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Playing Hard: la nascita di For Honor in un documentario su Netflix

Il film di Simon Chartier disponibile su Netflix ci racconta le vicende produttive ed umane che hanno portato allo sviluppo di For Honor...

speciale Playing Hard: la nascita di For Honor in un documentario su Netflix
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Come si realizza un videogioco? Come si può trasformare un'idea in una grande esperienza tripla A? Sebbene ne conosca le fasi più importanti, neanche la stampa può descrivere la gestazione di un simile prodotto nel dettaglio, per motivi più che ovvi. In altre parole, gli unici ad avere le carte in regola per farlo sono gli addetti ai lavori, i quali - tra speranze, sfide e tribolazioni - vivono ogni istante dello sviluppo di un gioco, tuffandosi anima e corpo nella sua creazione. Playing Hard, il documentario scritto e diretto da Jean Simon Chartier, è nato dalla voglia di raccontare il processo che ha dato vita a For Honor, illustrandone i momenti salienti nel modo più trasparente possibile.

    Il regista non ha solo confezionato un ottimo prodotto di divulgazione - da ora disponibile su Netflix - ma ha anche lasciato il giusto spazio alla dimensione umana dell'opera, narrando il tutto dal punto di vista di coloro senza i quali l'action multiplayer di Ubisoft non avrebbe mai visto la luce. Con dei simili presupposti, sarebbe stato a dir poco delittuoso non cogliere quest'occasione: ecco perché ci siamo fiondati a vedere il film e ora siamo qui a parlarvene.

    Il progetto Hero: una storia di uomini

    Lontano dal desiderio di rubare spazio ai veri protagonisti della storia, Chartier li ha accompagnati in un viaggio durato più di quattro anni, giungendo a "vivere" le vite di Jason VandenBerghe, Stéphane Cardin e Luc Duchaine, rispettivamente il creative director, il producer e il responsabile marketing di For Honor.

    A fronte di alcuni disguidi nelle fasi conclusive dello sviluppo, ha potuto seguirli anche all'interno degli studi di Montreal, assicurandosi di catturare i momenti più intimi e stressanti del ciclo produttivo. Al contrario di quanto ci si possa aspettare, Ubisoft ha quindi spezzato una lancia a favore della trasparenza, scegliendo di non intervenire in alcun modo sul montaggio del documentario.

    Tornando a noi, prima ancora degli obiettivi professionali, il trio creativo era animato da specifiche mire personali, radicate in anni di permanenza all'interno dell'industria. Chartier - e lo diciamo senza timore di smentita - è riuscito a esporre le sfide individuali che hanno dovuto affrontare, in bilico tra le esigenze creative e il bisogno di trovare un compromesso per rispettare le scadenze.
    Playing Hard ha inizio con una serie di inquadrature volte a descrivere la vestizione di Jason, un momento sacro della sua giornata.

    I dettagli sulla collezione di anelli e i campi lunghi dedicati alle passeggiate del creativo ce lo presentano meglio di mille parole. È un tipo particolare il signor VandenBerghe: ha bisogno di avvertire la pressione per riuscire a creare ma allo stesso tempo si sente a proprio agio solo con sua moglie, pilastro della sua esistenza e appiglio nei momenti più difficili. A dispetto di una fragilità ben evidente, Jason sa quand'è il momento di utilizzare il pugno duro, necessario talvolta a ottenere i risultati sperati.

    Durante il primo incontro con Cardin, rigorosamente filmato da Chartier, assistiamo a tutto il suo entusiasmo mentre presenta la sua idea con occhi sognanti, raccontando il mondo che aveva in mente con passione ed energia. Simulando i rumori della battaglia, quasi come posseduto, lo vediamo convincere il direttivo di Ubi Montreal, promettendo che il suo gioco sarebbe stato diverso da qualunque altro.

    Presentatoci volutamente come se stesse recitando una stand up comedy, Stéphane Cardin illustra al team il progetto su cui avrebbe dovuto lavorare, motivandolo come solo un esperto producer avrebbe fatto: "ci dicono che fallire è normale ma quando ti ci ritrovi dentro, beh non è divertente." In pratica, l'arrivo di Hero - nome in codice di For Honor - costituiva una seconda occasione per il francese, in cerca di rivalsa dopo aver chiuso un'importante produzione. Grazie a un carattere gioviale ed estroverso, Cardin è in grado di mascherare molto bene lo stress, in modo da supportare la propria squadra quando necessario. A chiudere il cerchio troviamo Luc Duchaine, che in Hero vede un'occasione da non lasciarsi sfuggire. Prima di For Honor, infatti, il nostro ansioso eroe non aveva mai diretto il marketing di nuove IP, avendo ricevuto incarichi legati a marchi già esistenti. In soldoni, Duchaine ha supervisionato la realizzazione del logo e dei trailer del gioco, curando le presentazioni al pubblico con precisione e meticolosità.
    Già dal modo in cui sono stati introdotti i protagonisti - mettendone in luce le personalità - sapevamo che avremmo visto una piccola perla, e in effetti così è stato.

