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Quando i giocatori si trovano in balìa della giustizia: i casi Vasilii e Likkrit

L'esport è ancora un terreno inesplorato. Mancano le regole e, quando ci sono, sembrano sin troppo discrezionali...

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Giovanni Calgaro Giovanni Calgaro è avvocato per sbaglio, ma tuttologo per passione, cresciuto a pane e videogiochi sin dalla più tenera età. Allevato da un commodore 64 non ha mai smesso di stupirsi per l'immensità della forma d'arte videoludica, tanto da sentire molto presto il bisogno di sfruttare l'amore per la scrittura per raccontare, far conoscere ai più e condividere questa meravigliosa passione. Potete sempre trovarlo su Facebook e Twitter, sempre che non sia in qualche aula di tribunale.

"La giustizia è come un treno che è quasi sempre in ritardo". Potremo aggiungere una postilla alla celebre frase del poeta russo Evgenij Evtusenko: quando questa arriva, però, sa colpire duro. Nel mondo videoludico, quello per così dire "tradizionale", il rispetto delle regole si è sempre tradotto (almeno, per noi utenti) nella necessità di non commettere atti illeciti in quanto puniti dal Codice Penale. Pensiamo, giusto per fare qualche esempio, alla violazione del Copyright e dei diritti di licenza, oppure alla distribuzione di copie non autorizzate di software e così via.
Nessuno ci ha mai puniti per aver sfruttato qualche cheat per accumulare risorse in Age of Empires o in Warcraft 3. Abbiamo anche visto però che, con l'imponente crescita del movimento videoludico competitivo, sono sorte una serie di problematiche ovviamente mai considerate sino a questo momento. Il concetto di "giustizia", quindi, in questo settore diventa improvvisamente permeabile, malleabile, iniziando lentamente a sgretolarsi perdendo certezza.
Succede sempre così quando ci si addentra in un terreno inesplorato in cui mancano regole certe e, soprattutto, in cui risulta del tutto assente il principio della certezza della pena. In queste ultime settimane, in effetti, si sono verificati molti episodi di ban e sospensioni di giocatori "violenti", scorretti o semplicemente imbroglioni, come vedremo in seguito. Forse noi ci facciamo più caso, rispetto al recente passato; forse l'espansione del movimento porta inevitabilmente a un aumento proporzionale dell'illegalità. Quando iniziano a girare montagne di soldi, si sa, una deriva del genere può facilmente verificarsi.
Degli scandali scommesse ne abbiamo già parlato in un articolo precedente, che vi invitiamo a leggere. Con questo, invece, cerchiamo di gettare uno sguardo sugli altri incidenti di percorso in cui possono incorrere i giocatori. I veri quesiti da porsi, però, non ineriscono direttamente le condotte di questi ultimi, bensì devono essere cercati a monte. Chi applica le regole e, soprattutto, chi le scrive? Insomma, per citare una celebre frase: "chi controlla i controllori"? E chi sono?

La discrezionalità regna sovrana

Dei rischi che corre il movimento ne abbiamo parlato ampiamente qualche tempo fa, in occasione dello storico incontro tenutosi in seno al Parlamento Europeo. Durante un intervento di importanza cruciale, l'avvocato spagnolo Joaquín Muñoz ha ribadito la necessita di agire al più presto per dare una regolamentazione all'intero settore. Questo, ovviamente, rappresenta il modo migliore per iniziare a dar dignità e garanzie a un mondo che probabilmente non si muoverà nella pura illegalità, ma che si trova comunque in un "brodo primordiale" ancora in piena formazione. Dunque, in quanto tale, permeabile a infiltrazioni che ne possono intorbidire l'ambiente. In questo momento, le regole del gioco, i formati permessi e la stessa organizzazione degli eventi rimangono in mano a publisher e sviluppatori, i quali possono cambiarle anche in modo sostanziale senza incorrere in alcuna sanzione. Piccoli ritocchi che hanno potenzialmente un impatto devastante sul meta di gioco, stravolgendo completamente l'equilibrio e le prestazioni, favorendo (o rendendo le cose difficili) a giocatori e team.

Pensate al recentissimo torneo Gamergy di Clash Royale tenutosi a Madrid. In quell'occasione, gli organizzatori dell'evento iberico hanno applicato il regolamento in maniera, per così dire, "originale" e secondo il gusto del momento, ribaltando addirittura il risultato di una finale (che metteva in palio non solo un titolo ma anche dei bei soldoni).
Il movimento, in poche parole, si trova ancora in balia degli eventi e non esiste - almeno, non ancora - un organismo di giustizia sportiva super partes che possa dirimere le controversie che potrebbero nascere. A pensarci bene, le software house, gli organizzatori di eventi, i publisher e persino le stesse squadre professionistiche (ricordate il caso di account sharing che ha visto coinvolti due giocatori degli Shanghai Dragons?) godono di una discrezionalità pressoché totale sugli atleti i quali, al momento, si ritrovano comunque privi di mezzi di difesa idonei. La Esports Integrity Coalition (che, lo ricordiamo, è un'organizzazione no profit inglese fondata con il preciso scopo di vigilare sulla correttezza e l'integrità degli eventi e-sportivi) sta provando a educare gli stakeholder del settore, ma la strada appare assai lunga e ricca di ostacoli.

