Da Okami a Stray: quando gli animali diventano protagonisti dei videogiochi

Dagli abissi di Ecco The Dolphin al cyberpunk a quattro zampe di Stray, un viaggio nel gaming con gli animali in primissimo piano.

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  • Pc
  • PS4
  • PS4 Pro
  • PS5
  • L'atteso primo trailer di gameplay di Stray, titolo indipendente in arrivo agli inizi del 2022 sotto etichetta Annapurna Interactive, è stato senza ombra di dubbio uno dei punti più alti dell'evento digitale del publisher americano (per approfondire, ecco la nostra ultima anteprima di Stray). In questa promettente avventura del team francese BlueTwelve Studio andremo a impersonare un gatto randagio che vagabonda per una decadente città del futuro popolata di sferraglianti robot. Il tutto dalla furtiva prospettiva di un felino, tra balzi repentini, corse in equilibrio sui tetti e le immancabili fusa.

    Stray, che ovviamente ha conquistato l'attenzione del pubblico sin dalla sua primissima presentazione risalente alla scorsa estate, non è ad ogni modo l'unico videogioco ad avere come protagonista un animale riprodotto in maniera credibile. Abbiamo raccolto per voi una lista di altri titoli costruiti attorno alla stessa idea, escludendo ovviamente le riproduzioni antropomorfe che spaziano da Sonic a Crash Bandicoot.

    In fondo al mar

    Nel 1992 viene pubblicato in esclusiva su Sega Mega Drive un originalissimo action-adventure sviluppato da Novotrade Entertainment. Il protagonista è Ecco, un delfino con una costellazione sulla fronte: il malcapitato cetaceo, sopravvissuto a un misterioso tornado, si trova a combattere contro una civiltà di alieni acquatici chiamati Vortex. Ecco the Dolphin è un videogioco profondamente suggestivo e per certi versi davvero controcorrente: musicalmente influenzato dalle sonorità dei Pink Floyd, spazia dai dinosauri ad Atlantide, per concludersi con una terrificante e memorabile boss fight sul fondo degli abissi.

    Ed Annunziata, la mente creativa dietro a quella che negli anni è poi diventata una serie composta da più episodi, voleva proporre un'avventura dalle atmosfere inconfondibili, con un livello di sfida alquanto sopra la media - la sua preoccupazione era che i ragazzini dell'epoca potessero finire il gioco noleggiandolo durante un singolo weekend. Durante lo sviluppo è stato profondamente influenzato dalle opere di John Lilly, un neuroscienziato che negli anni '60 aveva partecipato a un programma del governo americano per comunicare l'inglese ai delfini, nonché l'inventore della vasca di deprivazione sensoriale. Ecco insomma spiegata l'aria decisamente lisergica di una produzione fuori dai canoni.

    Maledetti scarafaggi

    Nel 1996 viene pubblicata su PC un'avventura grafica decisamente diversa da tutte le altre: si chiama Bad Mojo, ed è un videogioco liberamente ispirato a La Metamorfosi di Franz Kafka. Proprio come nel popolare racconto dello scrittore boemo, il protagonista - uno scienziato di San Francisco che per sfuggire alle sue precarie condizioni di vita medita di scappare in Messico coi fondi di una ricerca - si trova all'improvviso intrappolato nel ripugnante corpo di uno scarafaggio.

    Sviluppato mescolando riprese con attori in carne e ossa e animali reali, full motion video e grafica 2D, Bad Mojo è quasi immediatamente diventato un piccolo cult. Al punto che, nel 2007, è stata pubblicata un'apposita edizione Redux ancora disponibile sui vari store. Nel gioco vi troverete a risolvere schifiltosi enigmi nei panni dell'insetto, avendo a che fare con pericoli ambientali come topi, lamette, tarantole e Franz, ovvero il gatto del protagonista. Il tutto per un non banale punta & clicca con ben quattro finali diversi, decisamente da riscoprire per gli appassionati di contenuti creepy.

    Una dea dal manto immacolato

    Okami è una delle gemme indiscusse della splendente carriera di Hideki Kamiya, geniale papà tra gli altri di Devil May Cry, Viewtiful Joe e Bayonetta (se volete saperne di più, eccovi la recensione di Okami HD per Nintendo Switch). Un action-adventure originale e poetico, che nel 2006 si distingue per la

    splendida direzione artistica in cel-shading ispirata allo stile Sumi-e, la tecnica di pittura a inchiostro e acqua tradizionale giapponese. Nel titolo, dichiaratamente ispirato a The Legend of Zelda, si vestono i panni di Amaterasu, dea shintoista del sole incarnatasi in un lupo bianco per combattere la minaccia rappresentata dal crudele demone Orochi. Oltre alla già citata e ancora oggi iconica direzione artistica, Okami ha saputo lasciare il segno anche per la peculiare meccanica legata al cosiddetto pennello celestiale di Issun, un artista vagabondo che accompagna il lupo protagonista. L'idea è quella di poter mettere in pausa l'azione, richiamando un foglio di carta di riso per poter interagire con personaggi e ambienti disegnando direttamente a schermo alcuni input. Con il suo raffinato tocco da favola esotica, Okami è una delizia da ricordare, canto del cigno di quei Clover Studio che poi si sarebbero trasformati in PlatinumGames.

