I remake dei videogiochi sono inutili? No, ma occhio a non abusarne

Da qualche anno ormai la moda delle riedizioni ha preso decisamente piede tra i grandi publisher: ma è necessariamente un male?

I remake dei videogiochi sono inutili? No, ma occhio a non abusarne
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Negli ultimi si parla sempre di più - alternativamente - dei meriti e dei rischi della nuova "età dell'oro" dei remake, un trend produttivo che a cavallo tra la scorsa generazione e l'attuale ha preso sempre di più piede, da una parte riportando sugli scaffali titoli di indubbio valore e dall'altra generando qualche preoccupazione circa la stagnazione creativa dell'industria. Partendo da queste premesse, abbiamo deciso di spendere qualche parola sul fenomeno in questione, proprio a partire dal concetto stesso di remake.

Le regole del remake

Per quanto i rifacimenti videoludici abbiano negli anni adottato definizioni più o meno effimere, generando talvolta una certa confusione tra le maglie dell'utenza, il concetto di remake non è di per sé particolarmente opinabile o complesso. Si tratta di un'operazione tesa a produrre una nuova versione di un dato titolo, opportunamente rielaborato per accordarsi con le caratteristiche di un hardware più moderno e con le attuali esigenze del pubblico.

Pur mantenendo legami più o meno solidi con alcuni aspetti fondamentali della proposta originale (storia, influenze artistiche, fondamenta ludiche), un remake potrebbe divergere anche in maniera consistente dal suo precursore, sempre in relazione a quelli che sono gli standard dell'industria al momento del suo approdo sugli scaffali. A questo proposito, è chiaro come uno dei tasselli fondamentali dell'offerta sia sempre la realizzazione ex novo di un comparto tecnico coerente con le ambizioni del titolo, e di nuovo conforme alle norme del panorama di mercato.

Questa prassi rappresenta di fatto la più basilare differenza che intercorre tra un remake e una rimasterizzazione, che in linea di massima si limita a migliorare - in diversi modi - gli asset preesistenti portando avanti un lavoro fondamentalmente conservativo. Come anticipato in apertura, è possibile che alcuni progetti aderiscano in maniera più o meno ortodossa ai concetti di remake o remaster, ma quelle appena delineate restano comunque le linee guida per distinguere i due approcci.

Marvel's Spider-Man Remastered

Il porting di Red Dead Redemption

Per amor di completezza, ci sentiamo di collocare nello spettro compreso tra rifacimenti e rimasterizzazioni anche i porting, ovvero opere di adattamento portate avanti con l'obiettivo di rendere un titolo fruibile su una diversa piattaforma (contemporanea o meno). Va da sé che, in base alle differenze tra una macchina da gioco e l'altra, la gamma degli interventi può essere anche molto significativa, come nel caso della Wii Edition di Resident Evil 4 con il suo pieno supporto ai controlli gestuali.

Il popolarissimo gioco di Capcom ha successivamente originato sia un remaster in HD, uscita nel 2011 su Xbox 360 e PlayStation 3, sia il recente e apprezzatissimo remake approdato su PC e console dell'attuale generazione (qui la recensione di Resident Evil 4 Remake). La distanza siderale tra i titoli in questione rende quantomai lampante il tipo di lavoro che c'è dietro un modello produttivo e l'altro, dato che un remake è a tutti gli effetti un "nuovo gioco". Sì, i costi di sviluppo sono tendenzialmente inferiori rispetto a quelli imposti dalla realizzazione di un capitolo del tutto inedito, ma in molti casi il divario non è poi così ampio, anche in relazione a quelli che sono i tempi di gestazione.

Un trend remunerativo

Definiti caratteri di un remake, cerchiamo di capire quali sono le logiche alla base di questo genere di operazioni. Senza lanciarci - almeno per il momento - in un dedalo di considerazioni retoriche sul valore culturale di un determinato titolo o sulla necessità di preservarne l'eredità, andiamo dritti al punto stabilendo che alla base di ogni rifacimento c'è sempre il medesimo intento, lo stesso che ritroviamo tra le colonne portanti di ogni impresa videoludica: la volontà di generare guadagni e rafforzare il proprio posizionamento sul mercato.

Se è infatti chiaro che un videogioco è il frutto - più o meno prelibato - di un lavoro di artigianato creativo, è altresì indubbio che il suo obiettivo è quello di raggiungere un pubblico il più possibile ampio, generare guadagni e consolidare l'offerta in divenire di una compagnia. In questo senso, almeno in termini generali, un remake rappresenta un investimento più sicuro rispetto ad una nuova IP, in special modo quando si parla di brand già affermati e di titoli particolarmente cari alla community videoludica, con alle spalle una storia di successo (qui la recensione di Persona 3 Reload). D'altronde l'attuale assetto dell'industria rende più che chiaro il valore potenziale di queste produzioni, in particole nel panorama "tripla A": in un momento in cui un'uscita malaccolta può generare perdite per decine di milioni, intaccando i bilanci e il valore azionario di un'etichetta, la relativa sicurezza offerta da un remake può risultare quantomai suadente. Questo però non vuol dire che tali progetti siano da biasimare in maniera aprioristica, anche perché il loro apporto può garantire a un publisher un maggiore slancio per la messa in cantiere di progetti più "pericolosi", anche all'interno del medesimo franchise.

