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Shadow of the Tomb Raider: storia e leggende del popolo Maya

Un viaggio alla scoperta delle culture mesoamericane, in particolare dei segreti dei Maya, sfatando alcuni miti pseudostorici...

speciale Shadow of the Tomb Raider: storia e leggende del popolo Maya
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Disponibile per
  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Appassionati di storia, amanti di miti e leggende, cultori della curiosità: giungete a noi! Shadow of the Tomb Raider è finalmente arrivato! Ripuliti gli scaffali del negozio di fiducia, liberati gli hard-disk delle console e pronti per il download selvaggio: è tutto apparecchiato. L'ultima avventura di Lara Croft è ormai giunta sul mercato: quello che sappiamo (e che possiamo spifferarvi) è che il setting narrativo è fortemente incentrato sulle civiltà mesoamericane: affascinanti, esotiche, misteriose. Prima di cominciare la nuova epopea di Miss Croft, insomma, perché non raccontarvi qualche curiosità a riguardo?

    Gli occhi dei vincitori

    È il 1520 e nella piana di Otumba, odierno Messico, si può assistere ad uno degli spettacoli più maestosi e terrificanti di sempre: un esercito di guerrieri aztechi, splendido a vedersi, marcia come un unico corpo, costellato di stendardi coloratissimi, elmi sgargianti e trofei fatti di piume d'uccello e di bambù; dall'altro lato il barbuto capitano Hernán Cortés ha accanto a sé un manipolo di cavalieri. Il rapporto numerico è a favore degli indigeni (venti a uno, si dice), e gli uomini della foresta, esperti guerrieri temprati da decine di battaglie, non sono venuti per uccidere, ma per ferire, per mutilare, per fare prigionieri: le loro mazze fatte di legno hanno denti d'ossidiana...e fanno molto male. A decidere le sorti della battaglia non è la resistenza delle corazze spagnole, o la forza del metallo europeo, né tantomeno il numero sproporzionato di guerrieri aztechi. A far sì che quello scontro diventi decisivo, nel lungo processo che mise fine ad una delle più grandi civiltà mai conosciute, è la paura: paura per un mostro a quattro zampe proveniente d'oltreoceano e mai visto prima. Muscoloso, rapido, sbuffante: è il cavallo a pietrificare quegli uomini abituati a vivere tra serpenti velenosi e tarantole.

    Così, per quattrocento anni, abbiamo letto la storia dei vincitori e guardato alle popolazioni mesoamericane con gli stessi occhi di Cortés il conquistatore e dei preti cattolici che tenevano i loro resoconti su quei popoli barbari, dando alle fiamme i pochi manoscritti custoditi gelosamente nei palazzi e nei templi. Oggi, dopo cinquant'anni di scavi e studi, stanno tornando alla luce verità nascoste: cerchiamo, pertanto, di sfatare miti e leggende trasmessi da secoli di pseudo-storia, prediligendo, come in Shadow of the Tomb Raider, una delle culture precolombiane più misteriose ed affascinanti di sempre, quella dei Maya!

    "Arretrati", chi?

    V'è un momento della storia in cui accadde qualcosa di catastrofico per le popolazioni Maya che dominavano la penisola dello Yucatán. Non conosciamo ancora di preciso le motivazioni, e le teorie sono varie; quello che sappiamo è che, intorno al decimo secolo, le popolazioni indigene furono costrette ad abbandonare le città che fiorivano nel cuore della penisola e a spostarsi verso Nord, in direzione del mare, lungo una porzione di terra ancora semi sconosciuta. Più che parlarvi di quello che vi trovarono, però, vorremmo dedicarci a ciò che si lasciarono dietro. Rimaste in balia della vorace e verde giungla centroamericana, decine di città vennero inghiottite assieme ai loro straordinari segreti. Quale occasione migliore per tutti i colleghi della nostra amata Lara Croft, di riportare in vita una civiltà dimenticata? Così, alcuni tra i migliori archeologi del pianeta cominciarono a scavare nel passato e nella pietra, scoprendo qualcosa che ha del sorprendente.
    L'immaginario collettivo è abituato a pensare alle popolazioni mesoamericane come ad un miscuglio di culture arretrate, probabilmente a causa del loro rapido annientamento militare da parte dei celebri conquistadores. Non è così, anzi. Anno dopo anno, reperto dopo reperto, la straordinaria cultura Maya viene riportata alla luce, ed oggi sappiamo che, oltre alla nota maestria astronomica (di cui parleremo meglio in seguito), i Maya erano in possesso di conoscenze molto più avanzate di quelle della nostra tradizione greco-romana.

    In matematica, ad esempio, già in età pre-classica era stato "scoperto" il numero zero, rappresentato da una conchiglia. Grazie alla combinazione dello zero con le altre cifre, i Maya riuscivano ad eseguire calcoli molto complessi, che li aiutarono nella costruzione delle piramidi che ancora oggi troneggiano sul rigoglioso paesaggio circostante. La tecnologia che associamo alle costruzioni in pietra era sconosciuta ai Maya: non avevano, ad esempio, bestie da soma per trasportare le enormi quantità di pietra calcarea a disposizione. Fu esclusivamente il lavoro manuale a permettergli di erigere i capolavori che possiamo osservare oggi. Uno di questi è certamente l'edificio denominato El Castillo.

