The Apunkalypse: RAGE 2 e l'immaginario punk post apocalittico

A pochi giorni dall'arrivo di RAGE 2, andiamo alla scoperta dell'iconografia punk post apocalittica che caratterizza il gioco Bethesda.

speciale The Apunkalypse: RAGE 2 e l'immaginario punk post apocalittico
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  • Pc
  • PS4
  • Xbox One
  • Xbox One X
  • PS4 Pro
  • Manca meno di una settimana all'esordio mondiale di Rage 2 (qui la nostra ultima prova prima della recensione), il furioso figlioletto nato dal matrimonio creativo di Avalanche Studio e id Software. L'obiettivo del titolo è quello di martellare i sensi dei giocatori con un concerto di colori neon ed esplosioni anatomiche, proponendo una peculiare revisione ipercromatica e lussureggiante dell'universo post apocalittico inaugurato col primo capitolo.

    Malgrado i particolari guizzi stilistici del titolo, permane però un elemento quasi immancabile per l'immaginario di genere, ovvero la presenza di falangi ululanti di bruti coperti di pelle e mohawk. Ma se "l'apunkalypse" è ormai diventata una delle facce più riconoscibili della post apocalisse multimediale, vale la pena di chiedersi quale siano le origini di questo singolare filone. In soldoni: come è nato il connubio tra punk e fine del mondo?
    Bene, ragazzi, la nostra storia ha inizio molto tempo fa, in un luogo incantato chiamato Inghilterra...

    Note graffianti e creste ribelli

    L'idea di post apocalisse come cornice tematica per abomini radioattivi e pettinature antigravitazionali nasce da lontano, tra le maglie di una sottocultura formatasi a metà degli anni ‘60 come emanazione della scena underground. Gli anni d'oro del surf rock, seguiti a ruota dalla British Invasion, offrirono a migliaia di ragazzi un pretesto per imbracciare gli strumenti e tentare la fortuna in un mercato musicale in piena espansione, alla costante ricerca di nuovi talenti da dare in pasto a un pubblico incredibilmente recettivo.

    Molti di questi gruppi sapevano a malapena mettere insieme un paio di accordi, ma la voglia di emergere, di far sentire la propria voce al mondo garantiva loro una forza e una purezza espressiva dirompenti. Sono gli anni del garage rock, delle band nate in scantinati polverosi sotto l'ascendente di gruppi britannici come i Kinks, gli Animals, gli Who e i Rolling Stones. Dall'altra parte dell'oceano le sonorità si fanno ancora più aggressive e graffianti: è il tempo del proto-punk, degli Stooges, dei Velvet Underground e di Alice Cooper. La controcultura hippie è ormai stantia e agli sgoccioli, ma permane un senso diffuso di ribellione, di disprezzo per tutto quello che è mainstream, per il conformismo politico e sociale. Dagli Stati Uniti al Vecchio Continente si allunga una tempesta di influenze che, a metà degli anni ‘70 esplode tra le note dure di Ramones, Sex Pistols, Dead Boys e Clash. Per quanto multiforme, la scena musicale inneggia alla disubbidienza, sbeffeggia l'autorità e rifiuta la dottrina dominante. Un messaggio troppo invitante per essere ignorato dalle nuove generazioni. Dopo una gestazione lontana dall'occhio delle major, il punk si trasforma quindi in un fenomeno dilagante, e si fa moda rielaborando lo stile delle precedenti sottoculture seminali: greaser, rocker, biker e skinhead.

    Il termine che prima veniva utilizzato per etichettare musicisti improvvisati e autodidatti allo sbaraglio diventa il simbolo di un intero movimento. Il segno lasciato sull'immaginario collettivo è profondissimo e indelebile. Sul calare del decennio l'estetica punk raggiunge anche il grande schermo ma, fedele alle sue premesse, rimane inizialmente lontana dai circuiti mainstream.
    Elevato a cult ma sostanzialmente ignoto al grande pubblico, il maggiore esponente del punk cinematografico anni ‘70 è probabilmente Jubilee di Derek Jarman, un film surreale, crudamente anti-establishment e dai tratti distopici.

    Quella dipinta dal regista è a tutti gli effetti un'apocalisse post moderna, con una Londra dipinta come la trasposizione in celluloide della sensazione di oppressione socio-politica che spingeva i punk alla rivolta. Sì, tutto un altro paio di maniche rispetto ai deserti radioattivi classicamente associati all'immaginario post apocalittico ma, hey, ci stiamo arrivando.

    Mad Max, il padre della punkapocalisse

    Sebbene sia difficile tracciare con assoluta precisione l'origine letteraria del post apocalittico, la gran parte degli studiosi concorda nel riconoscere a L'Ultimo Uomo di Mary Shelley il ruolo di antesignano del sottogenere. Dopo aver scritto a soli 19 anni Frankenstein, uno dei romanzi più influenti degli ultimi due secoli, la giovane autrice si avviò al raddoppio con un libro che si apriva nell'Inghilterra del 2073, a pochi anni di distanza da una pestilenza che, nel giro di un trentennio, avrebbe sterminato l'intera razza umana.

