Robert Kirkman tra cinema e videogiochi: The Walking Dead nella cultura pop

Fumetti, cinema, videogiochi: l'opera più influente di Kirkman lascia il segno ancora oggi in ogni rappresentazione mediale dell'Apocalisse.

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  • Negli anni, il postapocalittico si è auto-scolpito sempre di più nell'immaginario collettivo, elevandosi a vero e proprio genere - cinematografico, fumettistico, seriale, videoludico - a se stante. Spinta dall'onda mediatica, dal successo e dal favore del pubblico, l'apocalisse zombie è diventata un elemento mainstream nel vasto oceano della cultura pop: la sopravvivenza, le sfide e i conflitti che si creano in un mondo decaduto e alla mercé di chiunque, i drammi personali che regolano sempre e comunque l'animo umano sono tutti ingredienti principali di un mix che ha fatto incetta di storie, autori, rappresentazioni e interpretazioni. Chi più chi meno, chi efficacemente e chi fallendo, il postapocalittico ha letteralmente invaso il mondo dell'intrattenimento, proponendo prodotti tra loro derivativi: una parabola estremamente simile al genere fantasy, che sin dalle sue origini ha conosciuto un numero pressoché infinito di rivisitazioni. Esattamente come il fantasy moderno deve le sue radici a nomi come Tolkien e Lewis, la concezione attuale dell'apocalisse zombie va ricondotta a un vero e proprio maestro del nostro tempo in narrazioni del genere: Robert Kirkman. Uno dei padri fondatori di un certo tipo di narrativa, e modello di ispirazione per una pletora di prodotti, dal cinema alla TV, passando per i fumetti e ovviamente i videogiochi.

    Non solo The Walking Dead

    Probabilmente Bob Kirkman non ha bisogno di presentazioni: fumettista e sceneggiatore statunitense, eclettico scrittore e personaggio piuttosto influente nel panorama cartaceo e televisivo moderno, è conosciuto principalmente per aver realizzato uno dei fenomeni pop dell'ultimo ventennio: The Walking Dead.

    Un fumetto nato nel 2003, che tra pochi anni si appresta a festeggiare il suo ventennale e che a sua volta trae in un certo qual modo ispirazione da prodotti apparsi già nel Novecento, come Io Sono Leggenda (chiaramente ci riferiamo al romanzo del 1954 di Richard Matheson e non al film del 2007 con Will Smith). Quello che è destinato a rimanere, ancora oggi, il suo più grande capolavoro non fu in realtà il primo esempio (e neanche l'ultimo) di una capacità tutta sua di rielaborare concetti già noti in una chiave totalmente personale: l'importanza di Kirkman nel panorama pop mondiale è proprio questa, la capacità di aver reinventato più generi, amalgamandone i canoni principali con stereotipi appartenenti ad altre opere, certe volte persino altre culture.

    Nel 2002, per esempio, debuttava Invincible, altra pietra miliare indimenticabile del fumetto moderno: una reinvenzione di un mondo "sacro" come quello dei supereroi, in cui Robert Krikman ha infarcito negli anni tutta la sua personale scrittura, la sua ironia e la sua "follia", tanto da rendere l'opera la più venduta di sempre dalla Image Comics - casa editrice che detiene anche i diritti dei prodotti targati Skybound, etichetta che fu fondata nel 2010 proprio da Krikman e che, fino ad oggi, ha sfornato prodotti di un impatto e di un coraggio strepitosi. Gli ultimissimi esempi portano anche firme italiane (l'ottimo Green Valley), o addirittura uniscono l'amore per i dinosauri e l'epica supereroistica alle storie sui mecha di stampo ed estetica nipponica (Super Dinosaur). Kirkman, o i suoi collaboratori presso la Skybound, non si è occupato soltanto di supereroi, di apocalisse zombie, mecha, dinosauri o quant'altro: ha abbracciato anche l'horror, quello più puro e terrificante, fatto di demoni, spiriti e diavoli. Outcast è una delle sue opere più acclamate degli ultimi anni, con il fumetto che ha riscosso un successo più che discreto al punto da avallare una serie TV che, intervallandosi con le varie edizioni di The Walking Dead, viene trasmessa sul canale Fox di Sky e nella quale l'autore originale è direttamente coinvolto in veste di co-produttore. L'ultimissimo esempio del respiro culturale di Kirkman è Oblivion Song, un'opera tutta da scoprire che arriva a mescolare la fantascienza e l'apocalisse in un mix che ci è sembrato oltremodo intrigante.

