PES 2020: i ricordi di un giocatore, a piccoli passi verso la simulazione

Dalle origini fino ad oggi: un viaggio attraverso il tempo all'insegna dei ricordi vissuti in compagnia della saga di Pro Evolution Soccer.

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  • Non sono mai stato bravo a giocare "a pallone", quello vero. Qualche partitella nei campetti di cemento con gli amici non faceva altro che mettere in risalto le mie scarse competenze, sia in attacco, sia in difesa, sia in porta. Nemmeno come arbitro valevo un granché, siccome sono miope dall'età di 8 anni. Eppure il calcio mi è sempre piaciuto: me ne innamorai guardando Roberto Baggio, il divin codino, correre sul manto verde, verso la fine degli anni novanta, quando militava nell'Inter. Forse è per questo che ho cominciato da ragazzino a legarmi alla squadra nerazzurra, una passione che è stata fomentata, tra dolori e poche gioie, fino all'anno del triplete, dopo il quale ho deciso di abbandonare "da vincitore" la fede calcistica per osservare questo sport con occhio distaccato, lasciandomi guidare solo dalla passione per il bel calcio, a prescindere dalle bandiere. E questo amore per lo sport più bello del mondo, che proprio non riusciva a concretizzarsi nelle sfide contro i compagni delle elementari e delle medie, si è sempre sfogato sui campi virtuali, nello specifico quelli della serie Pro Evolution Soccer.

    Il fischio d'inizio

    Quello che noi oggi conosciamo come PES è l'erede legittimo del brand ISS, ossia International Superstar Soccer uscito in Europa nel 1995 per Super Nintendo. Non avrebbe senso mentirvi: non ci ho mai giocato. Ero troppo piccolo, ed ancora dovevo apprendere le gioie che un pallone rotondo è in grado di trasmettere.

    Ciononostante, c'è un dettaglio che, guardando al passato col senno del poi, diventa esemplificativo delle intenzioni di Konami: il nome originale del gioco era infatti Jikkyou World Soccer: Perfect Eleven, il cui sottotitolo "I perfetti Undici" era già piuttosto esplicito, pronto ad indicare quanto la società cercasse di riprodurre alla "perfezione" l'essenza del calcio. Non tanto la simulazione pura, quanto il divertimento che ne deriva. I progenitori del "vero PES" sono molti, tutti perlopiù riuniti in Occidente sotto la grande ala del marchio International Superstar Soccer. Ma fu il gioco giunto da noi come Goal Storm, distribuito nel preistorico 1996, ad essere intitolato in Giappone World Soccer Winning Eleven, ossia il nome originale della saga che arriverà in Europa nel 2001 come Pro Evolution Soccer.

    Il primissimo PES in realtà era il quinto Winning Eleven: era un periodo in cui i giochi di calcio proliferavano, e gli estimatori del genere potevano sbizzarrirsi anche con l'ormai dimenticato This is Football di London Studio. Ma tra i miei amici, al tempo, non c'era la battaglia che al giorno d'oggi si combatte tra la squadra di Konami e quella di EA: noi giocavamo a Pro Evolution Soccer.

    Chiedere ad un compagno di provare un calcistico si traduceva quindi esclusivamente in un laconico "metto PES?". Dal 2001 in poi è venuta al mondo una generazione che negli annali dei videogiochi verrà ricordata come quella dei "pessari", di cui tutti coloro nati negli anni '90 ne hanno fatto inevitabilmente parte. Ricordo che erano difficili, i primi titoli della serie. La spettacolarità garantita dai vari FIFA lasciava spazio ad una certa difficoltà nei movimenti, nella capacità di imbastire un'azione che fosse davvero ben costruita. È probabile che la mia memoria faccia cilecca, d'altronde sono trascorsi vent'anni, tuttavia sono quasi certo che l'opinione collettiva vedeva in PES un prodotto meno "intuitivo" in rapporto alla controparte targata Electronic Arts. Eppure, c'era qualcosa che ci attirava in Pro Evolution Soccer: sarà stato forse l'appagamento offerto dallo svolgimento dell'azione, oppure lo stupore per l'incredibile qualità visiva. Quando si hanno 10 o 11 anni, in fin dei conti, non importano tanto le ragioni che spingono a preferire un gioco rispetto ad un altro: contano solo le sensazioni. È un po' come avviene quando si inizia a tifare per la squadra del cuore sin da bambini. Non sempre siam in grado di risalire all'origine delle motivazioni: è successo e basta, e va benissimo così.

