Una notte d'estate, un Game Gear e... Dragon Crystal

Partite con noi per un breve viaggio a ritroso nei ricordi alla riscoperta di un grande classico del Game Gear: Dragon Crystal.

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Il primo tech evangelist della mia famiglia è stato zio Severino. Classe '35, metalmeccanico, un passato da emigrante e un occhio sempre particolarmente attento a quelle che un tempo erano chiamate "diavolerie elettroniche". Quasi tutta la mia infanzia è percorsa da questo zio che estrae la reflex dal borsone (non ne giravano così tante al tempo), attacca il flash, prepara l'inquadratura e poi inevitabilmente chiede: "è scattato il flash?". Insieme agli album di ricordi familiari, però, Severino per un certo periodo ha portato le novità più tecnologicamente avanzate nella nostra famiglia allargata. Magari non direttamente, ma ho sempre avuto l'impressione che in molti casi ci fosse il suo zampino. Un anno, per dire, un cugino ricevette il Commodore 64 e io fui chiamato per "provarlo" prima di natale per controllare che tutto fosse a posto. Inutile sottolineare che: A) quel giorno ci giocò solo lo zio e B) a ben vedere è stato un po' un colpo basso chiamare un bambino affascinato dai giochini elettronici a provare il regalo destinato ad un altro.

Game Gear: l'oggetto del desiderio

In ogni caso, dopo aver superato il trauma del Commodore 64 (quell'anno io a Natale ricevetti il Grillo Parlante e una macchinina radiocomandata, quindi mi ritenni comunque soddisfatto), e aver assistito ad altre due o trecento foto con conferma vocale del funzionamento del flash, gli anni proseguirono felici fino all'uscita del Game Boy, della quale fui io invece il primo (e orgogliosissimo) proprietario. In quegli anni però ci fu un'altra console a contendere, se non il mercato, almeno i desideri dei bambini dell'epoca: il Game Gear. Pur se dei miei Super Mario Land, Zelda, Batman e Battletoads ero più che felice, il fascino di quell'affare nero con lo schermo a colori era enorme, così come la voglia di metterci le mani ogni volta che si andava a casa dello zio. Eh sì, perché questa volta il Game Gear non fu girato ai cuginetti, ma rimase in casa di chi lo aveva acquistato, protetto da una scatola in legno costruita per l'occasione che lo ha conservato di fatto fino a oggi.

Alta falegnameria a protezione della console

Mentre ero in vacanza infatti, nella casa di famiglia in cui zio Severino vive, quella scatola verde dal sapore antico è saltata di nuovo fuori, e con lei la console SEGA ancora perfettamente funzionante, sebbene con un angolo di visuale davvero difficoltoso. Una volta estratta e accesa, con lo stesso entusiasmo e con il medesimo fuoco sacro di quando avevo undici anni, la scelta del gioco è stata tanto naturale quanto inevitabile: Dragon Crystal. Ora, al tempo io non è che mi informassi troppo, anche perché l'accesso alle informazioni era legato alle riviste in edicola, quindi non è che lo spirito critico fosse quello di ora: arrivava un gioco e lo si spolpava fino al titolo successivo, senza farsi troppi problemi sul design, le texture, le animazioni o la durata. Se dovessi inquadrare Dragon Crystal oggi, vi direi che è un roguelike (anche se il termine fu coniato solo qualche anno dopo) nel quale trovano spazio trenta livelli generati casualmente, un combattimento a turni e un uovo al seguito che si trasforma in drago, più tutta una serie di mostri, bonus e pedate nel sedere da gestire di volta in volta con il giusto equipaggiamento.

Ora, io non sono un giocatore particolarmente skillato e soprattutto non amo molto questo tipo di esperienze (il mio gioco tipo è il MMORPG figuratevi, nel quale ti porti dietro un personaggio per anni, altro che per una partita), ma Dragon Crystal fa una ovvia e ormai sacrosanta eccezione, perché è associato a infanzia e famiglia, un po' come i primi Natale felici di cui si ha memoria. Una volta ripreso in mano, dopo oltre venticinque anni dall'ultima partita, non avevo grandissime speranze, e invece, livello dopo livello, mi sono accorto di andare avanti in automatico e di non essermi dimenticato nulla, il che, per uno che si deve appuntare anche dove ha parcheggiato la macchina in un centro commerciale, non è proprio una cosa da poco. Mano a mano che proseguivo tra i livelli mi sono ritrovato a ricordare dettagli francamente assurdi: tipo che la spada Hardbreaker era fortissima contro le Vasche da Bagno (ho scoperto solo ora che il loro nome era Sorcerer), o che la Masamune, la prima spada viola che solitamente si trova, fa duplicare le gelatine rosse, o ancora che gli squali attaccano non solo i punti vita, ma anche le riserve di cibo.

Insomma, senza quasi accorgersene io e zio e Severino siamo stati in piedi fino a notte inoltrata per cercare di andare avanti il più possibile, visto che quella che doveva essere una partita rapida è trasformata in una run senza quasi inciampi (tranne un livello saltato a piè pari perché mi sono schiantato sul cristallo per errore), bloccata solo dagli occhi sanguinanti causati dall'angolo di visuale improbabile che l'età della console costringe a tenere. Tra l'altro, come si può, con un gioco che non permette di salvare le partite, lasciarne una in sospeso per continuarla il giorno dopo? Semplice, così:

Nella pausa tra una sessione e l'altra sono tornato a pensare a Dragon Crystal e a come avrei voluto, o dovuto, impostare questo pezzo. Le idee all'inizio erano tante e ruotavano perlopiù tutte intorno a un recupero educativo del titolo: cos'è, chi l'ha fatto, come, quando, perché, in che modo fu recepito al tempo, cosa ha lasciato dietro di sé. Questo però implicava farlo diventare un prodotto come tanti e slegarlo dalla dimensione del ricordo felice, dei cugini che ci giocavano solo per il gusto di farlo senza sapere cosa fosse o cosa si dovesse effettivamente fare.
Se ripenso a quante cose abbiamo scoperto solo sbattendoci il grugno e senza sapere una parola di inglese, ancora quasi non mi capacito: meccaniche, progressione, forza e debolezza delle armi, bonus di pozioni, libri e bastoni, incedere dei livelli e delle caratteristiche. Tutta questa conoscenza è arrivata pezzetto per pezzetto, partita persa per partita persa, fino a che si è effettivamente raggiunto il livello ventinove popolato solo da draghi e il conseguente cristallo che fa vincere la partita.

E quindi non solo ho deciso che non farò mai ricerche su Dragon Crystal, ma ho limitato pure il numero delle partite che farò a una all'anno, sotto ovviamente l'attentissima supervisione dello zio, custode della console. La prossima run è prevista per l'agosto dell'anno prossimo: chissà se mi ricorderò allora che la Death Blade si chiama così non perché è fortissima ma perché piano piano ti toglie vita.

Quest'anno, per la cronaca, sono arrivato al livello ventuno.