    Raccontare la morte per celebrare la vita

    Ma torniamo ad uno dei primi lavori di Krikman: The Walking Dead. Non è un segreto che il quasi ventennale fumetto abbia ispirato la fortunata serie televisiva targata AMC, della quale è da poco terminata l'ottava stagione. Oggi il serial tv sembra aver perso leggermente la propria bussola, proponendosi al pubblico con standard piuttosto altalenanti e in cui gli sforzi produttivi e recitativi non hanno saputo tenere il passo con la qualità della narrazione, fin troppo scialba ed eccessivamente confusa. Non è un caso, in effetti, se AMC abbia deciso di dare una svolta, cambiando il team di sceneggiatori a partire dalla nona stagione che non debutterà prima dell'autunno 2018: resta il fatto che, sin dalle sue origini, la serie di The Walking Dead ha fatto scuola nel suo genere di riferimento amplificando a dismisura la popolarità del prodotto originale. Kirkman non scrive di zombie, ma di uomini calati in un mondo popolato da zombie: la sua scrittura, nel tempo, ha imparato a focalizzarsi non soltanto sulla sopravvivenza, ma sull'introspezione dei sopravvissuti, sui drammi personali e interpersonali. Nel corso di una conferenza stampa durante l'ultima edizione di Lucca Comics & Games, quando abbiamo incontrato Robert Kirkman, l'autore ci ha parlato del rapporto tra eroismo e speranza che intercorre in opere come The Walking Dead: il contrasto tra sentimenti e sacrificio permea gli eroi sopravvissuti rappresentati dalla sua penna.
    Kirkman non è stato unicamente uno dei pionieri nel rappresentare l'apocalisse zombie: l'autore scrive di morte, di zombie e di estinzione, ma il fulcro della sua narrazione è l'umanità, la vita, come recuperarla e preservarla, il trionfo dei sentimenti e degli affetti che passa attraverso battaglie, scontri e perdite che riescono a straziare il lettore o lo spettatore. La paura, in storie come quelle di Kirkman, non è tanto nei confronti delle mostruosità generate dal virus di turno che ha sterminato l'umanità: la paura è restare soli, è perdere i propri cari; è venir meno agli istinti bestiali e primordiali sopprimendo quell'umanità che continua a permeare gli eroi positivi di Kirkman.

    Sull'altro lato della bilancia, quasi sempre in contrapposizione ai suoi protagonisti, l'autore pone dei cattivi senza scrupoli, individui che hanno ceduto alla bestialità, alla rabbia e al terrore, sentimenti che cercano di reprimere con la violenza. Negli anni la sua scrittura matura, cambia si evolve e si mescola: si arriva al punto che, molto spesso, quegli stessi eroi positivi iniziano a cadere preda di quella brutalità negativa, ma sempre e comunque in vista di un bene che appare superiore. Si creano così anti-eroi, come il Rick Grimes di Kirkman e di The Walking Dead in TV. Bob Kirkman, per certi versi, ha contribuito a gettare le basi per un nuovo tipo di narrazione, che oggi riecheggia in quasi tutte le forme dell'intrattenimento.

