PlayStation e gli indie: c'è qualcosa di sbagliato nella strategia di Sony?

Il report di Bloomberg sul rapporto tra Sony e la scena indipendente ci offre una buona occasione per analizzare nel dettaglio la strategia di PlayStation

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Un recente report di Bloomberg a firma di Jason Schreier ha riacceso il dibattito sulla bontà delle strategie di Sony e, più nello specifico, sulla condotta del colosso giapponese per quel che riguarda il suo rapporto con il panorama indipendente. Le informazioni raccolte e diffuse da Schreier - il più celebre giornalista investigativo della gaming industry - delineano una gamma piuttosto ampia di problemi, che spaziano dall'inefficienza dei canali di comunicazione tra la compagnia e gli sviluppatori a una serie di dinamiche interne che, in maniera più o meno diretta, andrebbero a interferire con il successo commerciale delle produzioni indie. Dal canto nostro, l'articolo di Bloomberg ci offre un ottimo pretesto per analizzare l'attuale strategia di Sony per il mercato indipendente, anche in relazione agli altri attori dell'industria.

Il difficile rapporto tra Sony e la scena indipendente

La proverbiale "pietra dello scandalo" è stato il tweet pubblicato lo scorso 30 giugno dal co-fondatore di Neon Doctrine Iain Garner, che ha parlato di quanto sia difficile anche solo arrivare a pubblicare un titolo sulle piattaforme di PlayStation, a causa di un sistema di valutazione che lo sviluppatore descrive come involuto e inefficace, ulteriormente rallentato da una burocrazia aziendale fin troppo nebulosa.

A sostegno delle posizioni di Garner c'è anche la testimonianza di Matthew White, CEO dell'etichetta Whitehorn Digital, che nell'articolo spiega come a volte per ottenere risposte da Sony sia necessario attendere periodi di tempo sorprendentemente lunghi, anche nel caso di domande molto semplici. Stando alle impressioni di White, il team incaricato dei rapporti con l'industria indipendente avrebbe inoltre problemi di organico, con numeri inadatti a far fronte alla mole di richieste in arrivo dai vari team. Tra le note dolenti riportate da Garner ci sono poi le rigide linee guida di Sony per quel che riguarda la gestione della scontistica: gli sviluppatori non avrebbero infatti alcun controllo diretto sul lancio delle offerte, apparentemente subordinato a un invito diretto da parte dell'amministrazione (a fronte di un numero di inviti "molto limitato"). Nel suo sfogo su Twitter, a tutti gli effetti il cardine del report di Bloomberg, Garner ha inoltre criticato aspramente il supporto offerto da Sony sul versante promozionale: per lo sviluppatore l'unico modo di guadagnare visibilità sul PlayStation Store sarebbe quello di pagare a Sony la bellezza di 25.000 dollari per un posto tra i giochi "in vetrina".

In buona sostanza, le informazioni riportate da Schreier nel suo pezzo gettano una lunga ombra sulle politiche di Sony per quel che riguarda la scena indie, che troverebbe in altri lidi (Microsoft, Nintendo e - a diversi livelli - le piattaforme dell'ecosistema PC) una "casa" ben più accogliente per i propri titoli. Come intuibile, questi intoppi avrebbero conseguenze piuttosto rilevanti sulle vendite dei prodotti in questione, apparentemente in contrasto con i numeri di un colosso che nel corso degli anni è riuscito a colonizzare una fetta maggioritaria del mercato console.

Per dare una migliore definizione a questo "apparentemente", urge fare una fredda digressione su quelle che sono le priorità di un'azienda del calibro di Sony, che come molte altre nei più svariati settori resta una realtà guidata dalla volontà di ottimizzare i guadagni in relazione alle caratteristiche del suo target commerciale, facendo il possibile per costruire strategie a breve, medio e lungo termine in grado di sostenere un percorso di crescita costante.

Jason Schreirer, ex giornalista di Kotaku

Oggi Jason Schreier lavora per Bloomberg

A prescindere dalla fondatezza del report di Bloomberg, infatti, è chiaro che la compagnia identifica nei grandi titoli "tripla A" il suo principale asset economico, cosa che il CEO Kenichiro Yoshida aveva espresso piuttosto chiaramente a più di un anno dall'esordio di PS5. La dichiarazione di Yoshida, che al tempo fece un discreto scalpore, di fatto ribadì la rotta tracciata in passato da altri dirigenti della compagnia, Jim Ryan incluso. D'altronde già nel 2018 il presidente di NIS America Takuro Yamashita aveva mosso qualche critica all'attenzione dedicata da Sony alle realtà più piccole dell'industria, salvo poi scusarsi per aver gettato erroneamente discredito sulla società.

