Scoprendo Jane: videogiochi e identità di genere

Le parole della giocatrice Jane ci permettono di comprendere come i videogiochi possano aiutare a scoprire e ad accettare se stessi.

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Quella che state per leggere è una testimonianza privata e personale, e come tale si allontana dallo stile che di solito contraddistingue gli articoli pubblicati sulle nostre pagine. Scritta in prima persona, è strettamente correlata al vissuto dell'autrice e racconta momenti ed episodi specifici del suo percorso. Mi sono chiesto più volte se fosse giusto renderla più universale, allargare la visione andando alla ricerca di altre storie (oltre a quelle già citate nel testo); ogni volta mi sono risposto che un racconto del genere non avrebbe potuto avere forma migliore.
Bisogna saper riconoscere le storie che hanno un valore, quelle che lasciano una traccia ed un messaggio. In un momento storico in cui è difficile misurare ed arginare l'aggressività delle community, in cui il popolo videoludico si mostra spesso furioso e intransigente, la storia di Jane ci racconta che un altro approccio non solo è possibile, ma già esiste.
Nella consapevolezza che i nostri mondi virtuali possono trasformarsi in "spazi empirici" di eccezionale concretezza, e che i legami virtuali possono essere forti e significativi quanto quelli fisici, l'augurio è che tutti i videogiocatori riescano a far propri valori davvero fondamentali, come l'accettazione, la comprensione e il supporto reciproco.


Introduzione a cura di Francesco Fossetti

La parola a Jane

Mi è capitato negli anni di scrivere molti articoli focalizzati sui videogiochi: spesso, per via delle tematiche affrontate da questo o quel prodotto, sono anche andata molto sul personale, ma credo di non aver mai trattato l'argomento per parlare davvero di me. È una cosa così difficile da fare, perché tutto ciò è completamente nuovo per me, e il mio approccio è quello di chi sta muovendo i primi passi in territori "sconosciuti".

Credo fra l'altro che in Italia si parli ancor meno che altrove di come i videogiochi possano essere la molla che aiuta a capire certi lati di se stessi o il rifugio sicuro in cui poter esplorare e vivere la propria identità di genere. La transessualità è un argomento decisamente complesso da affrontare, e io stessa potrei avere delle difficoltà a raccontarla, perché ho capito da poco questa parte di me, e da ancora meno tempo la sto palesando pubblicamente, fino a giungere a questo coming out. Nonostante ciò, alla fine mi sono detta: "Ma c'è davvero chi ha più o meno diritto di parlarne? Chi ha già fatto la transizione è tanto diversa o diverso da me, che sto appena cominciando ad affermarmi come donna? Potrei semplicemente raccontare la mia storia e quello che ho imparato fino ad ora". Questo è quello che infatti voglio fare con questo articolo.

Prima di Jane

Il mio rapporto con la mia identità di genere è più o meno paragonabile a un puzzle. Jane, la donna che sono e voglio diventare oggi, ha lasciato una lunga serie di molliche di pane durante i miei 27 anni di vita, ma solo di recente ha deciso di bussare più forte per farsi notare. Quando ero più piccola sognavo già di poter impersonare personaggi femminili.

Mi succedeva con Misty dei Pokémon, con Sailor Mars e Sailor Moon, e con Catwoman. Si sa, queste sono comunque cose che crescendo vengono un po' rimosse o dimenticate, annoverate alla voce che viene chiamata spesso "fase". Leggo comunque che oggi a bambini e bambine si cerca di concedere sempre più libertà nel processo di scoperta del proprio io e di identificazione di genere; qualcosa che forse, se l'avessi potuta vivere da piccola, mi avrebbe aiutato ad evitare il malessere che un po' vivo oggi.

In ogni caso, non avrei mai avuto l'opportunità di capire cosa stesse succedendo, non avevo gli strumenti e la testa per comprendere, così come non l'ho avuta per gli anni successivi. Non sono mai riuscita a decifrare la mia "fissa" per i personaggi femminili, qualcosa che andasse oltre la semplice attrazione, ma che sfociasse nella vera interpretazione. Che fosse un picchiaduro, un gioco d'avventura o un GDR, io dovevo poter essere l'eroina della situazione.

