Red Dead Redemption 2: la colonna sonora del West

Nel capolavoro Rockstar, la soundtrack non è un semplice corredo musicale, ma parte integrante della sceneggiatura...

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  • La musica è un narratore che agisce di nascosto, che si insinua tra le pieghe del racconto quasi senza essere notato. Molto spesso, mentre ci lasciamo trasportare dalle cinematiche, dai dialoghi o dalla spettacolarizzazione della messa in scena, ci dimentichiamo di prestare adeguatamente orecchio a tutto quel tappeto sonoro che contribuisce ad acuire l'impatto di una sequenza: amalgamandosi amabilmente con il corredo visivo, la soundtrack - in molte opere di un certo spessore artistico - svolge un ruolo di importanza fondamentale per veicolare una storia e permetterle così di esprimersi al pieno delle sue potenzialità comunicative. Nel settore videoludico, ad esempio, la colonna sonora è parte integrante ed inscindibile della narrazione di gioielli come Hellblade: Senua's Sacrifice e NieR: Automata, due titoli che fanno del sound design uno strumento indispensabile per toccare le corde dell'emotività sensoriale.

    Allo stesso modo, Red Dead Redemption 2 è un altro dei casi più emblematici in cui la penna degli autori e quella dei musicisti si fondono in un'armonia totalizzante, come se la sceneggiatura e la soundtrack fossero state scritte sul medesimo spartito. L'uso che il capolavoro Rockstar fa della sonorità è talmente ricercato da divenire a tutti gli effetti un'estensione della trama: non solo scandisce con assoluta precisione ogni singolo evento in cui ci imbatteremo, dosando i toni e lo stile a seconda delle situazioni, ma "racconta" tramite il testo delle canzoni la parabola rabbiosa, avventurosa e struggente degli ultimi giorni della frontiera e dei suoi antieroi.

    Attenzione: il secondo paragrafo di questo articolo contiene spoiler sulla trama di Red Dead Redemption 2

    Un mondo e le sue note

    Il mondo di Red Dead Redemption 2 si esprime in due lingue diverse: da una parte veniamo avvolti da rigorosi silenzi, immersi nel sommesso canto della natura, tra lunghe cavalcate nelle quali si ode solo lo scalpitare dei pezzati, l'ululato del vento e le fronde che tremano al nostro passaggio; dall'altra inizia ad emergere una partitura musicale modellata alla perfezione sul contesto in cui ci troviamo ad operare, in grado di adattarsi in base alle emozioni che intende suscitare.

    L'utilizzo dei rumori ambientali, che danno "voce" alla solitudine dell'Ovest, è una scelta di sound design che non si limita semplicemente a rimuovere la musica, bensì fa parlare la natura, una delle indiscusse protagoniste di Red Dead Redemption 2: che sia il vociare di un ruscello, il ringhiare delle bestie o il ruggito di un tuono, l'ambientazione ci comunica la sua presenza ancora incontaminata, lasciandoci nell'illusione di vivere in un'epoca sconfinata e selvaggia. Ma poi ad un tratto, mentre cavalchiamo lungo praterie sterminate, è facile captare lo stantuffo di qualche treno, il clangore metallico delle rotaie, il colpo sordo di un proiettile che fende l'aria.

    Nel mescolare questi due tipi di suoni, Rockstar ci ricorda che la modernità ed il progresso stanno iniziando ad estendere il loro dominio sulle terre vergini del vecchio West: un'ambivalenza che in termini sonori viene tradotta con un contrasto tanto potente quanto suggestivo. Quando inseguiamo un "iron horse" in sella al nostro cavallo, lo scalpitio degli zoccoli si confonde con quello delle ruote che sferzano la terra: in quel frangente il vecchio ed il nuovo galoppano in perfetta simbiosi, senza che nessuno riesca a prevalere sull'altro.

