Six Days in Fallujah: la propaganda diventa videogioco?

Perché, dopo una pausa di oltre dieci anni, è stato improvvisamente riesumato un progetto davvero controverso come l'ex sparatutto Konami?

Six Days in Fallujah: la propaganda diventa videogioco?
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  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • PS5
  • Xbox Series X
  • La notizia è fresca ma non dell'ultimissima ora, perché abbiamo preferito aspettare e capire come si stesse evolvendo la faccenda, visto il tema tanto delicato quanto controverso. Highwire Games, studio fondato dall'ex Lead Designer di Halo, ha deciso di resuscitare dopo oltre dieci anni Six Days in Fallujah, uno sparatutto in prima persona incentrato sulla seconda battaglia combattuta nella città irachena nell'inverno del 2004.

    Una manovra assolutamente imprevista, che ha suscitato un certo clamore negli ultimi giorni perché accompagnata da inevitabili polemiche e discussioni (vedasi le dichiarazioni di Neil Druckmann su Six Days in Fallujah). Annunciato nel 2009 da Atomic Games, l'originale Six Days in Fallujah era stato pensato come un FPS tattico destinato alla pubblicazione sotto l'etichetta di Konami. Un titolo che in realtà non vide mai la luce a seguito delle controversie esplose poco dopo la presentazione.

    Rendere giocabile uno scontro a fuoco al tempo recente e soprattutto assai dibattuto per l'impiego accertato di armi non convenzionali da parte della coalizione americana era sembrata all'epoca una scelta di cattivo gusto e molto poco giustificata. Una decisione a cui si erano peraltro fermamente opposti anche i familiari degli oltre cento soldati angloamericani caduti in battaglia.

    La caduta della Città delle moschee

    Eppure, come un fulmine a ciel sereno, ecco riapparire attraverso un trailer con tante dichiarazioni e pochissime sezioni di gioco effettivo Six Days in Fallujah. Un progetto a cui Peter Tamte, l'ex amministratore delegato di Atomic Games e oggi Presidente di Victura, ovvero il nuovo publisher del gioco, tiene moltissimo.

    Al punto da lavorare dietro le quinte al ritorno della produzione addirittura dal 2016, con l'intenzione di pubblicare lo sparatutto nel corso del 2021 su PC e console. Perché questa ferma intenzione da parte di Tamte nel voler raccontare ad ogni costo una parentesi di guerra particolarmente sanguinosa, costata secondo la Croce Rossa la vita a circa 800 civili anche a causa dell'impiego di armamenti vietati come il fosforo bianco?

    Non è semplice cogliere le ragioni del publisher, specie leggendo la lunga intervista concessa ai colleghi di Polygon. O forse, al contrario, la verità è invece molto più banale del previsto, e davvero sotto gli occhi di chiunque. Poiché è in effetti difficile non cogliere nelle parole di Tamte lo spettro neppure troppo celato della propaganda. L'intento di volersi soffermare solo e soltanto sulle componenti tattiche del combattimento urbano, sulle scelte che i marine si sono trovati a compiere nel restrellare la cosiddetta "città delle moschee" casa per casa, esplicitando a chiare lettere di non volerne fare una questione politica è quantomeno discutibile, se non apertamente ipocrita.

    Anche perché, da un lato abbiamo la ferrea intenzione di raccontare una storia vera, di fare cronaca, di basarsi sui fatti e sulle dichiarazioni di militari che hanno davvero combattuto a Fallujah. Incentrando appunto il gioco deliberatamente su quel conflitto, piuttosto che su una battaglia delineata con realismo e accuratezza, ma di pura finzione.

    Dall'altro però c'è anche la surreale e dichiarata presa di posizione nella scelta di non raccontare le componenti che hanno reso lo scontro una pagina nerissima della seconda Guerra del Golfo. Gli accertati crimini di guerra contro i civili commessi dai soldati americani, il sospetto uso di proiettili all'uranio che ancora oggi sta avendo un'incidenza altissima nell'anomalo numero di tumori riscontrati nei bambini di Fallujah sono elementi che, chissà come mai, non interessano né al publisher né agli sviluppatori. Questo perché, è palese, si tratta di fattori molto poco concordi con la visione romanzata e hollywoodiana che Six Days in Fallujah vuole tracciare del conflitto. Con i marine nei panni dei salvatori e degli eroi indiscussi, i terroristi dall'altra parte, e la popolazione nel mezzo. Bianco e nero, buoni e cattivi. Semplificazione banale, spiccia e in questo caso anche a tratti apertamente disonesta.

    Combattere a tutti i costi

    Tamte ha specificato che la campagna sarà intervallata anche da passaggi in cui, nei panni di un padre iracheno, dovremo cercare di condurre la nostra famiglia alla salvezza. Precisando però a chiare lettere che si tratterà sempre e solo di civili disarmati, perché il gioco non metterà mai nessuno dalla parte degli insorti, né in modalità single player né in multiplayer. Di nuovo, un dualismo sciatto e ipocrita, che però si accompagna piuttosto bene a un racconto parziale che ha tutto il retrogusto della propaganda.

    Victura sostiene che, al di là di tutto, sia importante rimettere al centro della scena la battaglia di Fallujah, anche in maniera così limitata. Tornando a parlarne spetterà poi al pubblico informarsi - rigorosamente altrove - e poi farsi una sua idea in merito. Un punto di vista come minimo opinabile, perché i videogiochi, nel 2021, hanno dimostrato di poter essere ben altro. Basti pensare alla maturità e alla sensibilità con cui Valiant Hearts ha saputo raccontare la Prima Guerra Mondiale, tanto per fare un esempio concreto (a proposito, eccovi la nostra recensione di Valiant Hearts).

    L'impressione è che, almeno per ora, Six Days in Fallujah sia molte chiacchiere, tanta politica travestita da non-politica e poco, se non pochissimo videogioco. Tant'è vero che, al di là delle questioni etiche, non si è al momento né visto né parlato di gameplay e di quei fattori che dovrebbero rendere il prodotto ludicamente interessante. Ne sapremo di più e torneremo a parlarvene nei mesi a venire, ammesso che questa volta Six Days in Fallujah veda davvero la luce. Perché, il sospetto che sia tutta una (triste) manovra pubblicitaria, c'è... eccome se c'è.

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