Questione di priorità

Di nuovo, indipendentemente dall'attendibilità di queste affermazioni, è innegabile che Sony riconosca nei grandi "blockbuster" la sua priorità numero uno, e per ragioni facilmente comprensibili: in linea di massima questi titoli generano più profitti, soddisfano le esigenze di una fetta più abbondante della community e, in barba alle critiche, danno ottimi risultati in termini di fidelizzazione.

Per tutte queste ragioni, è del tutto possibile che nel tempo l'azienda abbia mancato di destinare le giuste risorse al potenziamento dei dipartimenti incaricati di interfacciarsi e promuovere i progetti indipendenti, non riuscendo così ad assecondare nel migliore dei modi la crescita esponenziale di questa porzione dell'industria. Al di là delle legittime scelte dirigenziali di Sony, le testimonianze sui sistemi di scontistica e promozione dei giochi su PlayStation Store fanno ragionevolmente storcere il naso, specialmente in relazione alla presunta flessibilità della concorrenza. Per tornare alla "freddezza" delle logiche corporative, è però chiaro che nell'attuale congiuntura sia Microsoft che Nintendo hanno ragioni assolutamente valide per offrire un migliore sostegno alla scena indie. Nella cornice dell'ecosistema allargato di Xbox, i giochi indipendenti sono ovviamente un buon investimento, specialmente considerando come il Game Pass sia attualmente il vero cavallo di battaglia della divisione: a fronte di costi d'impresa tutto sommato ridotti (se paragonati a quelli per i tripla A), Microsoft può accrescere il valore alla sua offerta, alimentare l'engagement e persino ridurre un po' il peso delle carenze sul versante first party, ovviamente accostando questi prodotti ad aggiunte ben più reboanti.

In questo senso, il programma ID@Xbox rappresenta una realtà tanto funzionale quanto virtuosa, pensata per offrire ai team più piccoli una "struttura di supporto" che incentivi l'approdo dei loro giochi sulle piattaforme di Redmond. I limiti e le peculiarità di Switch l'hanno invece resa una "indie machine" praticamente perfetta, permettendo a Nintendo di controbilanciare - più o meno efficacemente - le lacune sul versante third party e le latenze della produzione interna, sempre in relazione alle prerogative della sua base installata.

Al netto di questi ragionamenti, sarebbe comunque sbagliato dire che Sony ha perso interesse nella produzione indipendente, e titoli come Solar Ash, Little Devil Inside e Kena: Bridge of Spirits ne sono una prova lampante (a proposito, qui la nostra video anteprima su Kena Bridge of Spirits). Più che altro, pare chiaro che la linea della compagnia sia quella di fare una selezione ponderata in base al potenziale e alle probabilità di successo dei vari progetti, dedicando di conseguenza meno risorse e attenzioni alle restanti proposte.

Proposte che, in assenza di editori con buone possibilità di spesa o rapporti consolidati con Sony, farebbero dunque fatica ad emergere tra le maglie di un iter di certificazione chiaramente difficoltoso. Titoli come F.I.S.T. o Tribes of Midgard hanno ad esempio alle spalle publisher del calibro di Bilibili (sostanzialmente lo YouTube cinese) e Gearbox, mentre è improbabile che prodotti come Lake (di Whitehorn Digital) riescano ad ottenere i medesimi riscontri.

Applicando ancora una volta un certo pragmatismo a questa visione, risulta difficile considerare "sbagliata" la strategia di PlayStation, poiché il successo - economico e di pubblico - della compagnia al momento ne conferma l'efficacia. Non è però detto che le cose non possano cambiare in futuro.

Stiamo infatti assistendo a un periodo particolarmente interessante per quel che riguarda l'evoluzione del mercato videoludico: complice l'aumento dei tempi di gestazione dei colossi dell'industria, la scena indie sta progressivamente guadagnando visibilità e considerazione da parte della platea, anche al di fuori dello zoccolo duro dei frequentatori abituali di questa porzione dell'industria. Non parliamo certo di una rivoluzione, anche perché la fetta più ampia del pubblico resta focalizzata sulle grandi produzioni, ma possiamo comunque tracciare un trend che in futuro potrebbe segnare cambiamenti più significativi nella "gaming culture" e, di conseguenza, sulle dinamiche del mercato.

Si tratta ovviamente di un percorso lungo, accidentato e tutt'altro che lineare, ma è possibile che con le sue politiche Sony stia peccando in termini di lungimiranza, almeno su questo fronte. Va da che si tratta di prospettive tutte da verificare, ma di sicuro non ci piacerebbe vedere la compagnia giocare troppo "sul sicuro", arrivando a rinunciare a quella vena sperimentale che sin dagli albori ha reso l'ecosistema di PlayStation uno dei più ricchi e variegati dell'industria.