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Mafia 3: la storia violenta del '68

Mafia 3 è uno spaccato digitale della cultura e della società americana del 1968. Diamo un'occhiata al contesto storico in cui si muove Lincoln Clay

speciale Mafia 3: la storia violenta del '68
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Mentre Mafia 3 veniva pubblicamente messo alla gogna, accusato di omicidio preterintenzionale al comparto tecnico, a causa dei tanti bug e di un'intelligenza artificiale deficitaria, la veemenza di quella parte di popolo di consumatori impegnata a lanciare pomodori ha messo in ombra due aspetti particolarmente interessanti del titolo: una scrittura ambiziosissima ed una soundtrack strepitosa. In occasione della scelta di Sony, che ha inserito l'opera di 2K tra i titoli gratuiti di Agosto per i possessori di un abbonamento al servizio PlayStation Plus, abbiamo deciso di celebrare a modo nostro il lavoro degli sviluppatori: raccontandovi una storia attraverso tre canzoni presenti nella tracklist di gioco. La storia è quella del 1968, l'anno in cui si consuma la vendetta di Lincoln Clay: 365 giorni densi di avvenimenti, cruciali per la storia americana e mondiale. In molti sono convinti che il Sessantotto abbia rappresentato un vero punto di svolta nell'epopea del genere umano. Noi, invece, vogliamo interpretare quel Sessantotto in maniera diversa, un momento in cui tutto sarebbe potuto cambiare, un bivio tra due strade, tra due destini, un anno che probabilmente ha vanificato (a dispetto della lettura comune) tutto quello che gli anni Sessanta hanno provato a gridare al mondo intero, e che ci ha condotti fin qui, a vivere un mondo molto diverso da quello che sognavano John Kennedy, Martin Luther King, e i figli dei fiori in Volkswagen.

    The Beach Boys: Heroes and Villains

    Uscito alla fine del ‘67, Smiley Smile è l'album dei Beach Boys che contiene il loro successo più celebre, Good Vibrations. Erano melensi, i Beach Boys, forse pure troppo: sempre sorridenti, colorati e circondati da belle ragazze in costume. Eppure i cinque musicisti più sdolcinati d'America, tra una buona vibrazione e l'altra, vollero infilare in quell'album un pezzo dai toni più cupi, di protesta. Così, Heroes and Villains venne subito recepito dall'opinione pubblica come un riferimento velato alla guerra del Vietnam, che nel frattempo imperversava a ottomila miglia di distanza. In realtà non era così: il pezzo era stato scritto per motivi diversi. Ma questa è tutta un'altra storia; quello che davvero ci interessa capire è che l'America era diventata una dicotomia vivente, una terra dove il "grigio" non era più ammesso: c'erano gli eroi buoni e i cattivi, i bianchi e i neri, i comunisti e i capitalisti, c'erano gli attivisti per la pace e i burocrati assetati di morte e denaro. Persino i reduci di guerra entrarono a far parte della lista di "bad guys", visti non come vittime ma come colpevoli, complici d'un massacro che aveva sempre meno senso agli occhi di quella generazione che professava l'amore libero fino a qualche tempo prima. Non a caso, quindi, il lead writer di Mafia 3, Bill Harms, ed il suo team hanno scelto di dar vita ad un personaggio come Lincoln Clay (veterano di guerra e mulatto) e soprattutto di far reagire il mondo di gioco che gli ruota intorno proprio con quella netta, chiara, affilata ed americanissima dicotomia di giudizio.

    Inaspettatamente, capitò tra i "villains" - i cattivi - anche l'allora presidente Lyndon Johnson, che non verrà purtroppo ricordato come il fautore della Great Society (un insieme di programmi politici mirati ad eliminare le disuguaglianze economiche e razziali negli USA) o come l'uomo che concesse i Diritti Civili. L'ex numero due di John Kennedy era visto come "il presidente della guerra in Vietnam", e questo Johnson lo sapeva molto bene, tanto da rifiutare la ricandidatura per le presidenziali di quel fatidico 1968. "Una casa con una frattura interna non potrà mai stare in piedi": parole provenienti dal volto visibilmente malato del presidente, appiattito e distorto dal tubo catodico, sino a vibrare tra le porcellane, i divani incellofanati ed i parati blu di milioni di americani, sempre più disorientati ed impauriti. Non tutto era perduto, però, perché tra quegli americani c'era qualcuno che ascoltava con le orecchie tese, forse non con meno agitazione, ma senz'altro con più interesse: era Robert "Bob" Kennedy. Il suo entourage gli aveva consigliato di correre per le elezioni successive, quelle del ‘72, forse perché Johnson sembrava essere troppo avanti nei sondaggi del partito democratico, imbattibile, o forse perché inconsciamente temevano che gli capitasse lo stesso tragico destino del fratello. Sulla questione politica s'erano sbagliati. Sul resto, avrebbero avuto tristemente ragione.