    Tra cinema e videogiochi

    È facile trovare nel cinema o nella letteratura tantissimi esponenti che hanno provato a ricreare questo tipo di "epica drammatica". In tal senso, Kirkman ha incontrato tanto il cinema quanto i videogiochi: la sua impronta fumettistica la si riscontra nel lavoro svolto finora da Telltale Games, che con le avventure grafiche ispirate a The Walking Dead ha omaggiato l'estetica del fumetto kirkmaniano combinandola con una scrittura originale, creando un esponente piuttosto significativo tanto per il genere quanto per le storie post-apocalittiche. Molto spesso il medium cinematografico ha incontrato quello videoludico sotto il segno di Kirkman, della sua estetica o del suo modo di raccontare: impossibile non citare The Last of Us, vero e proprio capolavoro e pietra miliare della scorsa generazione, uno degli esempi più fulgidi di quanto si possa amalgamare una formula ludica convincente con una narrazione di grande qualità e dal taglio cinematografico. Gli scenari desolati, la lotta tra fazioni e l'epidemia, ma soprattutto la caratterizzazione dei protagonisti: elementi che fanno eco a un modo estremamente umano di raccontare una storia che umana non lo è, ed è proprio in questo tipo di contrapposizione che si gioca tutta la qualità e l'intensità di vicende destinate a lasciare un'impronta culturale indelebile per la cultura pop.

    Le apocalissi e le orde zombie hanno poi spianato la strada a formule decisamente più ludiche e meno narrative, basando tutto il proprio concept sull'adrenalina e su meccaniche che premiano il combat system, lo stealth, il gunplay: fattori che portano, da un lato, a produzioni dai toni decisamente più "caciaroni", in cui i riflettori sono focalizzati interamente sul divertimento del giocatore. Ma dall'altro abbiamo anche prodotti che fanno delle meccaniche di gioco, e della sfida da esse rappresentate, il loro punto focale. Ed ecco che troviamo esperienze folli come la saga di Dead Rising, per il primo esempio, o State of Decay per il secondo: mentre la saga di Dead Rising, soprattutto le sue ultime declinazioni, incarna appieno tutto lo spirito dell'action game tamarro e ignorante, il secondo è il più recente e lampante esempio di come una formula ludica complessa, che sacrifica persino una narrazione di qualità, possa funzionare per esercitare un certo impatto sul pubblico.

    Il nuovo capitolo, State of Decay 2, sviluppato da Undead Labs e pubblicato da Microsoft per Xbox One e PC, vedrà la luce il prossimo 22 maggio e avrà l'occasione di raccogliere le promettenti meccaniche da survival puro intraviste nel suo predecessore e di rafforzarle, impreziosendo la qualità di una produzione che - insieme a Sea of Thieves - dovrà continuare a traghettare il parco di esclusive del Colosso di Redmond. Ma sembra che sia anche possibile raccogliere l'eredità di una scrittura delicata e profonda come quella di The Last of Us e una componente ludica dal grande impatto - adrenalinico o tattico che sia - come State of Decay o Dead Rising.

    Durante la prossima annata videoludica, gli scaffali dei giocatori PlayStation 4 potrebbero riempirsi infatti con Days Gone, una nuova proposta di Sony che - almeno stando alle immagini e ai trailer finora rilasciati - ha tutta l'aria di poter incarnare un punto di incontro tra le tre diverse concezioni fin qui delineate: una narrazione attenta all'introspezione e al racconto di formazione, unita a delle meccaniche di gioco survival, in cui le possibilità offerte dal gameplay o dal level design permetteranno di dar vita a scontri roboanti ed esagerati tra orde di non-morti e pochi, ma fortissimi, sopravvissuti. E l'universo in cui opere simili si ambientano pesca palesemente a piene mani dal genio di Robert Kirkman: è grazie a lui, insomma, se l'apocalisse ha assunto una dimensione malinconica, feroce, tragica ed esistenzialista. Un mondo al collasso che, nonostante sia popolato da non-morti, ci sembra così affascinante, crudele e "vivo".

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