PlayStation che succede: è peggiorata la comunicazione in casa Sony?

Il pubblico rischia di trovarsi spiazzato di fronte ad alcuni scelte comunicative di PlayStation adottate negli ultimi anni.

PlayStation che succede: è peggiorata la comunicazione in casa Sony?
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"Non vende sogni, ma solide realtà". In molti ricorderanno la frase di un noto spot, che citiamo perché troviamo sia perfettamente calzante col tema preso in esame: le soluzioni comunicative di casa Sony. Durante la generazione PS4, in un costante susseguirsi di appuntamenti col pubblico, PlayStation è andata un po' in antitesi con le parole in apertura: ci ha abituato a vivere di sogni, con presentazioni in pompa magna e trailer spettacolari dedicati a prodotti che, molto spesso, sono arrivati nelle nostre console soltanto anni più tardi.

Li ricordiamo bene i leciti dubbi di chi diceva "si bello il gameplay, ma quando esce il gioco?", eppure troviamo che quel modo di fare comunicazione fosse centrato, specie considerando il tipo di esperienze realizzate dai PlayStation Studios. Prima di sottolineare il valore di quegli show, vogliamo soffermarci brevemente sugli odierni metodi con cui Sony si interfaccia con l'utenza.

La comunicazione oggi

Il colosso nipponico ha un po' rivisto al ribasso la centralità degli appuntamenti come gli Showcase. Per i suoi annunci infatti la compagnia si affida spesso anche al PlayStation Blog, un canale di diffusione utilizzato con modalità che a volte lasciano un po' perplessi. Per fare qualche esempio recente, il nuovo modello di PS5 non è stato svelato a un evento, ma con colonne di testo e tabelle proprio sul blog.

La partenza dello streaming cloud per le produzioni PlayStation 5 è stata comunicata allo stesso modo, e c'è di più. Nel mese di giugno il post per annunciare i titoli in arrivo sul catalogo di PS Plus Extra e Premium era incompleto, ed è stato affiancato da un secondo avviso sul profilo X di PlayStation UK, che ha pubblicato la lista giochi definitiva. Che siano legati a PSVR2 o ad altre periferiche, questi annunci "improvvisi" e a volte frammentari hanno comunque dalla loro la grande forza del brand PlayStation, che spinge stampa e content creator a diffonderli ovunque e il più velocemente possibile.

Insomma, in un modo o nell'altro le informazioni chiave arrivano forti e chiare agli utenti, a prescindere dal modo in cui vengono veicolate. Quando parliamo dei giochi però, ecco che anche la maniera in cui li si introduce e racconta al pubblico assume un valore da non sottovalutare. Facciamo un passo indietro, sino all'evento Future of Gaming del 2020, con la sua sequela di trailer di peso e la presentazione di PlayStation 5.

Demon's Souls PS5

Horizon Forbidden West

Secondo il parere di chi scrive, si è trattato di una delle ultime dimostrazioni di forza di Sony per ritmo, numero e rilievo delle produzioni al centro dello show. È sulla base di quell'ora e dieci minuti che, nei mesi successivi, in moltissimi si sono spesi così tanto per accaparrarsi una PS5, certi di ciò che avrebbero potuto provare una volta montata la console, e delle sorprese che il futuro avrebbe riservato loro. Pensare all'ultimo grande evento di Sony - lo Showcase dello scorso maggio - porta a comprendere quanto la situazione sia cambiata.

Tra i tanti prodotti delle terze parti e i trailer insipidi dedicati ai suoi Game as a Service, il colosso non è riuscito a entusiasmarci come un tempo, dimostrando peraltro di non essersene accorto. Ricordiamo tutti i commenti entusiastici del CEO di PlayStation sull'evento, arrivati proprio nel momento in cui l'utenza stava esprimendo in rete il suo disappunto. Ci troviamo alla fine del 2023 e stiamo per affacciarci al nuovo anno con ben poche certezze in merito alla proposta first party di Sony.