    La consacrazione

    Insomma, era il 2001, e buona parte della mia combriccola iniziava a tifare per PES. E io inevitabilmente ne venni trascinato, come quando allo stadio si comincia ad urlare a squarciagola i cori degli Ultrà pur senza conoscerne le parole. Si giocava molto spesso, doposcuola, sempre contro gli stessi avversari, sempre con le medesime squadre, fino ad impararne a memoria i movimenti, i punti di forza e di debolezza, facendo a gara a chi riusciva a battere il computer con più gol di scarto e con il club più scarso di tutti.

    E a proposito di brocchi, quanti di voi ricordano l'originale formazione della Master League? Quella rosa di amabili schiappe che nelle nostre mani diventavano delle leggende del calcio? Tanto tempo fa conoscevo lo schieramento a memoria, quasi come se fossi un telecronista: Ivarov, Valeny, Jaric...e via via fino agli ormai iconici Minanda e Castolo. Quelli sì che erano i "Perfetti 11".

    Per svariati anni ho cambiato il disco di PES nella mia PlayStation 2 senza badare alle effettive differenze tra un capitolo e l'altro. Per come lo ricordo io, nell'arco di tempo che va dal 2001 al 2006 Pro Evolution Soccer era un'unica esperienza che migliorava progressivamente di volta in volta.

    È vero: nei vari episodi è stato modificato il motore grafico, il gameplay si è fatto più realistico, ma nel complesso si trattava di sfumature che, per il modo che avevo di approcciarmi ai calcistici, passavano francamente inosservate. Mi bastava soltanto battere con un bel po' di distacco il mio sfidante, ed ero più che soddisfatto.

    Almeno finché non è arrivato il sesto capitolo, meglio conosciuto in Giappone come Winning Eleven 10. Da lì in poi, non c'è stata storia.
    Era ovviamente il 2006, l'anno dei Mondiali, quelli vinti dagli Azzurri. In pieno clima agonistico, io ed un mio amico scegliemmo di acquistare il nuovo capitolo della serie, e lo facemmo in coppia, dividendoci la spesa, come al tempo si usava fare prima della condivisione online degli account.

    Ce lo prestavamo a vicenda così da spolpare il singleplayer per qualche giorno, dopodiché la confezione non restava a casa di uno dei due: tanto alla fine a PES giocavamo perlopiù in interminabili testa a testa in locale. Winning Eleven 10, più dei suoi predecessori, ai miei occhi fu la consacrazione: era un gioco totale, visivamente mozzafiato, ludicamente poderoso.

    Credetemi quando vi dico che lo abbiamo giocato letteralmente per 10 anni, finché la mia TV non ha smesso di leggere la presa scart della PS2. La sfida era classica e ripetuta ad oltranza: Togo (scelto da me) contro Angola (il team d'elezione del mio amico). Imparammo a valutare ogni centimetro d'animazione dei nostri "campionissimi" per massimizzarne le prestazioni, e capimmo l'esatta inclinazione da cui battere i calci d'angolo per valorizzare gli script dei singoli atleti.

    Non c'è neppure una valida ragione per cui scegliemmo quelle due Nazionali: un gesto di goliardia si trasformò in un derby che è protratto per un decennio. Giocando in compagnia di quei simpaticissimi brocchi, privi di qualsivoglia licenza, riuscimmo paradossalmente a trarre il meglio dallo spirito simil-simulativo di PES 2006, a rompere "binari" che ancora caratterizzavano qualche movimento, a sperimentare il più possibile diverse soluzioni per vincere anche senza schierare nella rosa la superstar che ti risolve la partita.