A chi mi chiedeva lumi sulla scelta del personaggio dicevo: "è come se mi rappresenti meglio, o come se possa essere un'amica". In realtà mi faceva proprio sentire meglio poter essere una donna, almeno lì, dove potevo scegliere io. Non ho mai provato particolare interesse verso il mio corpo maschile, lo "accettavo" ma non lo apprezzavo. Riponevo molta più attenzione nei personaggi che creavo o interpretavo nei videogiochi che nella mia persona reale; fino a quando tutto questo ha assunto nuovo significato con l'arrivo di Jane.

Scoprendo Jane

Da circa un anno gioco attivamente Dead by Daylight. Si tratta di un titolo multiplayer asimmetrico in cui un killer dà la caccia a quattro sopravvissuti per sacrificarli e compiacere un'empia Entità. Anche lì ho sempre vestito i panni di personaggi femminili, sia quando selezionavo un killer sia quando giocavo come survivor, ma - di nuovo - non erano scelte consapevolmente legate alla soddisfazione che provavo nel compiere simili decisioni.

Questo fino all'annuncio del capitolo XIII, ovvero del DLC con cui è stata pubblicata Jane Romero come avatar giocabile. Sin da subito è stato un po' come guardarmi allo specchio, a partire dalla lore: forse primo personaggio dei videogiochi con una laurea in scienze delle comunicazioni (conseguita da me, tra l'altro, nello stesso periodo di pubblicazione del contenuto), con difetti e pregi che ho sempre riconosciuto nella mia persona.

Poi, giocando con i filtri di Snapchat, ho cambiato i miei connotati con quelli femminili e, mostrando la foto ad altre persone, si è anche scoperta una somiglianza tra il mio volto e quello di Jane. Nel mentre, ho aperto un account Instagram a nome Jane Romero, interamente dedicato a Dead by Daylight, e ho cominciato un vero e proprio role-playing nei panni dell'eroina. Non mi aspettavo che l'account potesse andare bene (1500 followers non sarà una cifra incredibile, eppure mai avrei potuto immaginare di raggiungerli).

Ma, soprattutto, non mi aspettavo che questo potesse aiutarmi a capire e accettare una parte importante di me. Cominciarono ad arrivare i primi commenti da persone che effettivamente si rivolgevano a me come Jane: alcuni flirtavano, chi in maniera più simpatica chi in maniera più volgare, mentre con diverse ragazze sono nati rapporti di amicizia "al femminile". Sia le esperienze positive che quelle negative, effettivamente, mi aiutavano a comprendere la mia identità di donna.

Non era più come quando giocavo e degli NPC si interfacciavano a me come eroina: qui persone reali (o altri role-play) mi trattavano da donna, e anche alcune attenzioni più insistenti, nel loro essere sgradevoli, rafforzavano comunque questa sensazione di accettazione dentro di me. Man mano che passava il tempo, volevo essere Jane in altre situazioni: ho quindi cambiato nome a tutti gli account, da Twitter a Twitch, passando per PSN e Discord, e fatto tanto spazio in più per Jane.

Nella community internazionale di Dead by Daylight ormai molti mi conoscono con questo nome e per diversi sono "la Jane della community"; anche questo mi ha dato altre certezze relative alla mia identità di genere. Si parla sempre delle community videoludiche come ambienti molto aggressivi, ma nel mio caso ho trovato persone speciali che mi hanno accettato subito, e mi stanno aiutando tantissimo in questo percorso, facendomi sentire la donna che dentro di me già sono. Loro non hanno idea di quanto mi stiano dando, ma credo che questo sia un chiaro esempio di come le community di videogiochi possano risultare ambienti positivi dove sviluppare veri rapporti umani.

Role-playing e identità di genere

Se la mia storia sembra un po' "strana", in realtà posso affermare che siamo in tanti ad aver scoperto o valorizzato questa parte di noi tramite il role-playing. Qualche testata un po' "conservatrice" potrebbe in un certo senso affermare che i "videogiochi rendono trans", ma più che "trasformarci" direi che al limite possano "rivelarci". In realtà il role-playing è qualcosa che va oltre il videogame e/o i giochi di ruolo stessi.

