Persona 5: il valore della componente estetica nel capolavoro di Atlus

Il successo di Persona 5 spetta anche al suo art design: un compendio di tutte le suggestioni nipponiche entrate a far parte dell'immaginario occidentale.

Persona 5: il valore della componente estetica nel capolavoro di Atlus
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  • PS3
  • PS4
  • Chi nega che l'occhio voglia la sua parte, anche e soprattutto nei videogiochi, mente prima di tutto a se stesso. Proprio per la connotazione fortemente visiva del medium, spesso il corredo visivo di un gioco è il primo elemento che ci colpisce e ci porta ad avvicinarci a un particolare prodotto invece che ad altri. L'estetica è però anche uno dei campi più soggettivi del vivere quotidiano: dall'aspetto di una pietanza allo stile di un quadro impressionista, ciascun osservatore riceverà sensazioni diverse che andranno a definire l'oggetto in questione come bello o brutto. Ci sono però stimoli e tendenze che si sedimentano nel tempo e definiscono dei paradigmi, non per forza degli schemi rigidi quanto piuttosto uno stile liquido, che permea più settori e ne definisce un canone estetico.
    A rilento e non senza resistenze in parte ancora in essere, legate a pregiudizi o più banalmente al timore di qualcosa che non si conosce né si comprende nella sua interezza, l'art design di stampo nipponico ha saputo conquistare anche i gusti di una nutrita fetta di appassionati fuori dalla terra del Sol Levante. Il mondo dei videogiochi deve tantissimo al Giappone, che continua ad essere uno dei più importanti attori del mercato, ma l'estetica a cui ci riferiamo è principalmente quella che si è declinata nei campi del fumetto (manga) e dell'animazione giapponesi. In moltissime occasioni simile impronta artistica si è prestata alla contaminazione del prodotto videoludico, ma mai in modo così sublime e totalizzante come con la serie Persona di Atlus e, in particolare, con il più recente Persona 5.
    Il quinto capitolo della saga è infatti un crogiolo di suggestioni stilistiche che attingono a piene mani dal mondo degli anime e dei manga. L'appeal che esercita verso l'utenza europea e americana è legato, in gran parte, al fatto che Persona 5 si configura come una summa di quelle influenze culturali nipponiche (sia visive che tematiche) ormai entrate a far parte, indissolubilmente, dell'immaginario occidentale.

    La differenza tra Shonen e Seinen

    Quando si parla di manga o anime non ci si riferisce a uno stile sempre uguale, vi basti pensare alle differenze in termini stilistici tra Mazinga/Devilman di Go Nagai e Dragon Ball di Akira Toriyama, o ancora con un qualsiasi film di animazione dello Studio Ghibli di Hayao Miyazaki. Pur condividendo elementi simili, così come li condividono le storie a fumetti italiane, americane e franco-belga, per un occhio attento le opere di cui sopra risultano profondamente diverse tra loro. Ogni autore ha il proprio tocco, che magari richiama e omaggia quello di autori del passato, andando ad affinare e perfezionare tratti che sono poi divenuti veri modelli di riferimento. Una distinzione però la si può fare, a livello stilistico, in questo ramo dell'intrattenimento giapponese: così come nei temi trattati e negli archetipi ricorrenti, si può adottare una divisione tra Shonen e Seinen pure nello stile visivo.

    Anche qui si tende a identificare, erroneamente, queste due categorie come generi quando sono in realtà dei semplici target: Shonen significa letteralmente "ragazzo" e identifica un prodotto indirizzato ai più giovani in età scolare; Seinen attiene invece etimologicamente al "giovane uomo" e si rivolge a quella fascia di pubblico che avvicina alla maggiore età. Se nel primo caso troviamo storie dove il bene trionfa sempre sul male dopo un percorso di crescita, evoluzione e consapevolezza del proprio potenziale, nel secondo caso vengono spesso affrontate tematiche sociali più dure, cupe e non necessariamente risolvibili col lieto fine. Questo si riverbera anche nell'impatto artistico dei due segmenti, le rotondità e i mille colori degli Shonen lasciano il posto a visi più spigolosi, forme più longilinee e contrasti cromatici più netti nei Seinen.

