Sonno Mortale: un racconto Sword & Sorcery ispirato a Conan

Dopo aver scritto storie ispirate a Monster Hunter World e Divinity Original Sin 2, Federico Ercole ci propone questa volta un tributo a Conan...

speciale Sonno Mortale: un racconto Sword & Sorcery ispirato a Conan
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  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • Da qualche tempo a questa parte qui su Everyeye.it abbiamo cominciato a mescolare videogiochi e narrativa. Un po' perché ci piaceva l'idea di andare oltre gli speciali d'approfondimento, proponendo qualcosa di nuovo nel panorama dell'editoria videoludica, ma soprattutto perché siamo convinti che se frequentate queste pagine, in fondo, leggere sia un'attività capace di darvi qualche soddisfazione. Quando l'immaginario tratteggiato in un videogioco riesce in qualche modo a stuzzicare la nostra fantasia, allora, cerchiamo di imbastire un piccolo racconto, una "fan fiction", che possa in qualche modo tradurre in parole le suggestioni di quel prodotto. Lo abbiamo fatto con Monster Hunter World e con Divinity Original Sin 2, e adesso tocca a Conan Exiles. In questo caso la situazione è un po' diversa, dal momento che il videogioco di Funcom recupera un immaginario che fu anzitutto letterario, creato dal visionario Robert Ervin Howard. In questo caso, quindi, il racconto rappresenta un tributo a tutte le opere che in qualche maniera gravitano attorno alla mole statuaria del cimmero di Howard.
    La penna che potete leggere qui sotto è quella di Federico Ercole, che ha prodotto un meraviglioso racconto in pieno stile Sword & Sorcery, in un mondo in cui l'acciaio e la carne restano l'unica verità.

    Introduzione a cura di Francesco Fossetti

    La morte di Lucyana

    "Lasciami dormire, se chiudo gli occhi posso rivederla..." sussurrò la donna, con il fiato rotto dalla spossatezza. "E così la sua voce tace, smette di torturarmi; ti prego lasciami dormire". La donna, la cui beltà nemmeno la stanchezza della lunga marcia e l'orrore che si agitava nella sua stanca mente oppressa dal maleficio riuscivano ad appannare, giaceva all'ombra di un grande masso. Un ombra illusoria, perché tutto ovunque era oscuro. Ella tremava sul terreno erboso e scosceso dei bassi declivi che sorgono a due giorni di cammino dagli osceni tetti dei templi maledetti di Khemi, la città dei preti di Stygia devoti al viscido dio-serpente che i malvagi chiamano Set.

    Conan by Niconoff on DeviantArt

    Riccioli rossi cadevano sul petto ansante della donna dolente, il suo viso ambrato era sbiancato, gli occhi verdi perdevano la loro lucentezza e le palpebre dalle lunghe ciglia si chiudevano, per poi spalancarsi di nuovo in uno sguardo terrorizzato. Mentre una sfilata aerea di nuvole nere e grigie velava il sole di mezzogiorno di un'estate sempre piovosa, il silenzio fu violentato da un tuono, e subito dopo il profilo accecante dei fulmini ricamò il cielo scuro di transitori e minacciosi disegni di luce. "Non ce la faccio più, sono troppo stanca. Mi ha detto che se dormo posso tornare a casa. Vedo già le dolci colline di Aquilonia, là dove crebbi. Prima che mi portassero via..." continuò la donna e, accanto a lei, c'era un uomo a reggerle la mano morbida e tremante nella sua, dura come la pietra e grande come quella di un orso grigio di Vanaheim, ma in quel momento delicata e gentile. Lunghi capelli corvini incupivano l'alta fronte di quel gigante dalla pelle madida di sudore e ancora sporca del sangue dei nemici di una recente battaglia. L'uomo era vestito solo di un perizoma di pelle di lupo e di un paio di stivali di cuoio ingrassato; i suoi occhi di un gelido e nordico azzurro brillavano lucidi, quasi inteneriti, sebbene possa sembrare impossibile che una qualsiasi tenerezza possa ammorbidire quei tratti granitici e spietati.
    "Non devi dormire, non ancora, fino a quando non giungiamo in terre dove non regna solo l'orrore. Lì ci sarà chi, con la magia, la saggezza o la medicina, ti potrà aiutare. Non ho oro con me, per Crom, ma ho ancora la spada e, se non per pietà, qualcuno ti salverà con la mia lama sulla gola. Te lo prometto Lucyana.".

