Rainbow Six Siege: passato, presente e futuro di un successo non annunciato

Nel corso degli anni lo shooter tattico targato Ubisoft ha cambiato volto: merito del supporto costante e dell'esport, motore del cambiamento.

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  • La storia di Rainbow Six Siege non è iniziata con il miglior incipit, come sappiamo bene. Solamente pochi mesi dopo il lancio, i numeri riportavano una situazione desolante: il computo dei giocatori si attestava su una curva di attività abbastanza bassa e il futuro del titolo pareva tutto fuorché roseo.
    Inciampi tecnici, sbilanciamento eccessivo dei primi operatori, mancanza di una vera e propria modalità storia (sì, era il 2015 e già si dibatteva sulla necessità di avere un single player in un tripla A), distruttibilità ambientale tutt'altro che eccelsa, server altalenanti e poca varietà. Tutto quello che era stato mostrato in precedenza nel corso delle varie fiere di settore, pareva andato in fumo, perso nella nebbia delle promesse e dell'hype.

    Da quel lontanissimo dicembre del 2015 (sembra passato un intero secolo!) di acqua sotto ai ponti ne è passata un bel po', tanto che lo shooter tattico made by Ubisoft ora è uno dei titoli più apprezzati nel panorama degli FPS. Come è cominciata la faticosa risalita dalla china scivolosa che rischiava di inghiottirlo e come è arrivato a festeggiare addirittura il suo quarto anno in pompa magna? Tutto ha inizio nelle settimane immediatamente successive al lancio e fa quasi impressione analizzare il percorso fatto da Rainbow Six Siege sino a questo momento.

    Ciò che fu...

    Dopo le iniziali difficoltà, il team di sviluppo ha iniziato a lavorare sodo per limare i difetti più evidenti attraverso diverse patch correttive, cercando di stabilizzare l'esperienza di gioco in vista della release del primo DLC che avrebbe aggiunto nuovi operatori e una nuova mappa. Operazione Black Ice, che portò i canadesi Frost e Buck, inaugurò quella "release routine" che continua ancora oggi e che ha visto arricchire lo shooter Ubisoft con una pletora di nuovi operatori (da venti siamo arrivati a quarantasei, equamente ripartiti in attaccanti e difensori) e mappe sempre più dettagliate e complesse.

    L'impegno dei ragazzi di Montreal, però, non si fermò a pochi fix e all'aggiunta di contenuti inediti. Il team iniziò a trattare il titolo con la filosofia del "game as a service", lavorando alacremente per il continuo miglioramento dell'esperienza di gioco e prestando attenzione alla voce della community. Tra una stagione e l'altra, infatti, l'anno di Rainbow Six Siege veniva intervallato dai rinforzi di metà stagione, atti ad apportare grossi cambiamenti a operatori, gameplay e loadout, che poté essere ampliato e personalizzato. Claymore e granate a impatto, ad esempio, vennero introdotte proprio in corso d'opera e ora sono tra i gadget più sfruttati dai giocatori.

    Tutto sommato, il titolo nel primo anno migliorò sensibilmente e la community iniziò a far quadrato attorno a un prodotto che si stava via via plasmando e sedimentando. Non contenti, i developer stravolsero la roadmap canonica annunciando la cosiddetta "Operazione Health". Non ci sarebbe stato alcun nuovo operatore, bensì un periodo di intensa ristrutturazione, comprensivo dell'introduzione dei server di test, teso ad alleggerire lo sviluppo da una miriade di mini patch e, soprattutto, gettare le basi per la crescita successiva. Un'espansione che è avvenuta anche, anzi, principalmente sotto il profilo del gaming competitivo, senza il quale, probabilmente, oggi non esisterebbe Rainbow Six Siege così come lo conosciamo. Il titolo, ovviamente, fonda la sua stessa essenza nello scontro tra giocatori e Ubisoft, nonostante tutti i pareri pessimisti (i peggiori davano la cancellazione del supporto in un anno), ha puntato fortemente sulla nascita di una scena competitiva dedicata. Via le mappe (Casa, Plane e Favela) e le modalità meno popolari (come Ostaggio), l'attenzione dei developer è andata a concentrarsi sullo studio e sulla creazione di mappe dal design sempre più complesso e tattico.