Cionondimeno non abbiamo alcuna intenzione di delegittimare le critiche e le preoccupazioni di chi vede nel trend dei remake un fattore di rischio, un modo per "far cassa" favorendo la stagnazione del medium, anche se allo stato attuale non riteniamo non ci siano i presupposti per attribuire al fenomeno connotazioni assolutamente negative. A maggior ragione considerando come i remake di maggior successo siano oggi quelli capaci di "reinventare" la propria formula, arricchendola con nuove idee all'interno di una cornice tecnica semplicemente impossibile al tempo della pubblicazione originale.

A tal proposito, un rifacimento può anche essere l'occasione per dare lustro alla visione di iconici team del passato, per esprimere appieno il potenziale di un disegno creativo rimasto a lungo "intrappolato" in una rete di limiti hardware e relativi compromessi. Un discorso che peraltro dona ai remake videoludici un valore diverso rispetto alle controparti cinematografiche: la maggiore dipendenza dalla tecnologia disponibile, unita al celerissimo passo della sua evoluzione, fa sì che i videogiochi invecchino peggio e più rapidamente rispetto a film e serie televisive, anche in virtù di un modello di fruizione indissolubilmente legato all'interazione diretta tra l'utente e l'opera, e pertanto a standard (controlli, grafica, assortimento ludico) in continuo divenire.

Pericoli, valore e prospettive

Su queste note, vale la pena di tornare al discorso sfiorato poco fa sul rapporto tra remake e preservazione culturale: se è vero che un rifacimento non può davvero sostituire il suo ispiratore, è indubbio come l'approdo sul mercato di un classico in versione moderna possa rinfoltire notevolmente la schiera dei suoi estimatori, permettendo anche a giocatori più giovani di apprezzare i pregi di una proposta con radici vecchie di decenni.

La "conditio sine qua non" è ovviamente la qualità finale di un remake, che deve trovare un equilibrio ottimale fra fedeltà all'originale e concessioni alla modernità, preferibilmente mettendo in campo anche qualche guizzo inedito. L'indice di gradimento e l'interesse dimostrato dalla platea può anche attribuire ad un remake un ulteriore funzione, più o meno incidentale: quella di sondare il terreno ed eventualmente aprire la strada per il ritorno di una serie da tempo sopita. Con tutta probabilità è questo il caso di Crash Bandicoot, che dopo l'enorme successo della N. Sane Trilogy (qui la recensione di Crash Bandicoot N. Sane Trilogy), è tornato sulle scene con un'avventura inedita e uno spin off multiplayer.

Tutto considerato non ci stupirebbe neanche assistere, negli anni a venire, all'apparizione di remake di titoli già riproposti, come ad esempio Metal Gear Solid: ad un ventennio dall'uscita del controverso Twin Snakes, la prima sortita tridimensionale di Solid Snake potrebbe infatti ripresentarsi sul mercato in un futuro ancora indefinito, e forse Metal Gear Solid Delta rappresenta una sorta di "cartina tornasole" per valutare l'opportunità di una simile operazione (qui il nostro speciale su Meta Gear Solid Delta Snake Eater). In tutta onestà, non sappiamo se sperarci o meno. Tirando le somme del discorso, riteniamo sia ragionevole stabilire che nelle ultime due generazioni abbiamo assistito alla progressiva definizione di un trend che, complici gli ottimi risultati commerciali ottenuti, ha dato il via ad una nuova età dell'oro dei remake.

Pur riconoscendo la matrice economica di queste operazioni e i rischi a carico della "freschezza" creativa del panorama videoludico, non riteniamo però che si tratti di una rotta da condannare a priori, specialmente finché questa si dimostra capace di arricchire il mercato con prodotti di qualità, in grado di valorizzare tappe fondamentali della storia del medium e trasmetterne la valenza ad un pubblico sempre più ampio.

Detto questo, abbiamo l'impressione di trovarci in un momento topico per l'industria, una fase di contrazione che per forza di cose avrà conseguenze importanti sul futuro del videogioco, e di certo non ci piacerebbe assistere ad un'eccessiva proliferazione di "scommesse sicure" come i remake. Non è il caso lasciare troppo spazio agli allarmismi, ma è comunque sensato tenere un occhio ben aperto.