    Winning Eleven 10, a detta di chi vi scrive, ha rappresentato il vertice della saga per molto tempo, anche dopo l'arrivo della generazione PS360. Lo ammetto con un po' di vergogna: ho sì giocato abbastanza anche ai capitoli successivi, ma senza quel fervore che continuava ad infiammare i match tra Togo e Angola. Il salto temporale ci porta quindi sull'uscio della gen attualmente in corso, più precisamente a quel PES 2015 che ha segnato l'ingresso in campo della modalità myClub. Ed è da qui che è partita la scalata di Konami verso la simulazione calcistica per eccellenza.

    Il trionfo

    A voler essere onesti, il nuovo corso di PES, che gli ha dato la chance di tornare ai fasti di una volta dopo la fase di transizione cross-generazionale, deve gran parte del suo successo all'implementazione del FOX Engine.

    È stato d'altronde il motore di gioco di Konami a dare alla serie quel "filtrante" con cui il fuoriclasse giapponese ha cominciato a correre verso il trono del migliore simulatore calcistico. Dal 2014 ad oggi è stato un crescendo continuo, fatto di minime e grandi implementazioni, di contrasti rinnovati, del First Touch Impact che ha riscritto il comportamento dei giocatori in campo, di una fisica della palla sempre più verosimile ed infine di un ritmo di gioco ragionato, riflessivo e sufficientemente tattico.

    Passo dopo passo, il FOX Engine ha dato alla serie la spinta che le serviva per recuperare su una concorrenza sempre più agguerrita, le ha insomma garantito quell'anima "simulativa" necessaria per imporsi sul mercato con rinnovato vigore.

    Ma l'uso del potentissimo motore grafico non ha avuto un impatto solo sul gameplay: dal momento che il calcio è anche una forma di spettacolo, era inevitabile che alla saga Konami occorresse anche una ristrutturazione della componente scenica, fatta di un realismo più marcato, di introduzioni alle partite più virtuose, di digitalizzazioni quasi impeccabili dei calciatori più noti.

    In sostanza, grazie al FOX Engine, Pro Evolution Soccer ha ricominciato quel percorso evolutivo che ha accompagnato le sue prime incarnazioni. Qualche sporadica velleità arcade ancora nascosta nel DNA della serie si è progressivamente vaporizzata in favore di un approccio quanto più simulativo possibile.

    Il PES di nuova generazione è una delle più grandi rappresentazioni del calcio videoludico, capace di attuare un cammino di auto miglioramento encomiabile ed apprezzabile.

    Al netto dei suoi inciampi, soprattutto nelle prime edizioni per PS4 ed Xbox One, Konami non ha mai anteposto la densità di modalità alla piacevolezza ludica: un approccio che all'inizio potrebbe non aver dato i suoi frutti, ma che col tempo ci ha condotto nello stadio di eFootball PES 2020, di certo il punto più alto della filosofia ludica dell'azienda giapponese.
    Sotto certi aspetti, l'ultimo capitolo è dunque un ritorno alle origini. Non tanto sul fronte ludico, di cui rappresenta ovviamente un'evoluzione poderosa, quanto sul piano concettuale: è un titolo che riesce a mettere d'accordo un gran numero di appassionati, al di là delle bandiere, come dovrebbe fare il vero calcio. È un modo come un altro per re-innamorarsi di questo sport in formato virtuale, per riscoprire la piacevolezza di un gameplay rifinito fin nel minimo dettaglio. Dal mio punto di vista, eFootball PES 2020 incarna il "nuovo Winning Eleven 10": un episodio che segna il vertice della sua epoca, che è il prodotto di un perfezionamento progressivo, capace di catturare tutto il meglio dalle iterazioni che lo hanno preceduto.

    È insomma un Pro Evolution Soccer che riesce a spiccare, a ritrovare un consenso collettivo come ormai non avveniva da anni. Ed in questi giorni, parlando con colleghi, amici ed estimatori, sto riscoprendo e conoscendo sia una vecchia che una nuova generazione di "pessari". Forse con eFootball PES 2020 Konami ha davvero messo in campo i suoi "Perfetti 11".

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