The Last Guardian: uno sguardo retrospettivo alle opere di Fumito Ueda

In attesa dell'avvento di The Last Guardian, vi proponiamo una breve retrospettiva sullo stile e sulle opere del maestro Fumito Ueda.

The Last Guardian: uno sguardo retrospettivo alle opere di Fumito Ueda
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  • PS4
  • È un uomo molto particolare, Fumito Ueda: è avvolto da un'aura di misticismo, nobiltà e reverenza che, solitamente, i grandi artisti trasmettono ai loro interlocutori. Ostile alle luci dello spotlight, avverso alle pressioni dei mass media, Ueda è un autore che vive nell'ombra del suo genio: lascia che siano le opere a parlare per lui, senza curarsi troppo dei tempi biblici che intercorrono tra le sue creazioni. Per quanto diversi nello stile, nel gameplay e nella forma, tutti i giochi concepiti dalla sua fervida mente sono però accomunati dalla medesima poesia. È una poetica "atemporale", che non segue le logiche della modernità, ma sceglie, anacronisticamente, di dettare un altro tipo di ritmo: pacato, flemmatico, contemplativo. Si tratta di produzioni che sembrano appartenere ad un'epoca passata, ma che sono state comunque capaci di ritagliarsi una piccola, grande nicchia di appassionati in cui dimorano serene, e nella quale non saranno mai dimenticate. Prima che The Last Guardian giunga finalmente tra le nostre mani, abbiamo quindi deciso di proporvi una breve retrospettiva sulla personalità e sullo stile di Fumito Ueda, indagando rapidamente all'interno delle sue opere più importanti, così da giungere un po' più preparati al nostro primo incontro con Trico e magari far scattare con lui un immediato, indissolubile imprinting.

    L'ombra di un maestro

    Durante gli undici, lunghissimi anni che separano l'uscita di Shadow of the Colossus dall'avvento quasi messianico di The Last Guardian, Fumito Ueda è tornato dietro le quinte del palcoscenico videoludico, affacciandosi verso il grande pubblico solo a singhiozzi irregolari, per dispensare qualche rara informazione sull'avanzamento dei lavori e sullo stato di salute del suo adorabile Trico. Sebbene abbia confermato diverse volte che il processo di sviluppo di The Last Guardian è stato dilazionato molto più di quanto fosse inizialmente previsto, Ueda non ha mai lasciato intravedere nemmeno una goccia di preoccupazione o di ansia, come se il timore di non essere più "accettato" da un settore in continuo cambiamento, e di essere dimenticato persino dalla sua accorata fanbase, non lo scalfisse minimamente. L'arte, in fondo, quando è vera "arte", resiste sempre alle offese del tempo.

    Avrebbe voluto fare l'artista, Fumito Ueda, sin da giovanissimo: ed in un certo qual modo ci è riuscito, elevando il medium videoludico verso vette estetico-culturali ancora oggi forse inarrivabili. Non è un caso, allora, che il suo percorso di formazione abbia preso il via proprio all'Osaka University of Arts, culla di molte brillanti menti del Sol Levante (tra cui Hideaki Anno, creatore di Neon Genesis Evangelion). Dopo soli due anni dalla laurea, Ueda ha cominciato a lavorare nel mondo dei videogiochi come animatore del survival horror Enemy Zero per Sega Saturn: il titolo uscì nei territori europei nell'ormai preistorico 1997, la stessa annata in cui l'allora 27enne game designer entrò a far parte della Sony Computer Entertainment. Fu l'inizio di un sodalizio importante, non solo per Ueda ma anche, e soprattutto, per il gaming in senso lato: al termine di quattro anni di sviluppo, nel 2001, infatti, l'eccezionale ICO approdò sulle librerie di PlayStation 2. Il gioco fu immediatamente accolto come un capolavoro da parte della critica, e Ueda venne ben presto salutato con la nomea di "maestro". L'enorme successo dell'opera, inoltre, indusse il piccolo Team ICO a rimettersi subito al lavoro: trascorsero però ulteriori quattro anni prima che Shadow of the Colossus incantasse nuovamente la platea videoludica. L'incredibile qualità del progetto confermò e consacrò quindi le doti creative di Fumito Ueda, il cui nome entrò definitivamente a far parte del novero degli autori più influenti dell'industria.

    Molto più travagliata, complessa e dolorosa fu invece - come ben sappiamo - la nascita di The Last Guardian: annunciata nel 2007, l'ultima, attesissima creazione del maestro è pronta ad esordire su PlayStation 4 dopo otto anni di travaglio, esattamente il doppio del tempo impiegato per la realizzazione delle due opere precedenti. Duplice, rispetto ai predecessori, è anche l'ambizione di questa nuova produzione: The Last Guardian non rappresenta solo un punto d'incontro tra la poetica di ICO e di Shadow of the Colossus, ma altresì l'ultimo capitolo di un'ideale trilogia che racchiude, nelle sue stringhe di codice, l'anima del suo geniale demiurgo. Ueda possiede una personalità schiva ed evanescente, ma anche delicata, partecipe e calorosa nel momento in cui inizia a parlare dei suoi gioielli. Nei suoi occhi c'è la stessa scintilla che si scorge, come vedremo, nelle pupille dei Colossi e di Trico: se sulle prime possono apparire freddi, distanti e noncuranti di ciò che vedono, d'un tratto si colorano e si accendono di vitalità, riflettendo appieno la granitica consapevolezza di un autore che sa di aver plasmato vere e proprie opere d'arte.