    Le labbra un tempo scarlatte della donna si incresparono in un faticoso sorriso: "non promettere nulla mio dolce barbaro, mi hai già salvata una volta, mi hai amato con una passione e dolcezza che mai nessuno prima mi ha dimostrato. Ora non puoi più fare altro. Mi chiama, il signore dell'insonnia. E forse starò bene, forse tornerò bambina e dimenticherò tutto, ogni orrore della mia lunga schiavitù. I serpenti. Le facce barbute dei preti infoiati nel delirio del loto nero. Ma non voglio dimenticare te, Conan. Non voglio...". Lucyana chiuse gli occhi, erano tre giorni che lottava con il sonno, e contro una voce strisciante e disumana che prima l'aveva minacciava, poi insultata e infine, temendo essa il fallimento, aveva preso a lusingarla: "addormentati, ti riporterò a casa, ma dormi. Dormi". Lucyana serrò le palpebre. Conan abbandonò la mano dell'amata e ruggì come un leone ferito: "Sveglia apri gli occhi! Lucyana!".
    Ma era troppo tardi, la donna dormiva. Conan la scosse con una forza trattenuta ma comunque capace di svegliare i colossi sopiti di Asgard dal loro riposo di ghiaccio. Frustrato dall'inutilità del suo violento tentativo di riportarla alla veglia Conan adagiò di nuovo la donna inerme sull'erba. Lucyana continuava a dormire e un sorriso le dipinse il candido volto. "Sono tornata", ella sussurrò dormiente, "sono qui, mamma. Sono ancora bambina. Non me ne andrò più". D'improvviso il volto di Lucyana si deformò in una maschera di dolore atroce, un urlo agghiacciante le spalancò la bocca dalla quale un fiotto di sangue scaturì come lava da un vulcano impazzito, andando a tingere l'addome del barbaro di nuovo rosso. Lucyana fece ancora in tempo a parlare, o meglio a urlare, con gli occhi ancora chiusi in un incubo mortale: "Le sue zanne... le sue zanne infinite...". E morì. Ancora un tuono, un'altra ragnatela di fulmini. Cominciò a piovere.
    Conan restò a lungo immobile e chissà che tra le gocce del diluvio che scivolavano sulle sue gote marmoree e scarificate, scorrendo giù dalla chioma nera e fradicia, non ci fossero anche rare lacrime. Ma è impossibile dirlo con certezza, il cimmero non aveva mai avuto tempo per piangere e i suoi occhi erano da tempo disseccati. Anche egli era braccato e la stessa voce che perseguitò Lucyana fino alla morte rimbombava malevola nel suo cranio: "ora tocca a te, non ti resta che dormire, cane infedele e profanatore, ladro!".

    Il Tesoro di Khemi

    Khemi: una città decadente un tempo centro nevralgico dell'ortodossia stygiana, dove Conan era certo di potersi arricchire, rubando preziosi bottini nei templi sorvegliati solo dai viziosi preti di Set e dalle loro guardie rammollite. E così andò: avevano ragione i ladri di Zamora, le voci ascoltate nelle taverne fatiscenti celate nei labirinti di Shadizar la Perversa.
    Conan temeva la Stygia per ataviche superstizioni e avversione così, fino a quel momento, durante il suo indomito peregrinare, aveva evitato di calcare il suo suolo abominevole, facendo solo quell'unico strappo alla regola. Il barbaro avrebbe comunque lasciato presto la città, magli mancava solo un ultimo latrocinio: il tempio di Lathtratos, scrigno decantato di leggendarie ricchezze. Conan vi penetrò di notte, sgozzando le guardie svogliate e gli accoliti deliranti armati di coltelli sbrecciati, superando solenni navate dove strisciavano serpenti di ogni dimensione e lasciando i pezzi sanguinanti dei rettili sul marmo pregiato. Ma egli trovò nel tempio un altro tesoro, diverso dall'oro e dalle gemme: la rossa e bianca Lucyana.