    Merito anche di un montaggio piuttosto lineare ma ben cadenzato, ci è stata raccontata una storia intima e toccante, capace di sfociare nel privato senza mai cadere nella becera invadenza: vedere Cardin che accompagna le sue bimbe mentre queste gli suggeriscono idee per un nuovo (costosissimo) videogioco è stata una delle tante scene indimenticabili, al pari della silenziosa lotta di Duchain con lo stress e le sue apnee notturne.

    Non abbiamo alcuna intenzione di rovinarvi le sorprese o di smorzare il pathos di alcuni frangenti, perciò non proseguiremo oltre ma sappiate che Playing Hard sa colpire duro, esponendo un lato poco felice della game industry.

    Uno sguardo da dietro le quinte

    Playing Hard non si fa problemi a spingere sull'acceleratore quando si tratta dei protagonisti e del loro vissuto. Allo stesso modo, il prodotto di Chartier non nasconde il proprio intento divulgativo, mostrando le fasi che hanno caratterizzato lo sviluppo di For Honor. Dai primi prototipi dell'Arte della Guerra, il rivoluzionario combat system basato sulla parte rettiliana del cervello, fino alle riunioni con il team, il documentarista ci ha fornito uno spaccato completo della creazione di un titolo tripla A.

    Ciò che stava più a cuore al creative director era riuscire a catturare il vero feeling della battaglia durante le fasi di mocap: questa non era solo una necessità artistica di VandenBerghe - da sempre appassionato di poemi cavallereschi - ma anche un modo per dimostrare la bontà del progetto alla direzione. Durante l'inverno del 2014, proprio i membri dei piani alti furono coinvolti nei primi deathmatch di prova, restando piacevolmente impressionati a ogni partita.

    Tra duro lavoro ma anche gioia e risate, il legame tra gli sviluppatori è andato rafforzandosi di giorno in giorno, fino a giungere al fatidico appuntamento di Los Angeles nel 2016. Anche stavolta l'occhio di Chartier ha saputo catturare tutta l'ansia e la tensione di quei momenti, che - di fatto - rappresentavano l'ultimo vero test prima delle battute finali.

    Non importa quanto si possa essere fiduciosi del proprio progetto: il palco dell'E3 riuscirebbe a terrorizzare anche l'artista più navigato. Con una posizione defilata, la telecamera inquadra un VandenBerghe nervoso, intento a provare il proprio epico discorso dinanzi a una platea vuota, conscio che presto avrebbe dovuto affrontare una marea di sguardi incuriositi. Finita la kermesse losangelina, Duchain, VandenBerghe e Cardin hanno incontrato gli sviluppatori per aggiornarli sui primi responsi del pubblico: For Honor aveva stupito tutti, entrando nelle liste dei giochi più attesi dell'anno. Senza dilungarci oltre, l'anima da documentario di Playing Hard è ben tangibile, tra filmati di repertorio, digressioni tecniche e materiale pubblicitario originale. Ciò che ci ha colpito più d'ogni altra cosa è il ritmo incalzante del prodotto, capace di mostrare in egual misura la crescita delle aspettative del pubblico e l'incremento dello stress degli sviluppatori, impegnati a traghettare For Honor verso l'agognata fase Gold.

    For Honor Playing Hard è un’opera dalla doppia anima: da un lato si concede grande attenzione alla sfera umana, dall’altro si guarda con curiosità ai processi che portano alla nascita di una nuova IP. Chartier ha confezionato un prodotto a tratti unico nel suo genere, che qualsiasi appassionato del nostro mondo dovrebbe visionare. Giocare duro non appartiene solo a chi siede comodamente sulla poltrona, ma è anche uno status mentale di chi i giochi li crea, un fardello da portare pesantemente sulle proprie spalle. Dopo aver assistito alle tribolazioni di VandenBerghe e compagni, sfideremmo chiunque a formulare ancora una volta giudizi fin troppo facili, specialmente dinanzi a produzioni tanto onerose, sia in termini monetari che di risorse umane.

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