    Il cantico dei Cantici

    Il filo conduttore che attraversa il trittico di Fumito Ueda consiste nel fortissimo legame che unisce i protagonisti. Al centro di tutte le sue storie, infatti, vi è sempre un rapporto che s'instaura tra personaggi, tanto simili quanto diversi: tra Ico e l'eterea Yorda; tra il disperato Wander e Mono, sua perduta amata; tra "il ragazzo" e Trico, bestia indomabile e capricciosa. S'avverte, in aggiunta, anche un palpabile strato di tristezza che permea le opere del maestro: ogni racconto inizia con un evento tragico, sia esso la prigionia del maledetto Ico o la morte della giovane Mono, e poi si evolve con una delicatezza rara, capace di struggerci e commuoverci senza mai sfociare nel pietismo.

    L'avventura di ICO comincia, prosegue e si conclude seguendo continuamente un ritmo armonico, fievole come la silhouette di Yorda. Sulle fragili gambe del protagonista si sorregge però un dramma indicibile, narrato col tiepido afflato di una favola nera: un bambino rinnegato, un destino feroce, una solitudine ancestrale, un'amicizia nata dalla subitanea empatia e dalla necessità di comune supporto. Yorda è indifesa - certo- ma, a ben guardare, lo è anche Ico: armato, almeno all'inizio, solo di un bastone, dovrà confrontarsi con ombre deformi, simbolo della paura più arcana e primitiva, quella dell'ignoto. Nelle ampie strutture del castello, Ico si muove a fatica, chiama Yorda con fare fraterno, la prende per mano, la protegge: la fanciulla rappresenta per lui il faro guida che illumina il suo fato, il percorso che è costretto a compiere per ottenere la libertà. In una lingua ignota, dove contano non le parole ma i gesti e le intonazioni, ICO ci narra una fiaba che, nonostante l'apparente lieto fine, nasconde un'amarezza terribile: liberi dal pericolo delle ombre e coccolati dalla risacca su una spiaggia assolata, il giovane e la sua amica condividono un saporito cocomero nel totale abbandono, privi di una dimora e di un ruolo nel mondo. Non gli resta altro che la reciproca compagnia, ed il peccato e la maledizione che si portano in dote. Nell'idillio si nasconde allora una cupa mestizia, la stessa che si percepisce nelle lunghe cavalcate di Shadow of the Colossus.

    Il secondo capolavoro di Ueda è più vasto, più ampio, più potente di ICO: la trama ne recupera la crudele dolcezza, ma aumenta esponenzialmente i gradi di lettura. Per salvare la sua adorata Mono, che ha perduto l'anelito vitale prima del tempo, Wander si piega al volere del misterioso Dormin: dovrà uccidere 16 colossi, abbatterne la pacifica maestosità, farli precipitare nell'abisso della morte. Sedici vite in cambio di una sola. Nel marasma di diverse emozioni che si affollano nei nostri cuori quando uno dei giganti esala l'ultimo respiro o quando ci indirizziamo a galoppo verso un orizzonte sconosciuto, spicca un singolo, pervasivo sentimento, che non ci lascerà mai in pace per tutta la durata dell'esperienza: la dolorosa convinzione di star compiendo un atto disdicevole, maligno, cattivo. Quei colossi di pietra, eretti nella grandezza di una gloria eterna, sono esseri pacifici o brutali? È giusto estinguerne l'esistenza o stiamo perpetrando un atroce delitto contro natura per il nostro egoistico tornaconto? La fine di Shadow of the Colossus segue gli stilemi di quella di ICO: in un luogo ameno, candido e incontaminato, i protagonisti sembrano ritrovarsi, di nuovo uniti, per iniziare un'altra vita. Ma il prezzo da pagare è stato elevatissimo, e il tempio nel quale dimorano non è solo posseduto da un male vecchio quanto il tempo, ma anche precluso a qualunque essere umano, forse per sempre. Come Ico e Yorda, dunque, anche Wander e Mono restano soli: ecco che la solitudine diviene, in tal modo, una delle colonne portanti della poetica di Fumito Ueda.

    Amicizia, abbandono, peccato, isolamento.
    Non sappiamo ancora ciò che The Last Guardian intende narrarci, né se il mondo in cui si ambienta è lo stesso nel quale abbiamo già accompagnato Yorda o cavalcato il possente Agro. Al momento, però, possiamo già intuire che gran parte delle suddette tematiche torneranno a pennellare un quadro pregno di afflizione e poesia, al pari dei primi due capitoli. Nel ragazzo senza nome si palesa l'insicurezza di Ico, gettato contro la sua volontà in una prigione inaccessibile agli uomini, mentre nel rapporto con Trico si riconosce l'identico legame instaurato con Yorda: il protagonista può superare le insidie della torre solo con l'aiuto della chimera, e la bestia può liberarsi dalle catene solamente grazie a quel misero, piccolo, insignificante fanciullo. Se da ICO, quindi, The Last Guardian recupera il senso di vertigine soverchiante ed il bisogno di mutuo soccorso, da Shadow of the Colossus sembra invece carpire l'imponenza, innocente e ferina, dei giganti: il colore spento delle loro iridi, che si accende di un rosso rabbioso quando sono attaccati da Wander, ad esempio, è lo stesso cromatismo che contraddistingue gli occhioni di Trico, simbolo dei suoi imprevedibili stati d'animo. Un turbinio di sensazioni, emozioni, speranze e paure verso il quale non possiamo che provare un pizzico di partecipazione emotiva: la medesima gamma di sentimenti che traspare dallo sguardo di Fumito Ueda, e anche quella che, presumibilmente, rifletteranno i nostri occhi quando, in un perfetto connubio di violenza e dolcezza, puliremo il sangue dalle piume di Trico mentre fulgide farfalle ci danzeranno intorno.

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