    La dura legge della savana (di cemento)

    La premessa di Tokyo Jungle è semplice e senza fronzoli: la razza umana è misteriosamente scomparsa dal mondo, e gli animali hanno immediatamente ripreso il controllo del pianeta. A dominare su tutto è solo e soltanto la legge del più forte, nell'ecosistema urbano di una megalopoli nipponica tanto riconoscibile nei suoi luoghi simbolo quanto ormai profondamente mutata e trasformatasi nel territorio di caccia di bestie più o meno feroci.

    Pubblicato su PlayStation 3 nel 2012 in formato digitale, Tokyo Jungle è un action game tutto incentrato sul concetto di sopravvivenza: un titolo assolutamente delirante, con una storia per larga parte incentrata nientemeno che sui volpini di Pomerania. Nel gioco si possono interpretare fino a 50 specie diverse di animali, che spaziano dai leoni ai pulcini per arrivare agli elefanti e addirittura ai dinosauri, nel tentativo di riprendersi una desolante Tokyo in versione post-apocalittica. Una follia prettamente giapponese, di quelle destinate a far impazzire una nicchia di curiosi sparsi in giro per il mondo.

    Ogni piuma, un dispetto!

    Untitled Goose Game è un'idea elementare elevata a idiozia suprema: una di quelle esperienze dove tutto ruota attorno al cazzeggio più assoluto, che tuttavia grazie a una certa attenzione di fondo si trasforma in qualcosa di insospettabilmente piacevole e divertente (come sottolineato dalla recensione di Untitled Goose Game). Un rompicapo sandbox sviluppato nel 2019 dal team indipendente australiano House House, in cui si interpreta nientemeno che un'oca dispettosa pronta a seminare il panico in un tranquillo villaggio di campagna.

    Un paesello che starebbe pure cercando di vivere la placida vita di sempre, destinata a essere scombussolata dai vostri scherzi gratuiti. E allora via, pronti a rubare cappelli, a innaffiare persone, a starnazzare in modo molesto con l'attitudine di un uccellaccio che ambisce solo e soltanto a seminare il caos. Perché sì, perché può e soprattutto perché vuole. Senza contare l'aggiornamento gratuito arrivato nel 2020, che permette a un'altra oca di provocare ulteriori guai in modalità cooperativa. Con un pulsante appositamente adibito allo starnazzare, non è forse un caso che Untitled Goose Game sia diventato un mezzo cult.

    Bandiera rossa, pericolo squali!

    La premessa alla base di Maneater, action open world sviluppato nel 2020 da Tripwire Interactive, sarebbe di per sé genuinamente entusiasmante: mettere per un volta il giocatore dalla parte del cattivo, nella fattispecie al controllo di un cucciolo di squalo bianco che deve sopravvivere, adattarsi e crescere in un ambiente ostile in cui il predatore supremo è in realtà l'essere umano.

    Peccato però che quello che i suoi stessi creatori hanno definito uno ShaRk-PG (gioco di parole tra squalo e gioco di ruolo) si sia dimostrato un videogame molto più divertente in teoria che in pratica, come illustrato dalla nostra recensione di Maneater. L'indole casinista, brutale e scanzonata di Maneater non basta infatti a salvarlo da una serie di problemi che vanno dal sistema di controllo al game design, per un'esperienza molto meno gustosa del previsto. Un vero peccato, perché divorare creature di ogni tipo nel tentativo di diventare il dominatore incontrastato degli oceani sarebbe stata una prospettiva sfiziosa e appagante, che si traduce tuttavia in un gameplay monotono e ripetitivo.

    Il nostro viaggio nei videogiochi con protagonisti animali riprodotti in maniera più o meno fedele - o comunque mai troppo antropomorfa - finisce qui. Fateci sapere nei commenti se ci siamo dimenticati di qualcosa di clamoroso (il curioso Deadly Creatures per Wii è rimasto fuori dalla lista per un soffio!), e nell'attesa di Stray condividete con noi i vostri ricordi a riguardo.

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