Memorie imperfette: perché aggiorniamo mentalmente la grafica dei vecchi giochi?

Quante volte ci è capitato di migliorare, nei nostri ricordi, la grafica dei vecchi giochi? Scopriamo i motivi di questa rimasterizzazione mentale.

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Vi è mai successo di riprendere in mano un classico, magari sull'onda di un estemporaneo impeto nostalgico, e di ritrovarvi a pensare "beh, me lo ricordavo decisamente meglio"? Quante volte vi è capitato di scoprire, con una certa delusione, di aver inconsapevolmente "rimasterizzato" il ricordo di un vecchio gioco, dotandolo mentalmente di un comparto tecnico improbabilmente avanzato? Se la risposta è "perdiana, mi succede di continuo", allora avete già sperimentato come i ricordi abbiano la meravigliosa tendenza a imbellettare diversi aspetti dei nostri titoli preferiti del passato, grafica in primis. Questo perché, di base, la nostra memoria fa acqua da tutte le parti. Voglio dire, sì, è uno strumento prodigioso i cui limiti sono per la gran parte sconosciuti, ma è anche uno strumento a tratti clamorosamente inaffidabile. Un po' come un neurochirurgo abilissimo con la pessima abitudine di festeggiare l'inizio di ogni intervento con quattro dita di centerbe.
Prima di cominciare a parlare delle meccaniche alla base dei vostri miracolosi remaster mentali, permettetemi però un rapido (più o meno) spiegone sul funzionamento di quel fantastico costrutto di ricordi, fantasie, desideri e illusioni che è la memoria umana.

Memorie imperfette

In virtù della nostra comune "devianza" videoludica, tendiamo a immaginare la memoria come un hard disk bello capiente, nel quale è possibile immagazzinare un gran numero di esperienze e ricordi in apposite cartelle tematiche, piene di file video e audio in alta qualità; o magari come una magnifica biblioteca dai soffitti alti, riccamente arredata con decine e decine di scaffali carichi di libri/ricordi accuratamente ordinati.
Tutto bello, ma in realtà diciamo che è un po' come scambiare un crotalo per un pavone.
Avete presente quando la vostra stanza raggiunge livelli di entropia tali da allarmare i ricercatori del Cern e voi, con eroico stoicismo, continuate a difendere il progressivo marasma al motto di "Disordinato? Follia, so esattamente dove si trova ogni cosa".
Ecco, quella stanza con avanzi di cibo risalenti all'ultimo grande successo degli 883 è una raffigurazione piuttosto precisa di come funziona la vostra memoria.
Ogni volta che viviamo un'esperienza, andiamo a stimolare un gran numero di cellule cerebrali, chiamate neuroni, collocate in diverse aree del cervello, ognuna con specifiche caratteristiche funzionali. Mettiamo che, ad esempio, vi troviate a guardare, con le membra in ordine sparso sul divano, l'ultimo episodio della vostra serie preferita. Le immagini sullo schermo, i suoni e i vostri eventuali ragionamenti su una scena particolarmente significativa andranno a interessare neuroni collocati in diverse aree del pensatoio, relativamente distanti tra loro. Per trasformare quella che viene percepita come un'esperienza unitaria in una traccia mnemonica, andremo quindi a "giocare" con la biochimica del nostro encefalo stabilendo, sotto la supervisione di un'area detta ippocampo, una nuovo network tra neuroni collocati in diversi punti del cervello.

Questa rete neurale rappresenta, di fatto, una sorta di promemoria schematico utile a offrire un quadro relativamente preciso di ogni circostanza vissuta. Un "relativamente" grosso come una casa, visto che, in linea di massima, non solo filtriamo e rielaboriamo ogni informazione in entrata, ma abbiamo anche un vero e proprio talento per "falsificare" i nostri stessi ricordi.
Tanto per cominciare, il processo di "codifica", ovvero la trasformazione di un'esperienza in una rete neurale, è fortemente selettivo e subordinato a una serie di variabili estremamente soggettive. Non solo tendiamo ad escludere automaticamente quello che non ci colpisce, in favore di dettagli con un qualche genere di risonanza emotiva, ma soprattutto rielaboriamo istantaneamente tutte le informazioni in modo da poter comporre un quadro logico sensato. Un attributo, quest'ultimo, da prendere con le molle, perché completamente assoggettato alle convinzioni circostanziali di ciascun individuo.
Permettetemi di chiarire il punto con un esempio imbarazzante. Il soggetto di questo scenario è un giovane uomo che, nel rispetto della privacy, chiameremo A.B. .
La sera di un ferragosto dei primi anni 2000, il nostro A.B., nelle cui vene scorre un potente mix di vino allo zolfo e arrosticini, è assolutamente convinto di poter vedere al buio, e dimostra questa sua capacità navigando tra le dune di una spiaggia tirrenica con insospettabile agilità. Ecco, ad anni di distanza e dopo innumerevoli rievocazioni aneddotiche, questa improbabile sicurezza alcolica si è cementata a tal punto che buona parte dei ricordi visivi legati a quella serata sono ora caratterizzati dalla sfumatura di verde tipicamente emessa dai visori notturni.

Per la serie "miracoli etilici"

Su queste note di disagio andiamo a toccare un altro passaggio chiave che influisce in maniera negativa sull'attendibilità dei nostri ricordi.
Trattandosi di un complesso di associazioni e schemi altamente dinamico, ogni volta che assimiliamo un nuovo ricordo, con tutte le alterazioni biochimiche del caso, generiamo micro-cambiamenti i cui effetti possono alterare, in modo più o meno incisivo, tutte le memorie legate ai medesimi neuroni. A complicare ancor di più le cose, il nostro cervello ha la tendenza a colmare eventuali "buchi" mnemonici con elementi nuovi, presi di forza dall'attuale bagaglio di convinzioni e conoscenze, perché contribuiscano al mantenimento di un quadro coerente e completo.