    La donna era supina e incatenata in una cripta rivestita di seta e raso, nuda e pietosamente indifesa. Ella non parlò e non urlò, limitandosi a guardare il barbaro avventore negli occhi fiammanti di azzurro, supplicandolo silenziosamente, non di salvarla ma di porre fine al suo supplizio di schiava, vittima quotidiana delle brame disumane di Lathratos. Conan, immemore di ogni ricchezza, infranse le catene e strappò il raso per coprire la sensuale nudità della donna. La porto via sulle braccia poderose, ignorando tuttavia che Lathratos lo spiava da quando egli era entrato nel suo tempio, osservando le sue malefatte con distacco e sadismo, godendo della morte dei suoi uomini così come godeva di quella dei suoi nemici.
    Lathrathos andò a caccia. Trovò la coppia poco dopo la fuga dal tempio, mentre riposava, nascosta nell'aula polverosa di un cadente rudere. Conan, dal sonno leggero come quello di una tigre ferita, si svegliò per primo. Il prete era solo. In un battito di ciglia il cimmero fu in piedi, la grande spada in mano e, con una velocità che ne' io ne' voi riusciremmo a razionalizzare, raggiunse Lathrathos calando la lama con un fendente che non solo tagliò in due il cranio del prete ma affondò fino all'inguine. Non uscì tuttavia alcun sangue da quella ferita letale ed abnorme, ne' il prete cadde. "Crom" esclamò Conan e nel frattempo Lucyana, sveglia d'improvviso dopo un lieto sonno d'amore, cominciò ad urlare spaventata. "Taci donna, se non vuoi portare da noi tutte le guardie non ancora ubriache di Khemi!". Lucyana tacque e Conan fu sul punto di colpire con un altro fendente, questa volta orizzontale, quando Lathrathos parlò e la sua lama si fermò come congelata nell'aria: "Non puoi uccidere chi è già morto da millenni, barbaro. Non puoi ferire chi si abbevera del sangue che scorre nei fiumi di altri mondi della follia. Io vengo e vado nei sogni.
    E ora farò parte dei vostri, fino alla fine. Perché mi avete dilettato non vi ucciderò ora. Ma non dormite, non dormite mai più
    ", e rise, un suono empio che fece scorrere una cascata di brividi sulle membra eburnee del cimmero. Allora il corpo dilaniato di Lathrathos cominciò a sciogliersi in una melma maleodorante e scivolò via verminoso come una grassa sanguisuga che torni strisciando al suo stagno dopo un ricco banchetto. Lucyana, colta da un orrore che la travolse, aveva ricominciato a urlare. Giunsero le guardie ma non ci fu per loro alcuna speranza contro lo spadone di Conan, e presto caddero macellate nella polvere e tra i tesori rubati e abbandonati. Conan non divenne mai ricco in Stygia, ne' acquisto valore. Solo dolore. La coppia riuscì infine a scappare indenne per le strade ricche e decadute di Khemi, sotto una luna piena che li scrutava maligna.

    Sebbene il barbaro tenesse la mano della donna durante la precipitosa fuga, con quella libera impugnava la grande spada a due mani: gliene bastava una, e quei pochi nemici che incontrarono nella notte furono spacciati e lasciati in una pozza vermiglia, o a piangere tra le budella che eruttavano dai loro ventri squarciati. Conan e Lucyana abbandonarono la città, avventurandosi per paludose praterie fino a giungere ai primi pendii dei declivi boscosi. Fu allora che essi cominciarono a sentire la sua voce, la lingua abominevole di Lathrathos come una serpe nel loro cervello.

    Uccidere un incubo

    Un sasso dopo l'altro e un tumulo conico nascose pietoso le spente membra della bella Lucyana. La voce di Lathrathos continuava a inveire e urlare nella mente spossata di Conan, salvo che talvolta era dolce come il miele stantio delle api letali che sciamano per le giungle di Zembabwei: "Dormi! Dormi! Torna a casa!". Egli guardò un'ultima volta il tumulo e infine gli girò le spalle, deciso ad allontanarsi da quelle terre di morte e magia nera, sapendo che sarebbe stata la sua fine se i riti arcani di un sacerdote di Mitra o il sapere di un dottore nelle scienze salvifiche non avessero spezzato quella maledizione prima che il sonno lo cogliesse. Sarebbe stato un viaggio lungo e faticoso e Conan giunse a sperare che la lama di un qualsiasi nemico armato d'acciaio e non di incanti oscuri potesse estinguere la sua vita prima che lo facesse il sonno. Egli voleva morire per la spada, non per la magia.

    Camminò e si inerpicò, scivolando nella fanghiglia e precipitando lungo il corso di torrenti troppo gonfi. La pioggia battente lo martellava incessante ma contribuiva a tenere il cimmero sveglio e vigile. Conan marciò per tre giorni, attraverso selve contorte o rarefatte, scalando rocce acuminate, strisciando per le paludi e nutrendosi di vermi e frutta marcia.
    D'un tratto accadde, quando spirava un caldo, impestato monsone tra le dune di melma di una palude fetente e le stelle arridevano il cimmero con la crudeltà smisurata degli antichi dei. Conan cadde travolto dalla stanchezza. Sembrava affondare nella fanghiglia, gli occhi chiusi, ma con uno sforzo immane di volontà li spalancò di nuovo. Il barbaro spossato, ottuso dalla mancanza di sonno e dalla fatica, riuscì a trascinarsi ancora per ore finché non si lasciò alle spalle le paludi per camminare in luoghi più gentili.
    Fu allora che tra le erbe fini e fresche, al cinguettare degli uccelli e al mormorio quieto di un ruscello fluente da una fonte muscosa, egli si addormentò. "Adesso torni a casa", furono le ultime parole che udì sospirare nel cervello.

