Red Dead Revolver: il vecchio West di Rockstar prima di Red Dead Redemption 2

Prima dell'avventura di John Marston e di quella di Arthur Morgan ci sono state le disavventure di Red Harlow, nel primo Western di Rockstar...

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  • Ps2
  • Xbox
  • Se Clint Eastwood aveva soltanto due espressioni, una con il cappello ed una senza cappello, il nostro Red Harlow ne possiede una sola, visto che il cappello non se lo toglie mai. Chiaramente ispirato, nei tratti somatici, al "biondo" della trilogia del dollaro leoniana, il protagonista di Red Dead Revolver è il volto iconico dello Spaghetti Western videoludico. Prima che Rockstar Games ampliasse i suoi orizzonti, espandendo i confini della frontiera al di là dello sguardo con Red Dead Redemption, nella lista dei "most wanted" del 2004 campeggiava il manifesto di questo action-shooter in terza persona, dall'andamento lineare e ben ritmato, che digitalizzava con una certa atmosfera l'immaginario del Vecchio Ovest.
    A differenza di quanto compiuto dal suo successore spirituale, che centrifugava in un'unica produzione tutte le suggestioni del western cinematografico, Red Dead Revolver si concentrava principalmente su un'estetica di stampo "italiano", figlia della ruvidezza di Corbucci e del lirismo di Sergio Leone. Dimenticando le immense distese della Monument Valley, l'opera di Rockstar San Diego, giocabile al giorno d'oggi tramite una riedizione in HD su PlayStation 4, segue i sentieri lerci e terrosi dell'Andalusia, tra il sudore, la sporcizia e la polvere da sparo, dove il tramonto ha il colore del sangue, e le labbra delle donne un agrodolce retrogusto di whisky. Ed ora che, come un miraggio lontano, Red Dead Redemption 2 si avvicina a galoppo sempre più veloce, a noi è tornata la febbre del West, con le sue sparatorie allo scoccare del mezzogiorno, i suoi spietati banditi, ed il suo violento romanticismo. È per questo che, allo scopo di dissetare la nostra gola riarsa dall'attesa, abbiamo rispolverato il pad per avventurarci nel breve ma intenso cammino di vendetta di Red Harlow. È il 1885 quando il nostro pistolero fa cantare la canna del suo revolver: un'epoca in cui il crepuscolo della frontiera ancora non si intravede.

    Una pistola per Red

    Sulla vita del burbero protagonista grava l'ombra di un lutto familiare. Suo padre, reduce da una fortunata spedizione sul Monte Orso, ha trovato un lunghissimo filone d'oro: avrebbe dovuto essere la fine dei guai per la famiglia Harlow, ed invece è stato solo l'inizio della tragedia. Il colonnello Daren, con a seguito un manipolo di brutti ceffi, attacca - per motivi inizialmente ignoti - la casa del giovane Red, che assiste disperato alla morte dei genitori. L'incipit di Red Dead Revolver prende il via nel 1876, quando la corsa all'oro aveva già cominciato a dare i suoi frutti, ma si sviluppa ben 9 anni dopo, nel cuore pulsante del Far West. In questo scenario, Red è un cacciatore di taglie di poche parole. Lascia che sia la sua pistola a parlare per lui. Logorato dal desiderio di rivalsa, il nostro pistolero dallo sguardo truce si trascina alle spalle una scia di morte: ogni testa che cade gli frutta qualche dollaro in più con cui campare un altro giorno. Non ha niente di epico la sua figura: lontana dall'iconografia di un maestro come John Ford, il gringo di Rockstar è più un antieroe à la Corbucci. Al pari del suo Django, palesemente citato all'interno del gioco, Red - da adulto - entra in scena a piedi e non a cavallo, tra le mosche e le sterpaglie. Prima di poter ottenere la sua vendetta contro i mandanti dell'omicidio del padre, il protagonista verserà litri di piombo, annientando ogni genere di feccia, da semplici criminali, farabutti senza né arte né parte, fino ad interi eserciti governativi. Mentre in Red Dead Redemption abbiamo indossato gli speroni di un ex fuorilegge, e nell'imminente secondo capitolo impersoneremo un membro della banda di Dutch Van Der Linde, osservando quindi i paesaggi dell'Ovest con gli occhi di un bandito, in Red Dead Revolver opereremo a metà strada tra la legalità e la criminalità: in quanto bounty hunter, a regolare la bilancia della giustizia - per noi - è unicamente il tintinnante suono del denaro. Senza inscenare la medesima vastità introdotta nel successivo episodio della serie, Rockstar abbandona la libertà di un open world come GTA III (uscito ben tre anni prima) e sceglie un approccio più lineare, diretto, asciutto.