    In realtà, a voler essere pignoli, l'ispirazione per il racconto proviene dall'omonimo poema in prosa pubblicato nell'1805 da Jean-Baptiste Cousin de Grainville, che dunque può essere ritenuto il vero padre della letteratura post apocalittica. A prescindere dai suoi natali, nei decenni successivi il genere guadagnò una certa popolarità tra gli amanti della fantascienza, con il contributo eccellente di autori del calibro di H.G. Wells (scrittore de La Macchina del Tempo) e, in tempi più recenti, di Arthur C. Clarke (la penna dietro 2001: Odissea nello spazio). Seppur articolata e interessante, specialmente per i suoi risvolti sociopolitici, la storia di questa particolare branca della letteratura sci-fi ha poco o nulla a che vedere con l'ingresso in campo dei punk sullo sfondo di una Terra al collasso. Come spesso succede, infatti, questa storia è il risultato di una particolare combinazione di talento, occasione e fortuna.

    All'inizio degli anni ‘70 George Miller lavorava come medico nel pronto soccorso dell'ospedale di Victoria, in Australia, e poteva pertanto vantare una certa esperienza nel ridente campo delle lesioni anatomiche e delle morti violente. Competenze che gli permisero, con l'ausilio dell'amico film-maker Byron Kennedy, di produrre il corto Violence in the Cinema, pellicola accolta con grande entusiasmo nel circuito dei festival dedicati al cinema indipendente.

    Negli anni successivi, Kennedy accompagnò Miller durante interventi medici in giro per tutto il paese, spesso a seguito di terribili incidenti stradali che, intorno alla metà degli anni ‘70, erano diventati una terribile consuetudine per le cronache australiane. Preso atto della propria crescente desensibilizzazione alla violenza stradale, specchio di quella che ormai aveva avvolto la coscienza collettiva del paese, i due pensarono di produrre un documentario sul tema. Accantonata questa prima idea, Miller optò per un lungometraggio tradizionale ambientato nel mondo del giornalismo d'assalto. Il protagonista era Max Rockatansky, un cinico cronista coinvolto in storie di ordinaria violenza tra le strade di Melbourne. Miller pensò poi che la storia di Max avrebbe funzionato meglio se il personaggio fosse stato un poliziotto indurito dal mestiere, costretto a venire a patti con la propria indifferenza in seguito alla morte di amici e famiglia.
    Modifica dopo modifica, però, la sceneggiatura aveva assunto tratti così esagerati ed estremi da renderla praticamente incompatibile con un'ambientazione realistica e contemporanea. Dopo 5 anni di revisioni, Mad Max (qui la nostra recensione di Interceptor) era dunque pronto a cavalcare verso l'orizzonte dell'outback australiano in groppa a 600 cavalli di pura potenza.

    La nascita di un cliché

    La scelta di collocare la trama in un futuro distopico (non ancora pienamente post apocalittico) non era semplicemente il frutto di una precisa volontà stilistica, sebbene il setting garantisse al regista una maggiore libertà creativa, ma nasceva anche da precise esigenze produttive.

    Con un budget risicatissimo a disposizione, Miller e Kennedy pensarono che ambientare il film in location abbandonate e in rovina gli avrebbe permesso di investire più denaro in stunt e prop di qualità: una decisione perfettamente in linea con la frenesia travolgente che doveva caratterizzare la pellicola.
    La strada per la post apocalisse era ormai aperta, eppure Mad Max non aveva fatto sua l'estetica tipica del punk anni ‘70-'80, visto che il design scelto per i nemici del protagonista era quello tipico delle bande motociclistiche che, in quei tempi, riempivano spesso le pagine dei giornali australiani.

    La svolta, in questo senso, arriverà solo col seguito e, di nuovo, grazie al generoso contributo del fato. Per il secondo capitolo della saga, dotato questa volta di un budget decisamente più abbondante, la produzione aveva assunto l'esperta costumista Norma Moriceau, incaricata di definire lo stile di tutti i personaggi del film. Caso vuole che, solo un anno prima, la designer avesse lavorato sul set de La grande truffa del rock'n'roll, documentario che narrava la nascita, l'ascesa e il declino di uno dei gruppi simbolo del movimento punk britannico: i Sex Pistols. Con in testa la raccolta omnia dell'iconografia punk, la Moriceau divenne il punto di raccordo tra la direzione post apocalittica decisa da Miller e l'ultimo decennio della sottocultura rock, e assemblò quindi per Mad Max 2 e Beyond Thunderdome un esercito di bruti crestati coperti di pelle e borchie, dando ufficialmente vita al topos multimediale dell'Apunkalypse.

    Un cliché con un'origine improbabile, che si sarebbe poi consolidato con il contributo di Tetsuo Hara e del suo Ken il guerriero, e di riviste a fumetti come 2000 AD e Heavy Metal, per poi sbarcare nel mondo dei videogiochi con beat ‘em up di razza come Double Dragon. Oggi, a 38 anni da quell'incredibile gemellaggio, Rage 2 si prepara a portare sugli schermi del giocatore l'ultima folle incarnazione dell'apocalisse punk, meta di un viaggio iniziato nel secolo scorso a bordo di una ruggente V8 Interceptor.

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