici mattacchioni un po' ossessionati eh, ma vi capisco.

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