Complici i tanti intoppi verificatisi di recente, lo sviluppo dei GaaS è avvolto nel mistero e per quanto concerne Marvel's Wolverine nulla di concreto è stato ancora mostrato. Oltre alle produzioni esclusive slegate dai PlayStation Studios come Final Fantasy VII Rebirth e DS2 di Hideo Kojima - che potrebbe farsi vedere agli imminenti Game Awards - il futuro delle esperienze fruibili solo su PlayStation appare ad oggi piuttosto nebuloso (qui lo speciale su Death Stranding 2). Trovandoci in questa fase, è difficile non pensare a quell'epoca d'oro comunicativa rappresentata dalla generazione PS4, in cui prima delle solide realtà ci venivano venduti dei sogni, come stiamo per vedere.

Spettacolo e garanzie

Prima dell'avvento degli State of Play, quando le conferenze E3 e le PlayStation Experience infervoravano i cuori dei fan, gli appuntamenti coi giochi Sony si basavano su spettacolo, sorprese e grandi promesse. Si trattava degli ingredienti perfetti per instillare nell'utenza il seme di uno stato d'animo perfettamente esprimibile in inglese: l'excitement. Siccome gli esempi mirati valgono più di mille parole, cominciamo subito con l'E3 2016, quando il colosso del gaming ha presentato al mondo il filone norreno di God of War.

L'introduzione orchestrale diretta da Bear McCreary, l'uscita del "nuovo" Kratos dalla penombra, le reazioni del pubblico in sala e dinanzi agli schermi delle case, in tutto il globo: il fenomeno God of War è cominciato lì e non al debutto dell'acclamata produzione due anni più tardi o alla sua incoronazione a GOTY. È iniziato insomma quando il gioco vero e proprio era ben lungi dall'essere terminato, e non è mica finita. Paris Games Week, 2017. Dopo aver lavorato per un decennio alla serie Infamous, Sucker Punch torna a sorpresa sotto ai riflettori per mostrare un trailer di gameplay di Ghost of Tsushima. Anche in questo caso la gestazione dell'avventura di Jin Sakai era tutt'altro che completa, eppure il filmato ha dato modo ai giocatori di saggiare le ambizioni del team di PlayStation, che con quel progetto appariva ben lontano dalla sua zona di comfort. Senza tirare in ballo le produzioni di Naughty Dog, lo Spider-Man di Insomniac, Sony Bend e il suo Days Gone o la scommessa di Guerrilla Games con Horizon Zero Dawn, c'è un altro caso che riteniamo sia emblematico pur se non connesso a un team first party: il debutto di Death Stranding all'E3 del 2016.

Muovendosi spaesato su quella spiaggia che sapeva di morte, Norman Reedus era il grande protagonista di un trailer dall'atmosfera incredibile, legato però a un progetto ai primordi, che infatti è stato portato a compimento più di tre anni dopo. Ma quindi, ci si potrebbe chiedere, cosa c'era di così virtuoso in quell'approccio? Ebbene, a proporci quelle demo erano collettivi di comprovata esperienza, con alle spalle uno storico spesso importante e costellato di successi. Non parliamo insomma di quando un team alle prime armi ci presenta un video realizzato con tecnologie all'ultimo grido, ma con alle spalle una visione dall'efficacia tutta da dimostrare o uno sviluppo che in segreto sta procedendo in maniera più o meno claudicante.

Non stiamo sostenendo che sia giusto dare come per buono un titolo in sviluppo sulla base di un video di gameplay, eppure - progetto dopo progetto - questo tipo di comunicazione di Sony ha aumentato la fiducia che i giocatori erano disposti a concedere ai team interni, e non solo: ha permesso al pubblico di avere sempre un'idea su cosa aspettarsi dai successivi anni su PlayStation, e oggi francamente è difficile poter dire lo stesso. In altre parole, secondo chi vi scrive la Sony odierna dovrebbe ritrovare un po' quella voglia di osare di qualche anno fa e tornare un po' a far "sognare" la propria utenza. A questo punto la parola passa a voi, quale è la vostra opinione sulla questione? Ditecelo nei commenti.