    Allo stesso modo, la quiete delle lande e delle paludi, puntellata di tanto in tanto solo dal verso di qualche animale o dal singhiozzo della natura, fa da contraltare al vociare delle cittadine, piccole o grandi che siano, dai sozzi saloon di Valentine fino alle strade opulente di Saint Denis, passando per il degrado di Rhodes. Red Dead Redemption 2 rappresenta l'incontro tra due mondi ed altrettanti periodi temporali che si affiancano e si scontrano tra di loro: una battaglia la cui forza, oltre che grazie alla sceneggiatura, è trasmessa al giocatore attraverso i suoni dell'ambiente circostante.

    In più occasioni, inoltre, è proprio la musica a "parlarci" più di quanto faccia lo script: nell'universo di Rockstar si annidano segreti, misteri ed easter egg che ci vengono indicati con piccoli suggerimenti sonori. Si prenda ad esempio a quest secondaria del Serial Killer: le tracce degli omicidi sono disseminate lungo la mappa, e quando ci avvicineremo ad un luogo d'interesse, utile alle nostre indagini, ecco che il macabro ritrovamento verrà accompagnato da un corredo musicale stridente ed inquietante, volto a farci comprendere immediatamente la minaccia a cui andremo incontro, e le sensazioni di raccapriccio che stiamo per provare.

    Lo stesso avviene, ed in misura ancora maggiore, nel corso delle attività principali: in questi casi la soundtrack si innesta nel flusso dei dialoghi con una naturalezza invidiabile, pronta a cambiare rapidamente registro a seconda dello svolgimento previsto dal gioco e dall'andatura dello script. Quanto detto è evidente in quasi tutte le missioni, ma specialmente in quella che vede l'intera banda recarsi alla magione della famiglia Braithwaite per la resa dei conti dopo aver subito un torto imperdonabile.

    Nella cavalcata che ci porterà alla villa, mentre la sublime regia mette in risalto le fisionomie dei membri della gang, con ovvi rimandi al Mucchio Selvaggio di Peckinpah, la musica muta tono diverse volte: prima i tamburi battenti che avvolgono la lunga galoppata, rigonfi di carica tribale; poi, quando si scende della sella davanti ai cancelli, mentre i criminali sono intenti ad organizzare l'avanzata, il pur rapido momento di pacatezza viene sottolineato dal lirismo, con alcuni epici vocalismi.

    Ed infine, mentre infuria la sparatoria, accelera anche la colonna sonora, che si fa più incalzante e dinamica. Mai come in questa missione, insomma, si percepisce apertamente la lezione di un maestro come Morricone, e l'influenza della cinematografia western d'alta scuola.

    Il canto dell'Ovest (Attenzione Spoiler)

    In Red Dead Redemption 2, lo ribadiamo, la musica "ci parla". Accanto ad un corredo unicamente strumentale, trova spazio anche una serie di canzoni i cui testi completano, arricchiscono e chiarificano il senso della scena nella quale sono stati inseriti. L'importanza delle parole di alcuni brani è tale che, nelle fasi iniziali del gioco, Rockstar ha saggiamente deciso di aggiungere solamente la base musicale, priva della parte "cantata", in modo tale da non anticipare al giocatore ciò a cui andrà incontro.

    Per spiegare al meglio quello che intendiamo, ci è utilissima la splendida canzone "See the fire in your eyes", che viene suonata sia nelle prime battute, sia nelle sequenze conclusive. Nel primo caso, durante la migrazione dalle montagne innevate fino alle praterie nei pressi di Valentine, tutto ciò che sentiamo è la dolcezza delle note, con qualche lieve vocalismo che acuisce il senso di epicità. Ma alla fine dell'esperienza, il tappeto sonoro è rafforzato dalla presenza delle lyrics, che irrompono nelle orecchie dell'utente dopo numerose ore di gioco. Si crea dunque un circolo che chiude un'epopea, un rimando squisitamente musicale, supportato da un testo che suggella un'avventura indimenticabile.

    "The day is done/the time has come/You battled hard/The war is won/You did your worst/You tried your best/Now it's time to rest" (Il giorno è finito/ il tempo è giunto/ hai combattuto duramente/ la guerra è vinta/ Hai fatto del tuo peggio/ hai provato a fare del tuo meglio/ora è tempo di riposare): non è per nulla difficile individuare in simili parole il riassunto in formato canoro della strepitosa redenzione di Arthur Morgan, un uomo che - dopo una dura lotta contro se stesso e le sue inclinazioni - ha infine trovato il riposo del corpo e (forse) dell'anima.