    Red Dead Revolver prosegue su percorsi ben guidati, in cui ogni livello ci chiederà di bucherellare orde di malviventi per intascare la taglia ed acquistare così nuove armi con cui adempiere il nostro mestiere. Al termine di ogni quadro, d'altronde, avremo l'opportunità di selezionare l'armamentario da portare con noi, un arsenale decisamente vasto che racchiude in sé vari tipi di pistole, carabine, coltelli e dinamite. Ogni strumento è utile per dare inizio ad una festa al massacro, nella quale si danza al ritmo delle pallottole. Il primo western di Rockstar è tutto all'insegna dell'azione sfrenata, senza tempi morti, senza pause troppo diluite né lunghe e poetiche cavalcate incontro al tramonto.

    Lo studio statunitense propone una visione del mito della frontiera priva delle sfumature monumentali dell'ottica americana, e si affaccia - invece - sulla dimensione brutale e animalesca della reinterpretazione italiana. In circa quattro/cinque ore di gioco, Red Dead Revolver riassume gli stilemi dello Spaghetti Western, permettendoci anche di prendere il controllo, durante l'avventura, di altri membri del cast, partendo da un elegante pistolero inglese dotato di un certo savoir faire, fino ad un pellerossa armato di arco, con un intermezzo dedicato ad Annie Stoakes, ardimentosa cowgirl che - alla lontana - ricorda la Bonnie McFarlane di Red Dead Redemption. Grazie anche alla presenza di vari protagonisti, il titolo cavalca lungo le praterie della varietà ludica, proponendo una serie di situazioni abbastanza diversificate, tra sparatorie su un treno in corsa e scontri a fuoco nelle miniere. Durante la frenesia delle pistolettate, sarà possibile tirare momentaneamente il fiato con l'Occhio di Lince, il progenitore del Dead Eye di John Marston, tramite il quale rallentare il tempo e mirare al cranio dei bersagli. E in una ricostruzione del Far West e dei suoi stilemi, non poteva certo mancare una delle sue colonne portanti, ossia i duelli uno contro uno: sono momenti carichi di tensione, proprio come quelli delle pellicole a cui si ispira, nei quali conta la rapidità, la precisione, il sangue freddo. Occorrerà mirare, prima che scada il tempo, ai punti vitali dell'avversario, per poi prodigarsi in una delle iconiche sventagliate tipiche dei pistoleri. Benché l'andamento dell'esperienza sia incline alla violenza ed al dinamismo, Red Dead Revolver si concede anche alcuni minuti di rilassatezza, dandoci la facoltà di muoverci liberamente tra le aride stradine di un insediamento cittadino, dalle dimensioni piuttosto ridotte, che funge da hub centrale nel quale girovagare con tranquillità prima di passare al capitolo successivo della storia. Potremo entrare nei saloon, negli empori, nell'armeria, e fermarci a dialogare rapidamente con i passanti per un rapidissimo scambio di battute: un'interazione, quella con gli abitanti, che verrà ampliata enormemente in Red Dead Redemption 2.

    Il Western di ieri

    Red Dead Revolver, in alcuni frangenti, si tinge di grottesco: le maschere di cui è popolato il cast sono raffigurazioni estremizzate dei caratteristi ammirati in tanti spaghetti western di serie B. Nell'opera di Rockstar c'è l'Ovest inteso ora come incarnazione dell'anarchia, ora come spettacolo farsesco. La cinematografia tricolore ha ispirato ogni pixel della produzione: l'aspetto di Red, l'immagine sporcata dalla grana simile a quelle delle pellicole di quarant'anni fa, la rappresentazione delle cittadine come ghost town con più bare che cittadini sono tutti elementi ricorrenti nei film di tanti registi nostrani.

    E nelle musiche, inoltre, si avverte l'eco delle note di Morricone, che crea un tappeto sonoro di straordinaria intensità cinefila. Quello di Red Dead Revolver è il West dell'epoca d'oro, di banditi e pionieri, prima che la "modernità" la cancellasse. È il periodo di cui hanno nostalgia Dutch ed i suoi compañeros, è l'età "mitica" che è stata spazzata via in Red Dead Redemption, ed è quella che si avvia verso la conclusione in RDR 2. Per allestire questo set digitale, dove predominavano gli istinti primitivi e selvaggi, Rockstar sceglie il guizzo del western nostrano, fatto di iperviolenza, ruvidezza, ferocia. Una soluzione artistica che, invece, nei capitoli seguenti viene alleggerita dall'introduzione di un tocco più epico e malinconico, sempre brutale, certo, ma anche un po' triste, perfetto per simboleggiare la fine di un'era e l'avvento di una nuova. E sarà attraverso lo sguardo di Arthur Morgan che vivremo questa fase di transizione, con un occhio rivolto al passato ed un altro al futuro. Sempre in groppa ad un cavallo, inseguendo l'orizzonte.

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