In sostanza, ogniqualvolta che ricordiamo qualcosa, di fatto non facciamo altro che forgiare, almeno parzialmente, una nuova memoria, secondo canoni contestuali che potrebbero differire da quelli originali. Ovviamente il margine di cambiamento, in questo senso, risulta più significativo se un ricordo è legato a un evento particolarmente lontano nel tempo, specialmente se si tratta di una rimembranza rimasta a lungo sopita.
Come se le cose non fossero già abbastanza complicate, ogni volta che riportiamo qualcosa alla mente, possiamo dimenticare parte delle informazioni legate a quello specifico ricordo, magari con connotazioni divergenti dal "tono" generale. Ripensando ai momenti più belli passati alle prese con Final Fantasy VII, ad esempio, potremmo contribuire magari a cancellare il ricordo una sezione di gioco particolarmente tediosa. Un passaggio, quest'ultimo, che può portare ad esempio a "mitizzare" un determinato titolo del passato del quale, magari, non si ricordano più i difetti.

Remaster cerebrali

E arriviamo quindi - e finalmente - al punto chiave di questo intero sproloquio: come mai aggiorniamo mentalmente la grafica dei videogiochi?
Semplice (relativamente parlando), non è altro che un'altra prova empirica di quanto la nostra memoria sia meravigliosamente imperfetta. Torniamo a tirare in ballo, come supporto al ragionamento, il super classico Final Fantasy VII. Poniamo che, nel lontano 1998, un Giocatore X abbia messo le mani sul capolavoro di Square Enix e se ne sia innamorato perdutamente. Nei mesi successivi, la nostra cavia virtuale ha poi fissato nella memoria alcuni elementi chiave dell'esperienza, parlandone con amici smanettoni, riflettendone tra sé e sé, e, ovviamente, tornando di quando in quando tra le lande di Gaia, il tutto utilizzando l'eco emotivo del gioco come una sorta di "evidenziatore" mnemonico per gli aspetti di maggiore impatto. Tutti passaggi che ovviamente contribuiscono a modellare le memorie legate a quel particolare titolo, determinando un quadro che, dopo qualche tempo, comincia inevitabilmente a perdere definizione.
A questo punto mettiamo che, fatta eccezione per qualche sporadica botta di nostalgia, il nostro giocatore abbia lasciato i ricordi del gioco a prendere la polvere in un angolo della memoria.

Arriviamo quindi all'E3 del 2005 e alla Tech Demo che per prima diede il via alle voci su un possibile remake di Final Fantasy VII. Alla vista dei miracoli tenici promessi da PlayStation 3, il soggetto va quindi a rispolverare tutti i ricordi legati al gioco (parte dei quali ormai piuttosto evanescenti) e, di conseguenza, a titillare nuovamente le reti neurali coinvolte, giochicchiando biochimicamente con tutte le informazioni precedentemente registrate. Già a questo passaggio il ricordo del titolo PS One ha sicuramente subito un significativo cambiamento multifattoriale, e il cervello della cavia ha già provveduto ad aggiornare parzialmente la grafica del del gioco, mescolando informazioni vecchie e nuove in modo che il risultato finale risulti, comunque, ragionevolmente coerente con la nozione - adamantina - che il titolo ha più di qualche anno sulle spalle. Qualche mese dopo, ecco arrivare un'altra stilettata mnemonica con Advent Children, il lungometraggio che narra gli eventi successivi alle vicende del titolo. Nuovo viaggio sul viale dei ricordi e nuova riscrittura parziale delle memorie correlate.
Passano quindi 10 anni, e i signori di Square Enix decidono che è finalmente giunto il momento di annunciare il remake di Final Fantasy VII, evento che giocatore X accoglie con una vagonata di hype, in parte veicolato da tutti gli splendidi ricordi legati al titolo che, dopo 17 anni, sono diventati un complesso di revisioni "tecniche" più o meno accurate in orbita attorno a una manciata di rimembranze emozionali. Per festeggiare la lieta novella, il nostro porcellino d'india decide quindi di recuperare la propria PlayStation dal fondo di uno scaffale per tornare a vestire i panni del buon Cloud Strife. Secondo voi, a questo punto, la grafica del gioco apparirà migliore o peggiore rispetto a quella effettivamente ricordata dal nostro Giocatore X?

Senza necessariamente tirare in ballo casi limite, a volte tutto quello che serve è una semplice associazione d'idee. Come diceva il buon DiCaprio nei panni dell'architetto onirico Dom Cobb in Inception "una volta che un'idea si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla", e... beh, non aveva tutti i torti.
Se nel 2004 avete giocato a GT4 pensando "per gli dei, questo gioco ha una grafica mostruosa", è molto probabile che il vostro cervello, per non invalidare quell'assioma, abbia provveduto negli anni ad aggiornare - almeno in parte - i ricordi legati al comparto grafico del simulatore di Polyphony Digital, più o meno in linea con l'idea attuale di "grafica mostrusa".
"Eh, ma io Super Mario World lo ricordo alla perfezione, quindi non è vero niente". Beh, va da sé che la precisione rappresentativa di un ricordo aumenta ogni volta che reiteriamo in qualche modo l'esperienza che l'ha originato. In soldoni, quante volte avete visto giocare o rigiocato a Super Mario World? Esatto, circa duecento gazillioni di volte.

E voi? Quali sono i giochi che, in piena violazione delle leggi sul copyright, avete rimasterizzato mentalmente?