Mio il gioco, mie le regole

Se lo consideriamo con un occhio superficiale, il concetto - che solitamente viene utilizzato da ragazzini permalosi - può anche apparire "giusto". Lo sviluppatore di un titolo, in effetti, detta (è proprio il caso di dirlo) le regole del gioco che egli stesso produce (o distribuisce). E tutti coloro che vogliono parteciparvi devono sottostare al regolamento ufficiale, altrimenti vengono comminate le canoniche sanzioni. Fino a qui, tutto bene. La domanda, però, sorge spontanea: quando è che una sanzione si considera giusta e proporzionata al misfatto commesso? La sanzione deve essere proporzionata alla gravità del fatto addebitato, tenendo conto di tutte le circostanze di fatto, soggettive ed oggettive, che hanno caratterizzato la condotta contestata. La sanzione, però, non deve essere eccessiva, ovvero non deve cagionare un danno a chi l'ha commessa. In che modo è possibile capirlo? E soprattutto, a chi ci si deve rivolgere in caso di contestazioni e reclami?

Non esistendo un TAS specifico per l'esport, il giocatore colpito dalla sanzione (o la squadra, ad esempio) a chi si deve rivolgere per fare le dovute contestazioni? Al momento, la domanda non può ricevere che una risposta scontata. I vari stakeholder si ritrovano a essere, al tempo stesso, legislatori e giudici. Le pene continuano a esser avvolte dall'incertezza e appesantite dalla discrezionalità più totale. Inoltre, nel caso in cui vengano commesse irregolarità durante le dirette streaming, quale autorità deve intervenire?

I casi League of Legends: Vasilii e Likkrit

Prendete il caso - forse un po' estremo - Vasilii. Il ragazzo, forse lo ricorderete, durante una diretta ha dato in escandescenze gettando tutto all'aria e minacciando la propria fidanzata. In questo caso è ovviamente intervenuta la polizia a sedare l'animoso cinese, ma è il provvedimento di Riot Games che fa riflettere (non entriamo nel merito della vicenda sotto il profilo penale). Venti mesi di sospensione per il giocatore, comminati secondo il GPI (Global Penalty Index) indice proprietario della stessa Riot. Il problema è che un giocatore "beccato" a truccare una partita viene, invece, bannato a vita dalle competizioni. Sembra una regolamentazione un po' sbilanciata. Ad ogni modo, con quei venti mesi di sospensione, Riot si è comunque assicurata la completa distruzione della carriera di Vasilii, il quale ora è considerato alla stregua di un paria dalla community. La sua fama lo precederà sempre. La stigmatizzazione sociale non gli permetterà di tornare a giocare e nemmeno di firmare con qualunque altra squadra. Inoltre, quando scadrà la squalifica lui avrà venticinque anni. Troppo vecchio per tornare ai massimi livelli. Il problema della discrezionalità, insomma, si è avvertito più forte che mai.

Anche il caso Kirill "Likkrit" Malofeyev solleva diversi dubbi. Il giocatore russo, nel corso di una diretta su Twitch, ha gettato discredito su Riot Games esprimendo anche la propria opinione politica (piuttosto offensiva) verso la CSI (la comunità di stati indipendenti che racchiude le ex repubbliche sovietiche). In questo caso, Riot ha comminato a Likkrit sei mesi di squalifica. Riot punisce anche il reato d'opinione, oppure si è limitata a considerare gli elementi che la riguardavano direttamente? Anche in questo caso, Likkrit non ha potuto difendersi e contestare la decisione presa dallo sviluppatore. Il giocatore di League of Legends (ormai ex, dato il ritiro annunciato poco dopo la sanzione) ha solo potuto fornire le proprie ragioni e "giustificarsi" in occasione di interviste, nei forum o su Reddit, Queste, di certo, non possono rivestire il ruolo di sedi istituzionali in cui poter dirimere le controversie.
Questi sono solo due casi - i più recenti - ma potremmo elencarne molti altri. Questi episodi ci fanno capire che permangono ancora molteplici carenze strutturali e, soprattutto, che manca (quasi) del tutto un contemperamento di interessi che dovrebbe bilanciare diritti e doveri delle parti in gioco.