    Alto 30 metri, è composto da 365 scalini, uno per ogni giorno del calendario solare, ed i 9 livelli terrazzati corrispondono ai 18 mesi del ciclo terrestre. L'asse dell'edificio è rivolto verso il sole in maniera tale da "allestire", due volte l'anno, uno spettacolo che ha dell'incredibile: i giochi di luce, al tramonto, proiettavano sulla balaustra della scalinata un corpo di serpente. Alla base della piramide la testa dell'animale era scolpita in pietra: quello a cui i fortunati spettatori potevano assistere era Kukulcan, il serpente piumato che, discendendo dal cielo, annunciava la stagione delle piogge. Ad oggi, un ulteriore mistero resta irrisolto: a quanto pare i Maya conoscevano la ruota e sapevano fondere i metalli...come mai, dunque, non li utilizzarono per aiutarsi nella costruzione delle piramidi?

    "Violenti", cosa?

    Una delle teorie più interessanti per rispondere a questo quesito, riguarda la concezione del lavoro. A quanto pare, infatti, i Maya credevano che la fatica dell'uomo conferisse valore ad un determinato oggetto. Questo ci porta a delle interessanti considerazioni sul significato che gli uomini della foresta davano alla vita umana, nella sua essenza più profonda. Siamo abituati ad associare le culture precolombiane al rituale del sacrificio, influenzati anche da film come il celebre Apocalypto di Mel Gibson. Nonostante i sacrifici umani fossero al centro delle attività di queste popolazioni, delle strategie militari e delle rotazioni agricole, nuove scoperte ci lasciano intravedere una prospettiva completamente diversa.

    Le culture mesoamericane sentivano un profondo debito di sangue coi loro dèi, scaturito dalle leggende che riguardano la creazione del mondo. Secondo Maya ed Aztechi, ad esempio, per generare la terra ed il sole, le divinità avevano versato il loro sangue e sacrificato il loro cuore. Per questo motivo, per placare quegli esseri superiori, e persuaderli a non porre fine all'era corrente (cicli composti da 52 anni), si ricorreva al rituale dell'offerta di vite umane. Si narra che, nel 1487, alla ri-dedicazione del tempio azteco di Tenochtitlan, vennero sacrificate 80.400 vittime. Le stime degli studiosi contemporanei hanno abbassato il numero a circa 20.000...che è comunque impressionante!

    Negli ultimi tempi si è scoperto, però, che, tranne per le occasioni "speciali", a ricorrere all'auto-sacrificio erano soltanto gli esponenti della nobiltà Maya. Versare il proprio sangue era un privilegio esclusivo dell'élite e, quando non si arrivava a donare la propria vita, ci si perforavano le carni con coltelli d'ossidiana o con le acuminate spine dell'agave o della pastinaca.

    Per estrarre il sangue, si bucavano le orecchie, i polpacci, la lingua...ed anche il prepuzio (ouch!). Nonostante tutto ciò possa sembrarci estremamente violento, una considerazione va fatta: il valore che i Maya conferivano alla vita umana era straordinario. La vita era ciò che di più prezioso potesse esistere, o essere offerto. Uomini e donne non erano considerati come semplice carne da macello, ma valorizzati (seppure in un modo che per la nostra cultura è inconcepibile). Il sacrificio non era relegato ai poveri, ai reietti ed ai prigionieri di guerra, bensì era spesso considerato un privilegio degli abbienti e dei potenti.

    "Apocalisse", quando?

    Ammettetelo: anche voi nel 2012 avete fatto un pensierino alla possibile ed imminente fine del mondo. Magari qualcuno avrà fantasticato, anche solo per un attimo, di lasciare studi, lavoro e famiglia per passare gli ultimi attimi dell'esistenza su una spiaggia a bere un cocktail. L'apocalisse Maya rappresenta una delle più grandi bufale mediatiche di tutti i tempi...e no, non lo diciamo soltanto perché siamo nel 2018. Lo smentirono a gran voce anche gli astronomi e gli archeologi, al tempo, ma furono semplicemente travolti dalla valanga di libri, articoli di giornale e siti internet dedicati. Roland Emmerich ci girò persino un film, 2012, appunto. Sostenitori e detrattori della teoria sono ancora tutti vivi e vegeti, con la differenza che i primi sono un po' più ricchi e i secondi no. Cos'è successo allora, di tanto eclatante?

    I Maya, astronomi provetti, disponevano di ben due calendari: uno rituale, chiamato Tzolkin, di 260 giorni, e un altro, quello solare, composto da 365 giorni. I due calendari si "incrociano" perfettamente ogni 52 anni, generando dei cicli detti baktun. Ora, su un frammento di stele ritrovato a Tortuguero, un sito archeologico messicano, è stata ritrovata la fatidica data del 21 dicembre 2012: fine del tredicesimo baktun. Ciò, naturalmente, non precede logicamente l'assenza di un quattordicesimo ciclo...ma un "incrocio" (molto meno astrale, stavolta) tra cultura new age e business editoriale ha fatto sì che l'apocalisse Maya diventasse un vero e proprio fenomeno. Tempeste solari, eruzioni, maremoti, scontri tra pianeti, maree gravitazionali, inversioni dei poli magnetici terrestri: venne ipotizzato di tutto. Nulla di questo, ovviamente, è accaduto. Un'altra catastrofe, invece, ci aspetta in Shadow of the Tomb Raider: e quella, siamo sinceri, non vediamo l'ora di viverla.

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