    Gli ultimi anni, il presente

    Alla fine del secondo Anno Rainbow Six Siege poteva esser considerato un titolo ben lontano dai claudicanti esordi. La scelta di scommettere sulla scena competitiva ha iniziato a dare i propri frutti. L'esport ha attirato nuovi giocatori, ha spinto i vecchi a tornare e ha aumentato la visibilità del gioco in tutto il mondo. La stessa necessità di dover mantenere il titolo bilanciato e aggiornato per assolvere agli alti standard competitivi ha spronato il team a procedere allo sviluppo in maniera ancora più minuziosa e attenta rispetto al passato. Con l'inizio del terzo Anno, ad esempio, sono spariti i rinforzi di metà stagione ed è stato dato il via a una razionalizzazione del map pool esistente. La cancellazione dei rinforzi di metà stagione deriva dal fatto che si è rivelato un sistema di aggiornamento troppo complesso per la Pro League, mancando il tempo ai professionisti per prepararsi alle modifiche del meta e riuscire a padroneggiare tutti i cambiamenti da un mese all'altro.


    A prima vista le esigenze di pochi sembrano aver avuto la meglio sull'esperienza di tutti. Questo, però, ha fatto bene al titolo che ha continuato a crescere senza sosta raccogliendo il consenso di un sempre più nutrito numero di appassionati. Dai venticinque milioni, infatti, Rainbow Six Siege è passato ai trenta dell'aprile 2018 sino a toccare quota quarantacinque milioni lo scorso febbraio, poco prima del Six Invitational di Montreal.

    Il continuo supporto, però, non è andato appannaggio dei soli pro player. Basti pensare al primo evento co-op del titolo: Outbreak, che ha permesso anche ai meno competitivi di "rilassarsi" con uno scenario PvE a base di zombie. Inoltre, rendendosi conto della crescente eterogeneità della propria community e della necessità di non lasciare indietro nessuno (rischio concreto, visto il tecnicismo del titolo e l'aumento esponenziale degli operatori e dei DLC), Ubisoft ha attuato una politica commerciale "scalabile".

    In questo senso, l'anno scorso il titolo si è moltiplicato in una serie di edizioni per tutte le tasche: da quella dedicata al solo gioco base sino a quella comprensiva di tutti i DLC usciti sino a fine 2018. A partire da quest'anno, invece, è stata adottata una soluzione in game, abbassando proporzionalmente il prezzo dei singoli operatori a seconda della loro anzianità di servizio. In questo modo anche i giocatori meno assidui possono sbloccare nuovi operatori con maggior facilità sfruttando la Fama guadagnata.

    Inoltre, per mitigare il più possibile la barriera all'ingresso, che potrebbe scoraggiare molti giocatori dal provare a cimentarsi con Rainbow Six Siege, è stata introdotta un nuova playlist entry level: "Newcomer", così da favorire l'ingresso e l'ambientamento dei "nuovi arrivati" ed evitare che questi ultimi vadano a scontrarsi con un'utenza più esperta e poco incline al perdono. Questa suddivisione, nelle intenzioni del team, consentirà ai novizi di prendere confidenza con le meccaniche di gioco assieme a giocatori con un grado di esperienza molto vicino al loro.