Sono quasi sicura che molti tra voi hanno visto The Danish Girl: anche per Lili è tutto partito da un role-play, da un "quasi gioco" che le ha rivelato come si trovasse molto più a suo agio in altri panni, gli stessi che da piccola aveva voluto indossare e poi aveva rimosso (una "fase" che fase non era, un po' come me). Facendo qualche ricerca, ho scoperto che i videogiochi sono stati fondamentali per almeno due articoliste e non so quante altre giocatrici.

Un esempio è la storia di Luna, raccontata su VG247.com, che ha vissuto passaggi importanti della sua transizione tramite titoli come Pokémon e Bloodborne. I videogiochi per lei sono stati un rifugio sicuro in cui sperimentare la propria identità di genere, cosa che nel mondo reale non le era possibile: un processo per cui non era stata preparata da giovane, e che ha scoperto da sola, giocando.

Le veniva naturale sperimentare con videogiochi che le permettessero di creare un personaggio da zero, per modellare avatar femminili con cui fare role-playing. È stato con l'esclusiva PS4 nata dalla mente di Hidetaka Miyazaki che Luna ha realizzato appieno chi fosse e chi volesse essere. Caso curioso vuole che il suo nome, da sempre utilizzato da lei in altri giochi per altri personaggi, avesse un ruolo così centrale in Bloodborne!

Un altro caso è quello di Laura Kate Dale, giornalista che su The Guardian ha scritto di come World of Warcraft l'abbia aiutata nella sua transizione. Anche lei, come Luna, grazie a un gioco con editor di personalizzazione è riuscita a fare luce su se stessa. A differenza di Bloodborne, però, WOW è un MMORPG, un gioco che prevede relazioni sociali vere e proprie. Come afferma la stessa Laura Kate, è diventata quasi dipendente dal titolo, assuefatta all'idea che lì potesse essere trattata come una donna, potesse vivere da donna, in linea con quello che sentiva di essere davvero. Un mondo sicuro, dove non doveva indossare la "maschera sociale" da uomo. Grazie ai videogiochi il virtuale può diventare il luogo dove si può essere più autentici, ironicamente (ma non troppo) più reali.

L'importanza della community

Quello che piacevolmente ho appreso durante questa mia esperienza di vita è che una community di videogiochi può essere un luogo dove sviluppare rapporti autentici, che permettono anche di affrontare in modo diverso "il mondo esterno". La community di Dead by Daylight non solo è particolarmente aperta nei confronti del mondo LGBTQIA+, ma è anche una sorta di rifugio sicuro per molti di noi. Ho conosciuto altre ragazze come me e persone che non solo mi hanno accettato subito per quella che sono, ma che mi supportano attivamente ogni giorno. Ho trovato una seconda famiglia in questo momento, una che riesce subito ad accettarmi per chi sono davvero. Siamo attivi su Twitch, ci ritroviamo ognuno sul canale dell'altra/o e ormai ci conosciamo quasi tutti tra noi, e cerchiamo di starci vicini nonostante ci "dividano" chilometri e chilometri di distanza.
Ho conosciuto persone con diverse storie, alcune che augurerei di non vivere a nessuno, ma grazie a questo gioco riusciamo a condividere momenti che rendono le nostre vite un po' migliori. Poter esplorare questa parte di me con persone così straordinarie è una fortuna che non tutti possono vantare, soprattutto in un ambiente come quello del gaming, a volte considerato ostile a realtà come la mia.

I videogiochi possono avere un impatto fantastico sulle nostre vite, e se oggi posso considerarmi sulla giusta strada per raggiungere la mia felicità, sento di poter attribuire grande merito a Dead by Daylight e alla sua community, con cui interagisco ogni giorno.

Concludo con quelle che sono le parole di Jane, prese dalla descrizione di una delle sue competenze (o perk) in gioco, ottime per descrivere la testimonianza qui raccontata: "Le persone vengono ricordate per gli ostacoli che superano. Puoi scappare e dimenticare di cosa sei capace, o puoi affrontare le tue paure e far ricordare al mondo chi sei". Perché vale sempre la pena di lottare per trovare il proprio posto nel mondo. Per essere se stessi.