The Medium: Zdzislaw Beksinski, l'artista che ha ispirato Bloober Team

Le opere di Beksinski sono fondamentali per comprendere l'estetica del mondo spirituale cui Marianne può accedere in The Medium.

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  • Esistono orrori che la mente umana non può dimenticare, su cui è impossibile passare sopra con passo leggero, che ci guardano dagli abissi mentre viviamo la nostra tranquilla vita di tutti i giorni. La Polonia e il suo popolo sono stati segnati in modo impietoso dall'occupazione tedesca della Seconda Guerra Mondiale e dall'Olocausto: non sorprende trovare nei suoi artisti una vena di malinconia, di disagio, il tocco scioccante dei morti che vorrebbero riaffiorare sulla superficie.

    Bloober Team, studio autore di The Medium con sede a Cracovia (qui trovate la recensione di The Medium), ha attinto a piene mani da questo immaginario. Era impossibile non trovare un riferimento perfetto nell'opera di Zdzislaw Beksinski (1929-2005), fotografo, pittore e scultore che ha saputo cogliere i sussurri di un mondo interiore che la maggior parte di noi tenta di nascondere. Questa è la sua storia.

    Una vita senza titolo

    Beksinski vive il momento più buio del suo Paese durante gli anni della crescita: è un bambino di dieci anni quando la Wehrmacht si riversa nelle campagne e poi nelle città della Polonia. Una terra di nessuno, da sempre; un luogo conteso il cui popolo ha duramente lottato per costruirsi un'identità diversa da quella dell'invasore di turno. Per non omologarsi, per non soccombere. E questa è anche un po' la storia di Zdzislaw, che il padre vorrebbe avviare ad una carriera tradizionale, magari come designer o architetto. I fantasmi che vivono dentro suo figlio, però, non apprezzano l'idea.

    Per allontanare la noia di una vita qualunque, Beksinski inizia a fotografare. Lo fa in maniera coerente con quella che sarà poi la sua pittura: cercando di mostrare le pieghe nascoste del reale. Fa scalpore, nel 1959, lo scatto che ritrae di spalla sua moglie Zofia, avviluppata da funi strettissime: l'artista lo chiama "Corsetto sadico". Forse però Beksinski si sente imprigionato dalla macchina fotografica, che in fin dei conti gli permette di ritrarre soltanto ciò che l'occhio umano vede; e così, senza alcuna istruzione accademica, passa alla pittura.

    Potremmo pensare che opere così tormentate siano nate da una mente altrettanto turbata, e forse è proprio così. Ma a Beksinski non piaceva raccontarsi: preferiva far parlare le tele. Tant'è che non dava nemmeno un nome alle proprie opere pittoriche. Come il suo contemporaneo Francis Bacon, ebbe dei momenti di forte rifiuto verso la propria produzione: nel 1977 arrivò a dare alle fiamme un numero imprecisato di tele nel cortile dietro casa sua. Non parlò mai delle opere che aveva bruciato. Sembrava considerarle come mai esistite, cancellate per sempre con un brutale colpo di spugna, come i morti cremati nei campi di concentramento nazisti.

    Tutto questo, però, lascia all'osservatore una insolita libertà: forse non siamo soliti farci troppo caso, ma il titolo di un quadro o di una scultura influenza pesantemente la nostra interpretazione del soggetto. C'è qualcosa di catartico nel poter ammirare Beksinski senza dover temere il giudizio di qualcuno - certamente non del pittore. Per dirla con le sue parole, "il significato è, per me, privo di significato. Il simbolismo non mi interessa. Dipingo ciò che dipingo senza meditare su una storia". In uno dei suoi dipinti più noti, un groviglio di braccia e gambe scheletriche sembra affannarsi per uscire da una porta murata: il mio pensiero corre subito agli orrori di una camera a gas, e al demone biblico Legione, che durante la possessione di un uomo disse a Cristo: "Il mio nome è Legione, perché noi siamo molti". Chissà cosa vedrete voi in questo dipinto...

    La ricerca dell'invisibile e dell'ineffabile portò Beksinski a dire che "ciò che importa è ciò che appare nella tua anima, non ciò che i tuoi occhi possono vedere e a cui tu puoi dare un nome". Sembra difficile crederlo, ma i suoi dipinti nascevano quasi sempre durante l'ascolto di dischi di musica classica. Il sublime non manca, nelle opere di Beksinski, così come nella simmetria delle composizioni di Bach. Beksinski, però, rimane impossibile da inquadrare e fotografare: sfugge allo sguardo perché ci invita a guardarci dentro.

