The Legend of Zelda Breath of the Wild: analisi della versione Wii U

The Legend of Zelda Breath of the Wild è disponibile non solo su Switch, ma anche su Wii U: abbiamo provato la versione per la "vecchia" console Nintendo.

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    Disponibile per:
  • Wii U
  • Switch
Andrea Dresseno Andrea Dresseno ha iniziato a giocare alle elementari, prima a scrocco, poi si è reso autonomo. Scrive di videogiochi da quasi vent'anni, ma nel mezzo ci sono state alcune pause di riflessione: durante una di queste ha dato vita all'Archivio Videoludico, per cui ora si dedica anche alla conservazione del medium. Si dice sia nintendaro, ma non esistono prove. Lo trovate su Facebook.

Breath of the Wild è un titolo che tradisce profondamente Wii U. Un gran gioco, come emerge dalla recensione della versione Switch, ma anche una dichiarazione di resa da parte di Nintendo. Lo schermo del GamePad, che tanti benefici doveva portare - e ha portato, quando opportunamente sfruttato - qui è immerso nell'oscurità. Non c'è mappa, non c'è inventario, nulla di nulla. Al giocatore viene al massimo concesso di giocare sul Pad a televisore spento, in modalità Off-TV.
Implicitamente, Nintendo sconfessa se stessa e la filosofia della sua sfortunata console. Non l'avesse promesso ai fan, probabilmente la casa giapponese nemmeno l'avrebbe pubblicato Breath of the Wild su Wii U.

L'incertezza della bellezza

E tuttavia la ringraziamo, perché Breath of the Wild è davvero qualcosa di epocale. Un titolo che su Wii U soffre, a tratti arranca pericolosamente, ma poi ti stupisce con scorci di una bellezza rara. È naturale che Nintendo si sia impegnata a promuovere la versione Switch, relegando ai margini quella Wii U. L'impressione è di avere tra le mani un gioco impossibilitato a esprimersi al meglio, un'opera d'artigianato fatta sì col cuore, ma con la consapevolezza che oltre un certo limite non si poteva andare, nemmeno volendo.

Il frame rate su Wii U si fa spesso incerto, soprattutto nei villaggi. Lì bisogna davvero chiudere un occhio, perché i problemi di fluidità sono sistematici. Ciononostante, e per fortuna, l'esperienza di gioco non ne risente. Sarebbe sciocco penalizzare questa versione per il frame rate ballerino o i colori un po' più impastati: avrebbe senso se l'avventura e il piacere della scoperta fossero danneggiate, se i limiti tecnici andassero a cozzare col gameplay, ma non accade. Per cui se non avete Switch e volete godervi Breath of the Wild, non esitate: affidatevi tranquillamente alla versione Wii U.
Se posso darvi un consiglio, utilizzate però il Pro Controller e mantenete il salto mappato sul tasto X (data l'anomala posizione dello stick destro su Wii U). Potrà sembrarvi inizialmente meno comodo saltare con X, ma avrete a portata di pollice sia attacco, che salto, che stick destro e in più risparmierete un'umiliazione al sottosfruttato GamePad.Il valore dell'ultima fatica di Aonuma non sta tanto nella tecnica - il discorso vale anche per Switch - quanto nella direzione artistica. Certo, alcune colline in lontananza riservano texture sbiadite e Hyrule non è lussureggiante come promesso dai primi filmati, ma vogliamo davvero ridurre l'esperienza offerta da Breath of the Wild a un discorso tecnico? È davvero questo il punto? No, il punto è che Breath of the Wild rilegge l'open world con tale perizia che ti scende una lacrimuccia. Non mi riferisco all'estensione della mappa, che già di per sé stupisce, ma alla concezione stessa dell'open world targato Nintendo.

Nintendoland

The Legend of Zelda mette da parte i dungeon, ne alleggerisce la portata frammentandoli e disseminandoli in giro per Hyrule. Con ardore, Aonuma dona al giocatore tutto ciò di cui ha bisogno nelle prime due ore di gioco. Da lì in poi, l'open world diventa un sandbox all'interno del quale sperimentare e scoprire. In molti si sono affrettati a parlare di aree vuote. Può essere, ma è solo un vuoto di superficie. Senza voler entrare nel merito narrativo di tale scelta - il percorso solitario dell'eroe, lo stesso percorso che ha reso celebre Shadow of the Colossus - vorrei porre l'attenzione sulla qualità dello scenario, più che sulla quantità dell'arredo. Vorrei mettere da parte il concetto di ricchezza e tirare in ballo quello di pertinenza.

In Breath of the Wild ogni elemento si relaziona col contesto, nulla è lì per caso. Ogni oggetto, anche la pietra che sta accanto a quell'albero, ha ragion d'essere: lì sotto può nascondersi qualcosa. Hyrule è il parco giochi dello stupore: gli sviluppatori non prendono per mano il giocatore, come accade (di nascosto) in molti open world, ma lo lasciano libero di compiere il proprio viaggio, di emozionarsi e muoversi come meglio crede. Fateci caso: ci sono molto spesso due o più modi per raggiungere un obiettivo. Non date nulla per scontato, sbizzarritevi.
E vi sembrerà così di tornare all'origine di Zelda: a quando Miyamoto, da ragazzino, si avventurava nei boschi per esplorare territori misteriosi e ricchi di segreti. Breath of the Wild traduce in videogioco quell'atmosfera di curiosità, timore e coraggio che accompagna le peripezie di ogni bambino. Sorprende quanto lo spirito della serie non sia andato perduto, nonostante il deciso cambio di rotta. Anzi, pare uscirne più forte, più vigoroso. Non è Zelda che ha scoperto l'open world, è l'open world che ha scoperto Zelda.

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