    Persona 5: un gioco a metà tra lo Shonen ed il Seinen

    La serie di videogiochi Persona, nata nel 1996 come spin-off del franchise Megami Tensei di Atlus, declina da sempre in campo videoludico proprio l'estetica tipica dei Seinen che, soprattutto in occidente, rappresentano un prodotto molto più di nicchia degli Shonen. Complici poi fattori come release occidentali spesso molto tardive - il fantastico Persona 4 è arrivato su PlayStation 2 nel 2009, quando l'occidente era ormai bellamente passato a PlayStation 3 e Xbox 360 - e meccaniche di gioco un po' insolite, la saga non è mai riuscita a conquistare del tutto il pubblico occidentale. Almeno fino all'arrivo, pur sempre in ritardo di un anno rispetto al Giappone, di Persona 5. L'ultimo capitolo della serie Atlus ha ricevuto apprezzamenti pressoché unanimi da parte della critica ed è stato anche un buon successo commerciale. Di certo l'essere arrivato in uno dei momenti migliori su PlayStation 4 ha dato una cassa di risonanza diversa rispetto a quella del suo predecessore, ma in fondo Persona 5 è piaciuto così tanto proprio perché ormai gli appassionati hanno assimilato quel tipo di estetica e la apprezzano più che in passato. La Tokyo in cui ci catapulta Persona 5 viene percepita come viva e pulsante anche se non si ha modo di esplorare in lungo e in largo ogni anfratto in stile open world: è sufficiente infatti cogliere tutte le suggestioni urbane che, grazie a un sapiente uso del cel-shading, richiamano il vivere quotidiano del Giappone, dai piccoli vicoli su cui svettano i tralicci dell'elettricità all'iconico incrocio di Shibuya, passando immancabilmente le aule scolastiche e la metropolitana. Tutte le possibilità offerte dall'ambientazione e dal background sono state sfruttate al meglio in Persona 5, che è arrivato comunque in cross-gen e gira ottimamente anche sulla cara vecchia PlayStation 3. Il setting urban di Tokyo è graffiante e pieno di colori e luci, tanto di giorno quanto di notte, ogni scorcio della metropoli è curato nei minimi particolari e restituisce al giocatore la sensazione di star vivendo realmente uno spaccato del Giappone, di cui Persona 5 è una delle migliori espressioni culturali in ambito videoludico.
    Le atmosfere di Shibuya e Ahoyama-Itchome, del liceo e del Cafe Leblanc, si alternano infatti in un equilibrio perfetto - merito anche di una colonna sonora meravigliosa - allo stile del Metaverso e dei Palazzi, alla dimensione distorta ed esteticamente un po' naïf dove le atmosfere diventano molto più cupe e sfocate, giocando coi colori che rappresentano la palette cromatica del titolo anche nei menù, con i contrasti tra un dominante rosso cremisi, il nero e il bianco.

    I colori di Persona 5 sono vibranti e pieni, danno vita a modelli poligonali eleganti e ad animazioni fluide e credibili, anche nelle fasi di combattimento dove vediamo la componente estetica più stravagante: i Persona, appunto. Tutte le ambiguità e le perversioni nascoste nell'animo di chi vive la città si manifestano in un mondo parallelo dove l'oscurità di un cuore malvagio può letteralmente erigere palazzi, e questo contrasto si avverte proprio grazie all'ottimo utilizzo dei colori come nel Mementos, il dedalo delle coscienze corrotte che si manifesta fisicamente nei tunnel della metropolitana. In questo titolo il team capitanato da Katsura Hashino è stato in grado, come mai prima d'ora, di far convergere stili e linguaggi anche molto diversi tra loro che però funzionano alla perfezione grazie alla prorompente estetica in cui sono stati amalgamati. Paradossalmente, pur ricalcando maggiormente i canoni dei Seinen, le tematiche trattate nel gioco attengono più allo stile degli Shonen: di certo anche simile connubio ha permesso di apprezzare questo capolavoro a un grande numero di giocatori che non avevano mai neppure sentito parlare della serie firmata Atlus.

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