    Anancronismi MusicaliPiccola curiosità: nella tracklist di Mafia 3 sono presenti diverse canzoni che hanno "viaggiato nel tempo". Ad esempio, tutti e cinque i brani dei mitici Creedence Clearwater Revival vennero pubblicati nel 1969. Good Times Are So Hard to Find, di Blue Cheer è una canzone del 1970, mentre Get up and Get down, cantata dai Dramatics, venne rilasciata soltanto nel 1971!

    Così ebbero inizio le primarie, mentre un altro pezzo d'America, quella dei giovani pacifisti della rivolta della Columbia University, si andava via via scollando dalla visione di chi aveva combattuto i nazisti all'altro capo del mondo, dai "vecchi", spodestati da legittimi proprietari del Paese. Quei ragazzi si riconobbero in Kennedy, sotto lo slogan "No more Vietnams", così come lo fecero i neri, mentre il loro leader spirituale, Martin Luther King Jr., citava JFK in uno dei suoi discorsi memorabili: "Il genere umano deve mettere fine alla guerra, o la guerra metterà fine al genere umano". King aveva capito che i diritti degli afro-americani ed il conflitto in Vietnam erano strettamente connessi tra di loro: la posta in palio era più alta, e trascendeva gli eventi del presente.

    James Brown: I Got You (I Feel Good)

    Sfrecciando per le strade di New Orleans/Bordeaux potrebbe capitarvi di ascoltare "I feel Good" alla radio, e se nel frattempo vi venisse voglia di sfrecciare in auto come dei pazzi non temete: non siete i soli! Il giorno successivo all'uccisione di Martin Luther King a Boston doveva tenersi un concerto di James Brown. Dopo una lunga notte turbolenta, costellata di rivolte in tutto il Paese, l'amministrazione locale temeva che il concerto potesse spostare la violenza dai ghetti di periferia al centro della città. La decisione per l'inesperto sindaco, Kevin White, era davvero tosta: cancellare l'evento per motivi che palesemente riguardavano la questione della razza, oppure rischiare di coinvolgere migliaia di cittadini in un potenziale focolaio di rivolta. L'idea geniale venne ad un suo collaboratore: il concerto si tenne lo stesso, ma venne organizzata una diretta televisiva nella speranza che più persone possibili restassero a casa, davanti allo schermo. Ed avvenne la magia. James Brown cantò e ballò meglio che mai, e gli animi delle centinaia di afro-americani presenti vennero addolciti dalla sua musica. Quella fu una notte tranquilla a Boston. Un piccolo miracolo, forse il più grande tributo all'opera del dottor King.

    24 ore prima, a Bob Kennedy venne proibito di parlare in pubblico per motivi di sicurezza. Non gliene importò nulla: tenne un discorso commovente in memoria del leader per i diritti civili dei neri, spontaneo e sincero. La mise sul personale: Bob sapeva cosa voleva dire perdere una figura di riferimento; sapeva che l'esposizione mediatica, nell'America degli anni Sessanta, comportava enormi rischi; sapeva quanto è facile ricadere nel baratro dell'odio ed esserne risucchiati senza via d'uscita. La serenità scaturita dal concerto di James Brown a Boston, però, fu un caso isolato: la violenza dilagò ovunque, da Baltimora a Chicago, da New York a Cincinnati, sino ad arrivare alla capitale. Emblematica, in questo senso, la celebre immagine delle mitragliatrici montate dall'esercito a difesa del Campidoglio. In decine morirono, in migliaia vennero feriti, i danni alle proprietà furono così ingenti che alcuni quartieri vennero ricostruiti soltanto vent'anni dopo.
    Mafia 3, dal canto suo, vi sbatte il razzismo direttamente sul naso, senza se e senza ma, violentemente, come ci si aspetterebbe da una ricostruzione storica attenta dell'epoca. Il titolo vi mette letteralmente nei panni d'un discriminato: alcuni locali vi vieteranno l'accesso, gli occhi della polizia vi saranno continuamente addosso, nei commenti dei passanti non ci sarà alcun pudore... c'è persino una scena in cui avremo a che fare con un'asta illegale di schiavi neri!