    Essenziale per il tessuto narrativo di Red Dead Redemption 2 è anche " That's the way it is": una ballata intrisa di rassegnazione e tristezza, che segue l'ultimo cammino di Arthur verso l'accampamento dove avrebbe regolato i conti con Dutch e Micah, dopo il salvataggio di Abigail. Una musica che muta il suo ritmo anche a seconda del grado di moralità raggiunto. Estremamente significativo questo passaggio: "The many miles we walked/The many things we learned/The building of a shrine/Only just to burn" (Le numerose miglia che abbiamo percorso/le numerose cose che abbiamo imparato/la costruzione di un altare/soltanto per poi bruciare).

    È il sottofondo perfetto per la cavalcata finale al termine di un lunghissimo viaggio, che pur tanto gli ha insegnato: il tutto in compagnia della sua gang, il sacro altare della sua esistenza, di cui Van Der Linde, con il suo verbo, ne è stato sacerdote, amato e rispettato. Almeno finché non ha iniziato a bruciare, a sgretolarsi dinanzi alle menzogne ed alla paura. Ma in fondo, è così che va (That's the way it is) la vita. E quella di Arthur è destinata a spezzarsi: la scena che lo vede ansimante e morente, sul picco di una montagna, è tra le più suggestive dell'intero medium videoludico, ammantata da una potenza emozionale fuori da ogni parametro conosciuto.

    Ed il merito spetta, ovviamente, anche al brano che ne culla il sonno eterno: "Unshaken". Se l'onore sarà alto, infatti, Arthur spirerà sereno davanti ad un sole che sorge, quello di un nuovo mondo: il respiro che esala, pesante e lieve al contempo, si inserisce nella melodia con una delicatezza inenarrabile, come se fosse un contrappunto alla partitura. "May I stand unshaken/Amid, amidst a crashing world?" (Potrei mai rimanere imperturbato, in mezzo ad un mondo che crolla?): parole, immagini e simboli concorrono a creare una sequenza praticamente perfetta, dove tutto trova il suo compimento.

    Assistiamo pertanto alla fine di un'era ("il mondo che crolla"), all'alba dell'avvenire e della modernità, di fronte alla quale Morgan chiude gli occhi, ultimo retaggio di un'epoca al tramonto. Il sussurro ultimo del protagonista è lo stesso della natura di cui vi abbiamo parlato nel paragrafo precedente: "The pines, they often whisper/They whisper what no tongue can tell" (I pini spesso sussurrano/essi sussurrano ciò che nessuna lingua può proferire). È un mondo crudele, quello che Arthur ha appena salutato, e quello che John si prepara a vivere con la speranza di un futuro migliore. È una terra che illude, che inganna, seduce e poi abbandona. La canzone "Cruel World" ne racchiude in pieno l'essenza.

    Posto durante i titoli di coda, quando Marston torna a casa da Abigail e tutto sembra avere un lieto fine, un simile pezzo ha un che di beffardo: i toni leggeri, che ibridano allegria e lieve tristezza, paiono fornire un pizzico di finta serenità. Il testo ci racconta di un uomo che "va avanti", che cerca di affrancarsi dal "mondo crudele" che lo ha ingabbiato, proprio come vorrebbe fare John. "Desert roads, desert plains/I have seen so much pain/Now I see into the eyes of a girl/No more, no more, cruel world" (Strade deserte, pianure desolate/Ho visto così tanto dolore/Ora negli occhi di una fanciulla non vedo più nessun mondo crudele).

    Peccato solo che sia un'illusione momentanea, e che tutto quel dolore lasciato alle spalle tornerà presto a soffocare i progetti per una vita diversa. Che gli occhi di cui si parla nel brano siano quelli di Abigail, nei quali il pistolero si tuffa, pur senza saper nuotare, per guardare verso il domani? In fondo, dinanzi al suo sguardo di diamante, chi mai potrebbe "restare imperturbato?"

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