    Il freddo squassava il corpo nudo e disarmato di Conan, c'era la nebbia che esalava gelidi fiati e lo scrutava dentro con i suoi occhi gassosi. Nevicava, grossi fiocchi trascinati dal vento che avrebbe dovuto disperdere la bruma e invece la inspirava e la soffiava via ancora più densa e accecante, vomitandola su tetre conifere e aspre pietraie.
    Conan conosceva quell'aria. Era quella della sua terra. Un'aria ostile che avrebbe tentato di strozzarlo se avesse potuto, ma un'aria che lo riportava a casa, indietro, tanto tempo fa. L'aria della Cimmeria.
    C'era tuttavia qualcos'altro con il barbaro. Una presenza che fluttuava ghignando tra il vento, la neve e la nebbia. Qualcosa di alieno, che intorpidiva la materia e il pensiero. Qualcosa che non aveva più bisogno di parlare ma solo di biascicare un lingua non umana dalle fauci di milioni e milioni di zanne. Il cuore marcio di Lathrathos. Un morbo che l'abominio stygiano diffondeva nella mente con virulenti e magici pensieri.
    La creatura dell'incubo si dichiarò. Era sferica e poliedrica, una forma indecifrabile perché sempre cangiante, segmentata da tentacoli obesi e tozzi, dai cui sfinteri fuoriusciva un liquido dal colore disgustoso. Al centro di quel tondo mutevole, a tratti cubico o piramidale, c'erano fauci che si aprivano su decine di orifizi slabbrati, fauci dalle infinite, acuminate zanne.
    Ma Conan non era nato tra le primaverili valli dell'Aquilonia del sud, nemmeno tra le steppe di Hyrkania o tra i deserti di Koth. Egli era nato in Cimmeria. Su un campo di battaglia. Mentre la creatura si avvicinava per la bruma fitta e vorticante, Conan vide tra la neve e le pietre gli scheletri di un'antica faida, i morti di una remota battaglia. Il suo popolo. Egli era nato su un campo di battaglia, come questo.
    Tra i cadaveri fossilizzati e congelati apparivano antichi scudi come lapidi sbilenche sulla neve, c'erano picche infrante, martelli da guerra con il manico rotto, asce bipenni crepate e spade, spade di ogni misura. Ce n'era una che sorgeva dritta a pochi passi dal cimmero, un'unica luce in tutto quel grigiore turbinante. Era intatta.
    Conan si avvicinò sprofondando i piedi della neve, mentre il cuore marcio di Lathrathos si avvicinava lento e vorace, sicuro del suo prossimo pasto, gongolando di soddisfazione con orridi gorgoglii.

    Conan allungò la destra verso l'elsa della spada, ma le sue mani vi passarono attraverso, come se non esistesse. La cosa, grande più di due elefanti, era frattanto quasi giunta dal barbaro per reclamarlo come vittima. Conan, bestemmiando tutti gli dei dell'era Hyboriana, tentò ancora una volta di afferrare l'elsa. Nulla. "Non puoi tradirmi!", urlò il barbaro, "Io credo in te. Da sempre. Tu sei la mia vita. L'acciaio su cui ripongo ogni fiducia. NON PUOI TRADIRMI!". Le dita di Conan si chiusero sull'elsa. La lunga lama venne fuori dal ghiaccio mentre la creatura dell'incubo ormai lo sovrastava. Conan si girò lesto e affondò la spada verso quello che sembrava essere il ventre translucido del mostro e, per un momento, gli parve di vedere riflessi sulla lama gli occhi verdi di Lucyana e di sentire la sua voce: "grazie Conan." Poi la lama si immerse, un urlo senza nessuna parvenza di umanità mise a tacere il vento e liquidi osceni si riversarono su Conan. Lontano, in un tempio al centro di Khemi, in una sala adornata di ori e di morte, Lathrathos cominciò a sanguinare dalla pancia trafitta da niente, e morì dissanguato ed eviscerato davanti ai suoi accoliti piangenti. Conan perse i sensi, oppure li ritrovò.

    Epilogo

    Conan si svegliò e fu subito in piedi, lucido e pericoloso, con la mano già sull'elsa della spada. Non c'era nessuno, ne' uomo, ne' bestia, ne' spirito attorno a lui. Egli non avrebbe mai raccontato a nessuno di questa lotta contro il sonno che uccide, ne' di Lucyana. Il sole fuggiva a ovest, un'immensa sfera arancione. Si incamminò in quella direzione, verso il mare non troppo lontano. Il barbaro respirava profondamente, assaporando la vita che scorreva in lui. Egli non aveva dimenticato il segreto dell'acciaio, ne' la sua fiducia in esso si era smarrita.
    L'acciaio non tradisce mai.
    L'acciaio non inganna mai.
    L'acciaio è l'unica verità e può tagliare e uccidere, nella vita e nel sogno.

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