    L'importanza dell'esport, il futuro

    Abbiamo menzionato la fondamentale importanza rivestita dall'esport per la crescita di Rainbow Six Siege. La popolarità del titolo, su Twitch, ha ricevuto un incremento non indifferente rispetto al 2017. Nel corso del 2018 infatti sono state 87,56 milioni le ore che gli appassionati hanno trascorso sulla piattaforma di streaming. Un numero più che raddoppiato in confronto ai dodici mesi precedenti (circa 40 milioni di ore). Dagli esordi, l'ecosistema competitivo dello shooter tattico, dunque, è cambiato molto. Esso si è evoluto in un sistema che, secondo le intenzioni di Ubisoft, dovrebbe sostenersi con le proprie gambe e foraggiare le formazioni che partecipano al circuito Pro League. L'anno scorso, ad esempio, il formato (valevole anche quest'anno) è stato rivoluzionato ed è passato attraverso una capillare razionalizzazione. Ci sono stati due eventi major, il titolo ha avuto una massiccia presenza ai Dreamhack, senza contare la Pro League, e ha avuto nuovi eventi su base regionale (come l'evento europeo che abbiamo visto al Milan Games Week di ottobre).

    Oltre a tutto questo, Ubisoft ha dato il via a un programma di "revenue share" per condividere i proventi derivanti dalla vendita di oggetti in game con le formazioni partecipanti al circuito Pro League e aumentare il prize pool degli eventi un po' come già accade in altre realtà. L'iniziativa ha avuto un successo talmente imponente che non solo le squadre hanno potuto godere dei relativi guadagni ma addirittura il prize pool dell'Invitational di Montreal è aumentato sino a due milioni di Dollari. Non solo: l'eccedenza sarà utilizzata per sovvenzionare gli altri eventi della stagione competitiva. Il prossimo? A Milano, a Maggio, come già sappiamo. Per la prima volta, infatti, l'Italia ospiterà un evento internazionale: le finali stagionali della Pro League. Sarà di sicuro una splendida vetrina per il nostro paese e - speriamo - possa esser anche un buon auspicio per la crescita dell'esport nel nostro Paese che, non lo dimentichiamo, potrà contare anche su un campionato tutto nuovo, organizzato da PG Esports. I prossimi appuntamenti, oltre all'evento di Milano, saranno l'Invitational di metà stagione negli Stati Uniti e l'altra finale di Pro League nel Sud Est Asiatico.

    Il futuro, quello non competitivo

    Per chi, invece, non fosse interessato all'esport? Beh, il team di sviluppo sembra aver pensato anche a questo. Come ci avevano anticipato in Canada, infatti, l'Anno di Rainbow Six Siege verrà scandito da eventi a tempo limitato, per intrattenere i giocatori con nuove modalità e contenuti esclusivi. Uno, l'onirico Rainbow is Magic, l'abbiamo visto proprio la scorsa settimana ed è stato esteso sino al 15 Aprile, a furor di popolo. Oltre a questo, ovviamente, arriveranno i rework per gli operatori più sbilanciati e le canoniche stagioni con operatori inediti. I prossimi due pare siano già stati scovati: un operatore danese che sarà un attaccante e potrà contare su un'abilità d'occultamento simile a quella di Caveira. Il secondo, quello americano, dovrebbe essere un difensore e - pare - sarà immune ai debuff di flashbang e smoke.
    Con l'obbiettivo di migliorare sempre più l'esperienza di gioco per tutti, poi, il team ha anche studiato il cosiddetto "Reverse Friendly Fire", ovvero una delle più interessanti novità di quest'anno. Il nuovo sistema andrà a detrimento dei giocatori che si divertono a rovinare l'esperienza di gioco degli altri.

    Il Reverse Friendly Fire funzionerà così: quando si sparerà a un alleato o all'ostaggio, un messaggio di avvertimento apparirà sullo schermo del giocatore macchiatosi del reato. Lo stesso accadrà se un giocatore usa il gadget dell'operatore per ferire un compagno di squadra. In questo caso il danno verrà riflesso sul gadget stesso.
    Di carne sul fuoco, insomma, ce n'è davvero in abbondanza e, guardando a quel lontano 2015, i passi compiuti da Rainbow Six Siege paiono enormi.

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