    Oltre la morte

    L'esistenza di Zdzislaw Beksinski è proseguita fino agli ultimi anni senza clamorosi scossoni, ma la parte finale della sua vita gli ha riservato tre terrificanti colpi di coda. Alla morte della moglie nel 1998 è seguito, l'anno dopo, il suicidio del figlio Tomasz per impiccagione. Fu proprio il padre a scoprire il suo corpo. Beksinski non riuscì mai ad accettare del tutto la morte di Tomasz, la cui presenza rimase forte nell'universo di dolore in cui era precipitato l'artista.

    E poi la fine, con diciassette colpi di pugnale, nel 2005. Beksinski aveva rifiutato di prestare dei soldi a un adolescente, figlio della signora delle pulizie che aiutava in casa l'artista: se n'è andato così un uomo che aveva confinato i suoi tormenti su tela, rimanendo, nella vita privata, una persona piacevole e dotata di un umorismo ricordato poi da tutti i suoi amici. Con le sue ultime volontà ha lasciato il suo intero patrimonio artistico - fotografico, pittorico, scultoreo - al museo della sua città natale, Sanok.

    Per Beksinski era importante una sola persona: l'osservatore. Di critici, mercato dell'arte e quotazioni si interessava poco o nulla. Era addirittura crudele con i suoi intervistatori, arrivando a dichiarare di non poter fare alcuna affermazione di rilievo su un dipinto. Niente lo irritava di più di chi lo cercava per chiedergli quale fosse il significato delle sue opere. Non viaggiava, non visitava musei, schivava gli eventi pubblici e le sue stesse esibizioni in galleria sempre più prestigiose. Zdzislaw Beksinski dipingeva e basta: il resto dobbiamo farlo noi.

    La sua influenza nelle arti è stata incalcolabile. I Tool - band musicale difficilmente incasellabile nelle categorie tradizionali, proprio come Beksinski - si sono chiaramente ispirati al pittore polacco per le atmosfere di molti loro video musicali: la solitudine siderale dei protagonisti, le loro figure umanoidi sì, eppure da noi tanto distanti, le maschere, sono tutti elementi in cui si palesano suggestioni provenienti dal nostro pittore. In generale, le opere di Beksinski hanno contribuito a formare l'estetica dell'heavy metal così come la conosciamo. Nel campo cinematografico, il regista Guillermo Del Toro ha sempre dichiarato di avere nell'artista un punto di riferimento, una stella polare a livello sia visivo che emotivo.

    Ma il talento di Zdzislaw Beksinski non si è limitato a lasciare il segno delle arti che consideriamo più tradizionali: anche gli sviluppatori videoludici hanno abbracciato il suo immaginario surreale e inquietante. E.Y.E: Divine Cybermancy, titolo action a tema cyberpunk uscito nel 2011 su Steam, ha attinto a piene mani dai mondi dipinti da Beksinski, e ciò è particolarmente visibile nel level design e nelle ambientazioni del gioco. Scorn, sparatutto in prima persona attualmente in fase di sviluppo negli studi di Ebb Software, appare fin da una prima occhiata debitore di due grandi artisti: Zdizlaw Beksinski, di cui parliamo oggi, e H. R. Giger, di cui ho scritto nello speciale dedicato all'influenza di H. R. Giger su Scorn.

    Ultimo della lista - ma di certo non per importanza - è l'horror psicologico del team polacco Bloober Team, The Medium. L'attesissimo titolo, disponibile su PC e console Xbox di nuova generazione, cita più e più volte le opere di Beksinski, ereditando, nel complesso, il dualismo di fondo dell'artista, un uomo all'apparenza ordinario che nascondeva in sé un mondo straordinario. La galassia degli incubi che popolano la sua opera pittorica influenza in modo particolare l'estetica del piano spirituale con cui la protagonista di The Medium, Marianne, riesce a mettersi in contatto; l'insolito, l'altro, l'ineffabile sono sempre dietro l'angolo. E niente è quello che sembra: cos'è, in fondo, reale?

    Beksinski rifiutava di essere inquadrato, incasellato, interpretato in maniera sistematica. Gli elementi ricorrenti nei suoi dipinti, però, ci lasciano alcuni punti fermi: gli elmetti bellici onnipresenti; il blu di Prussia, che ancora oggi macchia le camere a gas dei lager, a causa di una reazione chimica dello Zyklon B; i corpi orribilmente magri, scarnificati, gli stessi che vediamo nelle foto dei campi di concentramento e che non possiamo - e non dobbiamo - dimenticare. Zdzislaw Beksinski ci ricorda che dentro di noi, se ci prendiamo la briga di scavare, si celano orrori e meraviglie, cattedrali di carne dello spirito che lui ha avuto il coraggio di portare alla luce.

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