    Nonostante abbia ricevuto qualche sporadica critica per la veemenza con la quale rappresenta certi temi delicati, noi pensiamo che un approccio maturo e crudo sia particolarmente efficace per il rapporto di empatia e di connessione tra il giocatore e la sua controparte virtuale.

    Elvis Presley: Little Less Conversation

    Meno chiacchiere e più azione. Fu questa la reazione degli americani. In un decennio caratterizzato da continui dibattiti (violenti e non), la gente cominciò a temere seriamente per la propria incolumità, e quando questo accade, si sa: c'è inevitabilmente una "svolta a destra". Intanto, dopo aver "serpeggiato" nell'ombra per molti anni era riemersa una vecchia figura della politica: Richard Nixon. Nelle elezioni presidenziali del 1960 aveva perso contro John Kennedy ed ora, ironia della sorte, si ritrovava a scontrarsi con la scalata politica di suo fratello. Il Nixon del '68, però, è diverso da quello di inizio decennio: meno impacciato e più sicuro di sé, quasi ringiovanito, era sopravvissuto alla iettatura della sfilza di giornalisti che lo avevano dato per finito, e adesso era il candidato più interessante del partito repubblicano. La lotta sul piano politico era aperta e si giocava (lo sapevano tutti) sulla questione del Vietnam. Mentre Saigon veniva crivellata da milioni di proiettili, furono soltanto tre le pallottole che decisero il destino dell'America.

    Il 6 Giugno il volto giallastro di Frank Mankiewicz, portavoce di Kennedy, apparve torvo in televisione. Fece una lunghissima pausa, mentre stropicciava nervosamente quel comunicato che doveva ricordare a memoria per quanto era breve. Forse fissare quel foglio intensamente gli evitò il dolore e l'imbarazzo di dover guardare direttamente la telecamera. "Il senatore Kennedy è morto all'1:44 del mattino" disse Mankiewicz, aggiungendo, sul finale, "aveva 42 anni": un monito, una maledizione scagliata in modo elegante e composto, televisivamente e politicamente corretto. "Che avete fatto?" avrebbe voluto urlare Mankiewicz, assieme a tutti i suoi compatrioti americani. Ma l'America era stanca: stanca di tutto quel sangue, delle rivolte, della guerra, della politica. Il bisogno di dimenticare, di "passare all'azione" s'era ormai sedimentato in fondo al cuore degli uomini e delle donne, divisi tra la lotta per la liberà e la necessità di ricominciare a costruire un futuro. Nixon vinse le elezioni, per una manciata di voti. E fu un sollievo per tutti vedere che le cose nel Paese avevano ancora un alone di normalità.
    Di lì in poi, un effetto domino lungo cinquant'anni ci ha condotti a dove siamo ora: la maggior parte delle strutture economiche e sociali che conosciamo vennero costruite dai repubblicani che occuparono lo studio ovale.

    Il partito democratico non riuscì più a trovare una figura tanto carismatica quanto quelle dei fratelli Kennedy, capaci di rappresentare una forza rivoluzionaria che rimase silenziosa per molti anni. JFK e RFK si erano fortemente battuti per annullare la disparità sociale ed accorciare le distanze tra ricchi e poveri. Volevano costruire la "nuova frontiera", fornire un accesso facilitato all'istruzione ed evitare la privatizzazione della sanità. Martin Luther King si prefissò di eliminare il pregiudizio razziale, predicando pace e fratellanza universali, basate sul semplice e sacrosanto dato di fatto che siamo tutti esseri umani. Oggi, in America, mentre si tornano a mettere in discussione i temi razziali, l'1% della popolazione detiene lo stesso patrimonio del 99% restante. Forse ora è più chiaro ciò che intendevamo nel definire il 1968 come un "bivio". Fatto sta che uno spaccato di quella cultura e di molti altri avvenimenti che non abbiamo menzionato, gli autori di Mafia 3 sono riusciti a comprimerlo magistralmente in un'opera digitale. Chapeau!

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