Photo Mode: la prova di un cambiamento generazionale

Radici ed evoluzione del Photo Mode, uno dei più interessanti fenomeni "virali" dell'attuale panorama videoludico...

speciale Photo Mode: la prova di un cambiamento generazionale
Articolo a cura di

Anche i più giovani tra i nati nel secolo scorso ricorderanno con un misto di malinconia e ilarità le diatribe tra giocatori pc e console. In una generazione ancora pesantemente basata sul valore delle esclusive, i pc gamer ribattevano all'importanza dei titoli di punta delle varie hardware house con i numerosissimi pregi tecnici e grafici messi a disposizione delle macchine più performanti. Nel marasma di quegli scontri violenti e spesso ridicoli tra appassionati e tifosi, c'era un elemento che non veniva mai considerato, ma che per molti si è dimostrato assolutamente determinante: la possibilità di scattare un'istantanea delle nostre avventure, e renderla un piccolo ricordo dell'esperienza vissuta con quel gioco, in quel mondo. Evidentemente, al di là dello scontro ideologico tra pc e console, che come sempre lascia il tempo che trova, lo screen appariva un elemento così rilevante e particolare da aver spinto Sony, all'inizio di quest'ultima generazione, a creare un sistema all'interno della sua console principale che permettesse di scattare istantanee dei momenti più esaltanti, ma soprattutto di condividerli sui nostri profili social, oramai vere e proprie realtà digitali parallele a quelle fisiche della vita quotidiana. Da quel momento in poi, l'intero settore è stato inondato da richieste della community sull'aggiunta di modalità fotografiche particolarmente ricche, e anche le altre hardware house sono corse ai ripari, inserendo il prima possibile tasti di cattura per video e immagini. Con quest'idea, l'azienda giapponese perseguiva e raggiungeva due risultati: da un lato, sfruttava la viralità dei social senza dover passare dall'intermediario, che sia Facebook o Twitter, spesso decisamente oneroso; dall'altro, instaurava nei modi di consumo del videogioco una nuova pratica, più vicina alla fotografia di quanto non lo siano mai stati gli altri mezzi di comunicazione, sfruttando al massimo la natura architettonica e la logica spaziale con cui vengono creati i mondi interattivi.

Uno scatto è per sempre

Innanzitutto, prima di analizzare le cause di questo successo, bisogna sottolineare che le piattaforme PC godevano già da tempo di questo servizio, ma che ne hanno visto un'impennata qualitativa anche grazie all'arrivo di questa moda su console, a partire dall'immensa quantità di modalità foto aggiunte specificamente dalle case produttrici, fino ad arrivare alla creazione di Big Picture.

Detto questo, gli elementi cardine dietro il successo di quest'aggiunta tra i servizi offerti dal mondo console sono numerosi. In primis, è evidente che senza la possibilità di rendere queste immagini parte attiva del nostro racconto social, il valore e l'apprezzamento della photo mode non avrebbero avuto questa diffusione: la condivisione del trofeo ottenuto con fatica o dello spezzone video particolarmente divertente servono a creare discussione su qualcosa che ci è piaciuto, e a stimolare l'apprezzamento o l'interesse degli amici giocatori. Non si pensi però che solo l'elemento social possa descrivere il valore aggiunto di questa modalità: dopo così tanti anni dal lancio della nuova generazione, sarà probabilmente capitato a chiunque di noi di ritornare con malinconia sulle nostre collezioni di memorie, come un album fotografico in cui racchiudere le immagini dei nostri viaggi e delle nostre amicizie. Il video della prima Volta di Vetro con quelli che da semplici conoscenti sarebbero divenuti amici di sempre, l'ultimo frame di quel gioco di ruolo che ci ha catturato per ore e ore, quella splendida partita di cui abbiamo immortalato le statistiche finali, o quel momento in cui siamo riusciti a fregare il gioco aggirandone le regole. Indipendentemente dalla viralità e dalla diffusione sui social, la possibilità di scolpire digitalmente le nostre memorie dei momenti videoludici ci spinge a relazionarci diversamente ai mondi di gioco.

Radici di un fenomeno

Perché ciò accade? Sebbene si sia spesso cercato di accostare il videogioco al mondo cinematografico, e nonostante numerosi casi di forti parallelismi tra letteratura e medium interattivi, la natura stessa del mezzo videoludico lo rende incredibilmente vicino, per la definizione degli spazi e l'importanza delle regole di base, all'architettura.

Data l'evoluzione avuta nei mezzi di interazione col videogioco, che spesso si sono declinati sulla base di cosa possiamo fare con e all'interno di determinati spazi predefiniti, gli elementi del world design e del level design sono diventati assolutamente predominanti nella costruzione delle esperienze videoludiche, e fenomeni come il successo duraturo e costante di opere come i Souls o gli open world, o il ritorno della filosofia immersive sim con Prey e Breath of the Wild, lo confermano. Sotto la spessa coltre costituita dalla narrativa, che sia sotto forma di lore, di cinematiche o di testo scritto, ciò che caratterizza il videogioco moderno è la sua capacità di far muovere, con un sistema di regole decisamente complesso ma preciso, il giocatore all'interno dei suoi spazi. Gli architetti dei mondi videoludici, esaltati da queste possibilità, hanno da sempre arricchito queste realtà digitali e spaziali con dettagli, informazioni, descrizioni e narrazioni atipiche, figlie di un rapporto stretto e complesso tra lo sforzo logico del giocatore e la messa in scena architettonica e fisica del designer: "vedi quel piccolo appiglio lì in alto? C'è una macchia di sangue nella parte verticale: controlla se ci sono impronte verso il basso, potresti trovare un cadavere, o un essere moribondo!". Con questa logica, e stimolate dal rinnovato approccio delle community videoludiche con i mondi di gioco (basti pensare al successo della lore dei Souls, ma soprattutto all'esplosione di esperienze interattive in prima persona del mercato indipendente), le compagnie videoludiche hanno messo a disposizione del giocatore uno strumento che li rende non solo partecipanti attivi, ma testimoni, tra la storiografia e la cronaca, di eventi, luoghi e ricordi che potrebbero essere capitati solo a loro.

Perché sì, lo screen di una particolare scena di Uncharted o Halo lo avremo fatto tutti, ma chi mai poteva prevedere di trovarsi di fronte a un'opera come No Man's Sky, in cui senza lo screen di ogni nuova creatura e conformazione rischiamo di perdere la memoria di quei luoghi? O si pensi alla messa in scena del sistema fisico dell'ultimo Zelda, che spesso generava azioni ed eventi decisamente particolari e difficili da prevedere, come ampiamente dimostrato dalla continua diffusione di video tra il comico e l'informativo nei mesi successivi alla pubblicazione dell'esclusiva Nintendo.

Per alcuni è ironico che a rendere così rilevante e stabile nel settore un elemento tanto interattivo per i giocatori sia stata Sony, erroneamente considerata la fautrice di un approccio più cinematografico e passivo al videogioco. In realtà, la grande rivoluzione apportata da Sony quando entrò nel mondo videoludico fu quella di concepire i luoghi delle nostre interazioni non come gioco, ma come esperienza. In tal senso, è logico individuare nell'aggiunta della modalità fotografica non solo un utile ed efficace mezzo di pubblicità e diffusione via social, ma anche un ulteriore passo in avanti verso la definitiva parificazione tra autore e giocatore, in cui la macchina fotografica non rappresenta solo uno strumento nelle mani del direttore della fotografia, ma anzi aumenta lo spettro dei mezzi a disposizione dell'interattore per arricchire la sua esperienza.